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Qualche crepa comincia a emergere nel muro di gomma della vicenda delle morti dei soldati a causa dell'uranio impoverito. Per la prima volta una commissione di ufficiali medici delle forze armate ha riconosciuto la causa di servizio a un militare di ritorno da una missione nei Balcani, stabilendo così un nesso di causalità tra le radiazioni da uranio impoverito e il linfoma di Hodgkin che ha colpito il soldato (un ufficiale che ha sviluppato il tumore due anni fa).
Il verdetto espresso dalla Commissione medica militare costituisce un precedente assoluto. Va considerato che sono centinaia le cause di servizio intentate da militari americani ed europei che hanno partecipato alle operazioni nei Balcani.
Secondo l’Osservatorio per la Tutela dei Diritti delle Forze Armate e di Polizia sono 143 (meno della metà, secondo i dati della Difesa) i militari italiani vittime della cosiddetta "Sindrome dei Balcani", cioè colpiti da forme tumorali dovute alla presenza o alla vicinanza dei nostri contingenti in aree del Kosovo, della Bosnia e della Macedonia bombardate con proiettili all’uranio impoverito.
Il maresciallo Domenico Leggiero dell’Osservatorio, ha detto che questa sentenza della Commissione medica militare "conferma la fondatezza delle denunce e nello stesso tempo dà finalmente il segno di una precisa, significativa inversione di tendenza nell’approccio al problema da parte dei vertici delle Forze Armate".
Un anno fa la Commissione scientifica presieduta dal professor Franco Mandelli - voluta dall'allora ministro della Difesa Sergio Mattarella - aveva escluso nel suo primo rapporto ogni collegamento tra l’insorgere dei tumori e l’esposizione all’uranio impoverito.
L’Osservatorio, in passato, ha criticato i risultati della commissione Mandelli contestando al ministero della Difesa di aver fornito in un primo tempo dati non corretti sui militari impegnati nei Balcani, conteggiando come presenze anche quelle di un solo giorno. Di qui - secondo l'Osservatorio - la "normalità" statistica dei casi di tumore rilevati.
Dice ancora Leggiero al Corriere della sera: "La posizione dell’amministrazione in tutti questi anni è stata di negare o confondere. Quando il campo di ricerca è stato ristretto a chi aveva effettivamente prestato servizio per un periodo medio o lungo in quelle aree contaminate, la verità ha cominciato ad emergere".
L’avvocato Giovanni Tartaglia, legale dell’Osservatorio, spiega: "Oggi la causa di servizio consentirà ai militari di andare a casa con 12 milioni (6.197 euro) di indennizzo e meno di 3 milioni (1.549 euro) al mese di pensione privilegiata. Alle famiglie dei giovani che sono morti spetterebbero circa 50 milioni (25.823 euro). Niente rispetto a ciò che hanno passato, che stanno passando, alla vite perdute. Per questo, entro i prossimi sei mesi agiremo affinché venga riconosciuto loro lo stesso equo indennizzo previsto per i dipendenti pubblici in base alla legge 626".
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