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Errori, sospetti e certezze (?) sull'uranio impoverito

Quando, nel dicembre 2000, si comincia a parlare degli effetti nocivi dell'uranio impoverito, si mette in risalto la sua radioattività. E' un'indicazione inesatta: l'isotopo 235 è in realtà meno radioattivo dell'uranio naturale, quello presente in molte rocce, nei fiumi e in fondo agli oceani.

Le radiazioni non possono quindi rappresentare un pericolo mortale importante per l'uomo. I rischi legati al suo impiego sono piuttosto di carattere chimico. Come tutti i metalli pesanti, l'uranio è tossico. Può intaccare l'organismo per inalazione, per ingestione o per incorporazione.

L'inalazione è il metodo più probabile, data la facilità con cui l'uranio impoverito si disperde nell'ambiente. L'impatto di un proiettile su un blindato, ad esempio, produce polveri ed aerosol che prendono rapidamente fuoco a contatto con l'aria. Il calore sviluppato ossida l'uranio metallico producendo diossido, triossido e soprattutto ottaossido di uranio. La percentuale di uranio impoverito che passa allo stato gassoso dipende dalla durezza del bersaglio, dalla velocità e dall'angolo di impatto. Più la superficie colpita è dura (maggiore peso specifico), più alta è la percentuale di uranio che si volatilizza. Nella Guerra del Golfo, ad esempio, la maggior parte dei proiettili attraversarono completamente la corazza dei blindati iracheni, generando una percentuale di aerosol troppo bassa per poter essere inalata.

L'inalazione di uranio
L'uranio inalato si deposita nei bronchi, in particolare negli alveoli. L'80% circa dell'uranio depositato viene rapidamente rimosso dai meccanismi mucociliari dei bronchi e quindi ingoiato. Passa poi nel tratto gastrointestinale e viene poi espulso rapidamente. Soltanto l'1% dell'uranio inalato finisce nel sistema sanguigno attraverso i linfonodi, i polmoni o l'intestino. Dell'uranio ingerito (ad esempio, deglutendo gli aerosol) viene assorbito dall'intestino al massimo il 2,5%. Il resto viene espulso attraverso le feci. Complessivamente si può affermare con certezza che il 90% circa dell'uranio inalato o ingerito viene eliminato attraverso le urine in tre giorni. L'analisi della concentrazione di uranio nelle urine, può essere un metodo valido per misurare l'esposizione al metallo. L'uranio che rimane nel corpo umano si distribuisce soprattutto nelle ossa, nei reni, nel fegato, nel grasso e nei muscoli.

Il più esposto alla tossicità è il rene. In particolare, l'uranio interagisce con le membrane delle cellule dei tubuli prossimali, il tratto del rene in cui vengono scomposti i composti degradati. L'uranio rallenta il riassorbimento del glucosio e degli amminoacidi, provocando una disfunzione o, peggio, un blocco renale. Secondo la Health Phisics Society, basta inalare 8 milligrammi di uranio impoverito per avere disturbi ai reni e 40 per avere danni permanenti.

Secondo gli esperti, è molto improbabile che l'esplosione di munizioni all'uranio possa aver provocato concentrazioni pericolose di uranio nei reni. Quando un bersaglio è colpito, il vento e lo spostamento d'aria disperdono velocemente i fumi. I vapori possono essere trasportati a chilometri di distanza. Il pericolo è la possibilità che l'uranio inquini le falde acquifere ed entri nella catena alimentare. L'inalazione dell'uranio sembra, quindi, più pericolosa per la popolazione civile che per i militari. Soprattutto perché, nel caso di contaminazione dell'ambiente, l'uranio potrebbe essere respirato quotidianamente. Questa ipotesi avvalorerebbe i sospetti sulle morti dei soldati italiani. Non hanno mai preso parte a battaglie di terra, ma sono rimasti per mesi in regioni bombardate all'uranio, a stretto contatto con la popolazione civile.

L'irradiazione interna
Le particelle che rimangono nei bronchi emettono particelle alfa che colpiscono le cellule basali. Il rischio è quello di cancro. Per avere un effetto cancerogeno, l'uranio deve essere inalato in dosi tali da recare innanzitutto gravi danni ai reni. E' una possibilità che ha scarso riscontro scientifico. Diverso il discorso per quello che riguarda gli effetti genetici. La genotossicità dell'uranio è stata dimostrata in laboratorio, misurando le aberrazioni cromosomiche in cellule di criceto cinese trattate con nitrato di uranile a diversa concentrazione.
Uno studio interessante sulla genotossicità è stato condotto sui minatori di una cava scoperta di uranio della Namibia. E' stato registrato un aumento significativo della frequenza di aberrazioni cromosomiche nei minatori. Questi studi sembrano confermare le denunce di frequenti malformazioni tra i figli dei reduci americani ed inglesi della Guerra del Golfo.

Conclusione
La tossicità sia chimica che radiologica dell'uranio impoverito è un dato certo. Tuttavia, l'organismo sembra in grado di eliminare molto efficacemente attraverso le urine l'uranio ingerito inalato. I livelli di esposizione caratteristici di uno scenario bellico non sembrano poter causare sintomi riscontrati nelle cosiddette "Sindrome del Golfo" e "Sindrome dei Balcani". Tuttavia, se sparse in zone densamente popolate, le particelle di uranio impoverito possono provocare un'esposizione cronica continua, sulla quale non esistono ricerche scientifiche attendibili. L'uranio potrebbe avere poi un'incidenza maggiore su bambini ed anziani. Bonificare i territori bombardati è quasi impossibile, perché l'uranio si è disperso in polvere finissima.


Grandinotizie.it / 2001


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