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L'allarme uranio
impoverito esplode nel dicembre 2001. I sospetti sulle morti dei
militari italiani costringono il governo presieduto da Giuliano
Amato ad affrontare la questione. Il 22 dicembre 2000 il ministro
della Difesa Sergio Mattarella istituisce con un decreto
ministeriale una commissione scientifica per monitorare la situazione
e capire se esiste una connessione diretta tra malattie ed esposizione
all'uranio.
La presidenza della commissione è affidata a Franco Mandelli,
ematologo di fama internazionale, considerato il più illustre
studioso della materia. Della commissione fanno parte il direttore
del dipartimento di Fisica dell'Istituto Superiore della Sanità
Martino Grandolfo, il direttore del reparto epidemiologico
dell'Istituto Superiore di Sanità Alfonso Meli, il direttore
dell'Istituto di radiologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia
della Sapienza di Roma, Giuseppe Onofrio dell'Agenzia nazionale
della Protezione ambientale, Vittorio Sabbatini, capo ufficio
nucleare del Centro Interforze Studi Applicazioni Militari (Cisam)
e il generale medico Antonio Tricarico.
Compito della Commissione è accertare tutti gli aspetti
medico-scientifici dei casi di patologie tumorali riscontrati
nel personale militare italiano impegnato in Bosnia e Kosovo.
La prima fase del lavoro consiste nello studio dell'incidenza
dei casi di neoplasie maligne nel personale militare confrontandola
con i dati dei registri tumori italiani. La commissione calcola
il rapporto tra i i casi di tumori osservati nella popolazione
dei militari impegnati in Bosnia e Kosovo e quelli "attesi" in
quella stessa popolazione, facendo riferimento ai tassi dei registri
tumori italiani. Quando non ci sono differenze tra casi osservati
e casi attesi, la Commissione attribuisce un valore "uno". Un
valore superiore a "uno" indica un numero di casi osservati maggiore
di quello atteso. Ovviamente, i valori inferiori ad uno, indicano
un numero di casi inferiore alla media nazionale per la fascia
di età considerata.
La commissione Mandelli si è occupata soltanto dei 28 casi con
diagnosi confermata. Inizialmente erano stati segnalati 53 casi
di militari ammalati di patologie sospette. Ma la commissione
ha ricevuto indicazioni molto precise dal ministero della Difesa.
Le ricerche devono riguardare soltanto malattie accertate di
soldati impiegati nei Balcani. Per questo motivo, la commissione
non prende in esame tutti i casi che vengono segnalati tra gennaio
e febbraio 2001 dall'Associazione familiari vittime delle Forze
Armate (Anavafaf) presieduta da Falco Accame. L'Anavafaf
chiede di indagare anche sulla morte di alcuni militari che hanno
prestato servizio di leva in basi in cui si sospetta siano "transitate"
armi all'uranio impoverito. Dubbi anche su alcuni reduci della
Somalia. Sono state polemiche accese ma sterili. La commissione
non può decidere autonomamente su cosa indagare. E' casomai
il governo a dover estendere il campo di ricerca.
Franco Mandelli è il presidente e il motore della commissione.
E' lui a coordinare le ricerche e lui ad esporsi in prima persona.
Un vero vulcano, sempre disponibile con i pazienti e sempre pronto
a dare spiegazioni e conforto. Difficilmente qualcuno potrà contestare
approssimazione o malafede nell'operato dell'ematologo.
La commissione ha considerato tutti i militari italiani che
dal dicembre 1995 al gennaio 2001 hanno compiuto almeno una missione
in Bosnia e Kosovo. L'elenco dei nominativi è stato fornito
dagli Stati Maggiori di Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri
alla Direzione generale della Sanità Militare che li ha trasmessi
all'Istituto Superiore di Sanità. Per ogni soldato è stata stilata
una cartella con le seguenti informazioni: luogo e data di nascita,
residenza, forza armata e grado, reparto di appartenenza, località
di collocazione del reparto, località dove sono svolte le missioni,
data di inizio e di fine delle operazioni.
Molti casi sono stati segnalati spontaneamente e comunicati al
ministero della Difesa. Per ogni segnalazione si è proceduto alla
conferma diagnostica utilizzando certificazioni e copie delle
cartelle cliniche fornite dai centri in cui il malato è in cura.
Non sono stati presi in esame i casi senza diagnosi documentata
e quelli con casi di malattie non tumorali.
Sono stati presi in considerazione 39.450 militari, di cui
38.343 nella fascia di età 20-49 anni. Interessanti alcuni
dati. Il 69,1 per cento dei soldati proviene dal Sud Italia. Il
68 per cento ha compiuto un'unica missione, il 23,5 per cento
due missioni, l'8,7 per cento più di due. Tra i soldati ammalati,
23 appartengono all'Esercito, due all'Aeronautica Militare e tre
ai Carabinieri. Non si tratta di semplici curiosità. L'incidenza
dei tumori, ad esempio, è nel complesso più elevata nel Nord Italia,
da cui provengono pochi militari impegnati nei Balcani. Diverse
la mansioni tra le armi e diverso il grado di esposizione alla
polvere dell'uranio. Non a caso la maggioranza dei casi è stata
riscontrata nell'Esercito. Importante capire poi quanto i militari
sono rimasti nei territori bombardati con armi all'uranio. Un
lavoro molto preciso ed accurato, dunque, che ha rilevato 4 linfomi
non Hodgkin, 9 linfomi Hodgkin, 2 leucemie linfatiche acute, 13
tumori solidi. In tutto 28 neoplasie maligne.
Il 19 marzo la commissione presenta una "Relazione preliminare
sull'incidenza di neoplasie maligne tra i militari impiegati in
Bosnia e Kosovo". Esclusi legami tra linfomi ed uranio impoverito.
Segnalata però un'anomalia dell'incidenza del linfoma di Hodgkin
che rende necessari ulteriori studi. Il dottor Vittorio Sabbatini
conclude che "qualcosa di strano c'è". Anche se non si sa cosa.
Il 29 maggio la commissione presenta la seconda parte delle
proprie ricerche. L'incidenza dei casi di neoplasie maligne
con diagnosi confermata viene aggiornata con i casi segnalati
entro il 30 aprile 2001 e confrontata con i dati di dodici Registri
Tumori italiani invece dei sette utilizzati nella relazione precedente.
Riportati inoltre i primi risultati delle analisi eseguite su
un campione di militari per verificare l'eventuale esposizione
all'uranio impoverito. Le conclusioni finali sono un clamoroso
dietrofront. Il numero delle patologie tumorali ha un'incidenza
inferiore ai casi attesi, ma si riscontra anche un eccesso
statisticamente significativo di linfomi di Hodgkin. Mattarella
dispone allora che le ricerche continuino. Per lui si avvicina
il passaggio di consegne, dopo la vittoria del centrodestra alle
elezioni del 13 maggio.
A giugno dagli Usa arrivano notizie allarmanti. Lo stesso Pentagono
avrebbe da tempo accertato la pericolosità dell'uranio impoverito.
Sarebbe perciò smentito tutto il lavoro del team guidato da
Mandelli. Sulla commissione piovono critiche durissime. Non
si discute la competenza e l'autorevolezza di Mandelli. Si sospetta,
però, che il professore non sia mai stato messo in grado di
condurre indagini pienamente indipendenti. Le ricerche sarebbero
state guidati e condizionate dal ministero della Difesa. La verità
sacrificata in nome della ragion di Stato.
Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/ 26 giugno
2001 ore 17:24
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