| |
Diciamo innanzitutto una cosa: il rientro dei Savoia non cambierà la vita degli italiani. Né nell'immediato, né tantomeno in prospettiva. Più che una certezza è un auspicio in verità.
Anche il temuto ingresso nell'agone politico - in un Paese laico, veramente laico - non dovrebbe comportare nulla di che. Al massimo ci si limiterebbe ad una constatazione: "Toh, guarda! Si presentano i Savoia".
Sarebbero ignorati, un tantino dileggiati, al più giudicati anacronistici da alcuni. Sarebbero invece legittimati dal voto di altri. Ma in un Paese "adulto" è proprio questa la normalità, o no?
L'impressione è che tutta la vicenda abbia un altro fuoco, un'altra prospettiva dalla quale essere osservata.
Proviamo a considerare allora il ritorno sui suoli patrii dei discendenti sabaudi come un vero e proprio test psicopolitico.
Non è tanto quindi il fatto in sé ma quali effetti ha o potrebbe avere sugli italiani. Lo spunto - giusto uno spunto - è fornito da un film nelle sale in questi giorni dal titolo I vestiti nuovi dell'imperatore. Si narra dell'imperatore Napoleone e della sua morte che non sarebbe avvenuta in esilio a Sant'Elena, ma a Parigi. Sì, infatti dopo essere riuscito a fuggire da quello scoglio in mezzo al mare - lasciando al suo posto una controfigura e navigando nelle vesti di un umile mozzo -, avrebbe tentato di riprendere in mano la Francia. Un contrattempo avrebbe fatto sì che con la morte del povero villano si credesse morto l'imperatore. Nessuno riconosce in lui il condottiero di mille battaglie e si ritrova a vivere una vita modesta nei quartieri popolari di Parigi. All'inizio la soffre come un'umiliazione peggiore dell'esilio stesso, presto la accetta come una liberazione. Liberazione da un ego ciclopico.
Il nesso: quando Vittorio Emanuele - dopo anni di screzi, polemiche e moti d'orgoglio - dice "sì alla Costituzione e alla Repubblica" indossa improvvisamente nuove vesti. E' un cittadino, più che un monarca. E noi, come leggiamo questo gesto?
Ecco il test probabile: a) E' un "cavallo di Troia", perché una volta rientrato... b) A nessun italiano è richiesto di giurare sulla Costituzione! c) Quello che dice mi è del tutto indifferente. Purtroppo paga una colpa "storica" - magari non sua -, ma una questione di principio non può essere cancellata così. d) Quello che dice mi è del tutto indifferente, però umanamente mi sembra atroce l'idea dell'esilio. e) Carino il ciuffo dandy e l'erre nobile del figlio Emanuele Filiberto.
Ora, lasciandovi tutto il tempo per scegliere la risposta alla quale aderire, vorremmo lasciar da parte mitizzazioni omeriche (finita l'odissea, tornano all'amata Itaca ancora non è stata usata?), paranoie proverbiali (traditore il padre, traditore il figlio) e tutto quanto pertiene all'ambito del "politically correct".
Le responsabilità e gli errori vanno riconosciuti, sempre e comunque. Da parte di chi ne è l'artefice e da parte di chi li osserva. Non è necessario strillarli in faccia o ai quattro venti. Bisogna convincersi che tali sono e farli possibilmente diventare "carne". Fare dell'esperienza un'esperienza. Solo così si va avanti. Allora ecco che l'avvento del fascismo, l'entrata in guerra e il "viaggio verso Sud" di Vittorio Emanuele III sono fatti che hanno condizionato la storia d'Italia e la vita degli italiani. Al di là del punto di vista che si sceglie. E' un dato di fatto, da giudicare ognuno con la propria coscienza politica.
Che poi - portandola fino alla radice la riflessione - perché discutere sulle ipotesi "se il re avesse fatto" o "se il re avesse detto", perché criticare la monarchia attribuendole responsabilità specifiche? Per sua natura è tutta una "responsabilità", da quando mette in testa a tutto e a tutti un re.
Allo stesso modo a quasi sessant'anni dal referendum che decretò l'esilio dei Savoia, il ritorno condizionato dalla richiesta di un giuramento ufficiale ha proprio l'aria di una beffa. Non tanto per chi lo fa, ma per chi lo chiede e alla fine lo riceve pure. O no?
Se non avvertite la stessa sensazione ripetete il test. Forse non si sono ancora formati anticorpi sufficienti e i vestiti del re che preferiamo sono ancora quelli di un tempo. Nettamente più colorati e riconoscibili.
Michele Fianco
|
|
|