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Rassegna stampa dal 4 al 10 febbraio
Avanti Savoia!
Senato: primo sì al rientro in Italia. Ma sono tutti convinti?

Forse potrà coronarsi il sogno dei Savoia: il rientro in Italia. L'esilio dei Savoia iniziò il 13 giugno del 1946, undici giorni dopo il referendum che ha abolito la monarchia per uno Stato repubblicano. In quel giorno, Umberto II, isolato dagli esponenti politici, lasciò l'Italia, prima di venire a conoscenza del risultato del referendum, reso noto dalla Corte di Cassazione, cinque giorni più tardi. A 23 anni dalla presentazione della prima proposta di modifica costituzionale si arriva, dunque, in questi giorni, alla svolta storica. E le previsioni sono tutte positive. Difatti, il giuramento di fedeltà alla Repubblica sottoscritto da Vittorio Emanuele di Savoia e dal figlio convince anche i Ds e la Margherita. Via, dunque, al voto per la legge che abroga soltanto i primi due commi della XIII disposizione, lasciando immutato il terzo che si riferisce all'avocazione allo Stato dei beni dei Savoia sul territorio italiano. Il Senato così si esprime. 235 i sì, 19 no e 15 astenuti. Si supera ampiamente la soglia dei 2/3 necessaria per evitare il referendum. La legge costituzionale comincia il suo iter.

E' la vigilia del voto al senato, la prima della quattro votazioni per il rientro in Italia degli eredi maschi dei Savoia. Il mattino del 4 scrive "Il ritorno dei Savoia non cambierà il giudizio degli storici su Vittorio Emanuele II, Umberto I e Vittorio Emanuele III. Al primo nessuno potrà negare il merito di essere stato uno dei protagonisti del Risorgimento italiano, grazie al fatto di avere conservato nel suo regno le libertà politiche dopo il 1848, facendone così il centro propulsore del processo di unificazione. Sarà difficile anche che si modifichi il giudizio su Umberto I, soprattutto per l'atteggiamento assunto nel 1898, quando contribuì a provocare una crisi politica che segnò uno dei momenti più difficili nella storia dell'Italia unita. Fu Vittorio Emanuele III che, scegliendo come primo ministro Giolitti, avviò l'Italia sulla strada dello sviluppo economico e sociale. Ma fu poi corresponsabile delle scelte di Mussolini, compresa quella dell'intervento nella seconda guerra mondiale. E l'8 settembre 1943, abbandonando precipitosamente Roma, segnò la fine della monarchia". E, oltre, ancora sui Savoia, "Quello che sappiamo è sufficiente a darne un giudizio sostanzialmente negativo, che però non toglie niente ai meriti del suo antenato Vittorio Emanuele II. E non può più influire sul destino individuale dei suoi discendenti".

Sul Corriere della sera di martedì, voce ai monarchici italiani "Amarezza, dolore, rincrescimento. Tre parole, tutte orientate al negativo, per descrivere le proprie sensazioni dopo la scelta di Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto. A pronunciarle quelli che dovrebbero essere i loro più fedeli seguaci: i monarchici italiani. No, non ci stanno". Oltre, ancora "C'è la presa d'atto rincresciuta del Movimento nazionale monarchico, che ribadisce la propria fedeltà all'istituzione monarchica a prescindere dalle persone. Soprattutto c'è la dichiarazione durissima di Gian Nicola Amoretti e Sergio Boschiero, ovvero il presidente e il segretario nazionale dell'Unione monarchica italiana, l'associazione più antica, fondata nel 1944 e sempre appoggiata dal re Umberto II in esilio. Quello che definiscono il giuramento repubblicano è considerato un atto non richiesto, non necessario, non dovuto. Un vero e proprio atto di spoliazione e di rinuncia definitiva a ogni ruolo dinastico".

Si può davvero dire addio alla dinastia di Casa Savoia? Non è di questo avviso Vittorio Emanuele che "non rinuncia a far sapere che manterrà alta la bandiera della legittimità dinastica, dell'onore e degli ideali rappresentati dalla monarchia sabauda di cui oggi è fedele interprete il principe Amedeo di Savoia, duca d'Aosta".

Sul Tempo del 5 "Il capogruppo dei senatori diessini Angius ieri ha annunciato che proporrà all'assemblea del gruppo di votare sì. Le perplessità, che avrebbero giustificato un voto di astensione, ha spiegato Angius, sono cadute perché la famiglia Savoia ha risposto in modo chiaro e inequivocabile alla richiesta dei Ds di una esplicita dichiarazione di fedeltà alla Costituzione. Vittorio Emanuele con la sua dichiarazione, ha detto ancora Angius, ha riconosciuto le scelte che il popolo italiano ha compiuto con la nascita della Repubblica".

Chi, invece, non è stato persuaso dalla dichiarazione di fedeltà alla Repubblica è il Pdci, il cui capogruppo, Luigi Marino, afferma"Noi non abbiamo cambiato idea e voteremo no perché la dichiarazione dei Savoia arriva dopo anni di contraddizioni, ripensamenti, gaffes e rettifiche" Anche i Verdi non demordono "La lettera di Vittorio Emanuele è tardiva e strumentale per il Verde Paolo Cento che la considera un chiaro tentativo di condizianare il Parlamento".

Sul Messaggero, buone previsioni per i Savoia "Le dimensioni del consenso tra le forze politiche lasciano prevedere che, dopo le due ultime votazioni previste per ogni modifica costituzionale a distanza di tre mesi, non sarà necessario il ricorso al referendum previsto dall'articolo 138 della Carta nel caso che i sì di Camera e Senato siano inferiori ai due terzi dei parlamentari". Difatti, tra consensi e dissensi, i "no non dovrebbero comunque portare al di sotto della soglia dei 280 i sì alla legge. Ben al di sopra, quindi, dei 214 voti pari ai due terzi del Senato"
.

Sulla Stampa il sogno del "Re". "Ritornare finalmente in Italia: Vittorio Emanuele di Savoia non ha sognato altro nella vita, assicura Alessandro Ferodi, giornalista Rai, che da alcuni mesi sta raccogliendo le memorie del principe, una biografia che sarà pubblicata da Rizzoli nella prossima estate. Molti hanno scritto di lui, questa volta è lui che si racconta, scavando nei suoi ricordi, a cominciare da quelli movimentatissimi della prima infanzia. Sequenze viste attraverso gli occhi di un bimbo, costretto dalla storia a cambiamenti repentini".

Sul Giornale Marcello Veneziani, a favore del rientro dei Savoia, eslama in prima pagina "E' ora che tornino mettendo fine al principio dinastico e vendicativo dell'ereditarietà infinita della colpa". Su Avvenire Umberto Folena scrive, avanzando qualche remora e timore: "Ci preoccupa che, una volta qui, i Savoia possano essere pronti a tutti, ossia: talk show, varietà, copertine di rotocalchi, gossip, amorazzi, serate mondane, sfilate di moda, gadget, salotti bene, esternazioni".

Sul Foglio un interrogativo: "A che serve un Re fedele alla Repubblica come un ministeriale con tredicesima?. Ormai non c'è né Re, né Regno e non ci sarà peggiore onta un distinto signore che spaccia se stedsso come parte della storia patria e non, come sarebbe giusto, parte in causa degli imbrogli all'italiana".

Arriva il 5 ed il Senato si esprime. Sul rientro dei Savoia si ottiene maggioranza ampia, superiore ai due terzi. Sulla Stampa del 6 si legge "Contestazioni stavolta niente, è appena un fruscio il cartello inneggiante all'anarchico Bresci che il rifondarolo Luigi Malabarba si scrive da solo col pennarello e da solo inalbera un attimo prima che si cominci a votare. Provocando niente più che un rapido, esterrefatto Senatore, la prego! da parte del presidente Marcello Pera. Il quale poi chiuderà la storica seduta, passando all'esame di norme venatorie, con un ringraziamento alla civiltà del dibattito (La qualità la considereranno altri) e una valutazione finale: In quest'Aula oggi abbiamo votato una riforma della Costituzione, non abbiamo dato i voti alla Storia".

E, ancora sulla Stampa … l'alter Re "IL re Vittorio Emanuele, quello dal sangue blu, con lo stemma dei Savoia e gli antenati che hanno costruito l´unità d´Italia sta a Gstaad, nella villa di famiglia, e anche se non ha più al suo fianco un ministro di Realcasa, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica si prepara a tornare nel suo Paese. L'altro Re, Silvio Berlusconi, quello di fatto, che per la debolezza dell'opposizione sta trasformando l'Italia di nuovo in un reame, si divide nei due nuovi palazzi reali di Roma, Palazzo Chigi e la dépendance di Palazzo Grazioli, circondato dalla sua corte ossequiosa quanto e come quella Sabauda, con Gianni Letta al posto di Falcone Lucifero e Paolo Bonaiuti nel ruolo di gran Ciambellano". Ancora, "Chi non ha un capo, un leader, magari un Re da sognare, come la sinistra, se ne lamenta: Nanni Moretti insegna. Inutile nasconderselo, tramontate le ideologie è tornato l´insidioso fascino del capo. La sinistra non se ne rende conto - spiega Beppe Pisanu - ma se qualcuno promuove il referendum sul ritorno dei Savoia, mette le basi per la nascita di un nuovo partito monarchico. Un ritorno del Re? Non ne abbiamo bisogno. Guardate Berlusconi, lui governa una maggioranza che è plasmata sulla sua persona, sulla sua immagine di capo. Tanto che, secondo me, è impossibile immaginare qualcuno che gli succeda. Anzi, se la sinistra fosse capace, se avesse la stessa perizia di quella di un tempo, organizzerebbe un colpo di mano per mandarlo al Quirinale e lasciarci senza capo. Scherzo, ma quella è l´unica ipotesi che può salvarli, che può rimettere in moto tutto, di lì può passare - dico per ipotesi - anche il ritorno ad una legge elettorale proporzionale".

Sulla Nazione del 6 "Il voto del Senato è stato preceduto dalla dichiarazione favorevole del premier Silvio Berlusconi, che ha detto di ritenere assolutamente giusto il rientro dei Savoia aggiungendo che secondo alcuni sondaggi l'80% degli italiani è favorevole ad accogliere i discendenti di Casa Savoia nei confini nazionali".

Su Repubblica del 10, dopo il voto favorevole del Senato al rientro dei Savoia, Emanuele Filiberto è deciso a iniziare un'altra battaglia: "Penso che con l'abrogazione dell'esilio si anormale che tutti i Savoia, vivi e morti, possano tornare in Italia. Con mio padre agiremo per far tornare anche le spoglie.".


Cinzia Bianchino/Grandinotizie.it/10 febbraio 2002


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