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Forse potrà coronarsi il sogno
dei Savoia: il rientro in Italia. L'esilio dei Savoia iniziò il 13 giugno del
1946, undici giorni dopo il referendum che ha abolito la monarchia per uno Stato
repubblicano. In quel giorno, Umberto
II, isolato dagli esponenti politici, lasciò l'Italia, prima di
venire a conoscenza del risultato del referendum, reso noto dalla Corte di Cassazione,
cinque giorni più tardi. A 23 anni dalla presentazione della prima proposta di
modifica costituzionale si arriva, dunque, in questi giorni, alla svolta storica.
E le previsioni sono tutte positive. Difatti, il giuramento di fedeltà
alla Repubblica sottoscritto da Vittorio
Emanuele di Savoia e dal figlio convince anche i Ds e la Margherita.
Via, dunque, al voto per la legge che abroga soltanto i primi due commi della
XIII disposizione, lasciando immutato il terzo che si riferisce all'avocazione
allo Stato dei beni dei Savoia sul territorio italiano. Il Senato così si esprime.
235 i sì, 19 no e 15 astenuti. Si supera ampiamente la soglia dei 2/3 necessaria
per evitare il referendum. La legge costituzionale comincia il suo iter.
E' la vigilia del voto al senato, la prima della quattro votazioni per il rientro
in Italia degli eredi maschi dei Savoia. Il mattino del 4 scrive "Il ritorno
dei Savoia non cambierà il giudizio degli storici su Vittorio Emanuele II,
Umberto I e Vittorio Emanuele III. Al primo nessuno potrà negare
il merito di essere stato uno dei protagonisti del Risorgimento italiano, grazie
al fatto di avere conservato nel suo regno le libertà politiche dopo il 1848,
facendone così il centro propulsore del processo di unificazione. Sarà difficile
anche che si modifichi il giudizio su Umberto I, soprattutto per l'atteggiamento
assunto nel 1898, quando contribuì a provocare una crisi politica che segnò uno
dei momenti più difficili nella storia dell'Italia unita. Fu Vittorio Emanuele
III che, scegliendo come primo ministro Giolitti, avviò l'Italia sulla
strada dello sviluppo economico e sociale. Ma fu poi corresponsabile delle scelte
di Mussolini, compresa quella dell'intervento nella seconda guerra mondiale.
E l'8 settembre 1943, abbandonando precipitosamente Roma, segnò la fine della
monarchia". E, oltre, ancora sui Savoia, "Quello che sappiamo è sufficiente a
darne un giudizio sostanzialmente negativo, che però non toglie niente ai meriti
del suo antenato Vittorio Emanuele II. E non può più influire sul destino individuale
dei suoi discendenti".
Sul Corriere della sera di martedì, voce ai monarchici italiani "Amarezza,
dolore, rincrescimento. Tre parole, tutte orientate al negativo,
per descrivere le proprie sensazioni dopo la scelta di Vittorio Emanuele ed Emanuele
Filiberto. A pronunciarle quelli che dovrebbero essere i loro più fedeli seguaci:
i monarchici italiani. No, non ci stanno". Oltre, ancora "C'è la presa d'atto
rincresciuta del Movimento nazionale monarchico, che ribadisce la propria fedeltà
all'istituzione monarchica a prescindere dalle persone. Soprattutto c'è la
dichiarazione durissima di Gian Nicola Amoretti e Sergio Boschiero,
ovvero il presidente e il segretario nazionale dell'Unione monarchica italiana,
l'associazione più antica, fondata nel 1944 e sempre appoggiata dal re Umberto
II in esilio. Quello che definiscono il giuramento repubblicano è considerato
un atto non richiesto, non necessario, non dovuto. Un vero e proprio atto di
spoliazione e di rinuncia definitiva a ogni ruolo dinastico".
Si può davvero dire addio alla dinastia di Casa Savoia? Non è di questo avviso
Vittorio Emanuele che "non rinuncia a far sapere che manterrà alta la bandiera
della legittimità dinastica, dell'onore e degli ideali rappresentati dalla monarchia
sabauda di cui oggi è fedele interprete il principe Amedeo di Savoia, duca
d'Aosta".
Sul Tempo del 5 "Il capogruppo dei senatori diessini Angius ieri
ha annunciato che proporrà all'assemblea del gruppo di votare sì. Le perplessità,
che avrebbero giustificato un voto di astensione, ha spiegato Angius, sono cadute
perché la famiglia Savoia ha risposto in modo chiaro e inequivocabile alla
richiesta dei Ds di una esplicita dichiarazione di fedeltà alla Costituzione.
Vittorio Emanuele con la sua dichiarazione, ha detto ancora Angius, ha riconosciuto
le scelte che il popolo italiano ha compiuto con la nascita della Repubblica".
Chi, invece, non è stato persuaso dalla dichiarazione di fedeltà alla Repubblica
è il Pdci, il cui capogruppo, Luigi Marino, afferma"Noi non abbiamo
cambiato idea e voteremo no perché la dichiarazione dei Savoia arriva dopo anni
di contraddizioni, ripensamenti, gaffes e rettifiche" Anche i Verdi non demordono
"La lettera di Vittorio Emanuele è tardiva e strumentale per il Verde
Paolo Cento che la considera un chiaro tentativo di condizianare il Parlamento".
Sul Messaggero, buone previsioni per i Savoia "Le dimensioni del consenso
tra le forze politiche lasciano prevedere che, dopo le due ultime votazioni previste
per ogni modifica costituzionale a distanza di tre mesi, non sarà necessario il
ricorso al referendum previsto dall'articolo 138 della Carta nel caso che i sì
di Camera e Senato siano inferiori ai due terzi dei parlamentari". Difatti, tra
consensi e dissensi, i "no non dovrebbero comunque portare al di sotto della soglia
dei 280 i sì alla legge. Ben al di sopra, quindi, dei 214 voti pari ai due terzi
del Senato".
Sulla Stampa il sogno del "Re". "Ritornare finalmente in Italia: Vittorio
Emanuele di Savoia non ha sognato altro nella vita, assicura Alessandro
Ferodi, giornalista Rai, che da alcuni mesi sta raccogliendo le memorie del
principe, una biografia che sarà pubblicata da Rizzoli nella prossima estate.
Molti hanno scritto di lui, questa volta è lui che si racconta, scavando nei
suoi ricordi, a cominciare da quelli movimentatissimi della prima infanzia. Sequenze
viste attraverso gli occhi di un bimbo, costretto dalla storia a cambiamenti repentini".
Sul Giornale Marcello Veneziani, a favore del rientro dei Savoia,
eslama in prima pagina "E' ora che tornino mettendo fine al principio dinastico
e vendicativo dell'ereditarietà infinita della colpa". Su Avvenire Umberto
Folena scrive, avanzando qualche remora e timore: "Ci preoccupa che, una volta
qui, i Savoia possano essere pronti a tutti, ossia: talk show, varietà, copertine
di rotocalchi, gossip, amorazzi, serate mondane, sfilate di moda, gadget, salotti
bene, esternazioni".
Sul Foglio un interrogativo: "A che serve un Re fedele alla Repubblica
come un ministeriale con tredicesima?. Ormai non c'è né Re, né Regno e non ci
sarà peggiore onta un distinto signore che spaccia se stedsso come parte della
storia patria e non, come sarebbe giusto, parte in causa degli imbrogli all'italiana".
Arriva il 5 ed il Senato si esprime. Sul rientro dei Savoia si ottiene maggioranza
ampia, superiore ai due terzi. Sulla Stampa del 6 si legge "Contestazioni
stavolta niente, è appena un fruscio il cartello inneggiante all'anarchico Bresci
che il rifondarolo Luigi Malabarba si scrive da solo col pennarello
e da solo inalbera un attimo prima che si cominci a votare. Provocando niente
più che un rapido, esterrefatto Senatore, la prego! da parte del presidente
Marcello Pera. Il quale poi chiuderà la storica seduta, passando all'esame
di norme venatorie, con un ringraziamento alla civiltà del dibattito (La qualità
la considereranno altri) e una valutazione finale: In quest'Aula oggi abbiamo
votato una riforma della Costituzione, non abbiamo dato i voti alla Storia".
E, ancora sulla Stampa … l'alter Re "IL re Vittorio Emanuele, quello dal
sangue blu, con lo stemma dei Savoia e gli antenati che hanno costruito l´unità
d´Italia sta a Gstaad, nella villa di famiglia, e anche se non ha più al suo fianco
un ministro di Realcasa, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica si prepara
a tornare nel suo Paese. L'altro Re, Silvio Berlusconi, quello di fatto,
che per la debolezza dell'opposizione sta trasformando l'Italia di nuovo in un
reame, si divide nei due nuovi palazzi reali di Roma, Palazzo Chigi e la dépendance
di Palazzo Grazioli, circondato dalla sua corte ossequiosa quanto e come quella
Sabauda, con Gianni Letta al posto di Falcone Lucifero e Paolo
Bonaiuti nel ruolo di gran Ciambellano". Ancora, "Chi non ha un capo, un leader,
magari un Re da sognare, come la sinistra, se ne lamenta: Nanni Moretti insegna.
Inutile nasconderselo, tramontate le ideologie è tornato l´insidioso fascino del
capo. La sinistra non se ne rende conto - spiega Beppe Pisanu -
ma se qualcuno promuove il referendum sul ritorno dei Savoia, mette le basi per
la nascita di un nuovo partito monarchico. Un ritorno del Re? Non ne abbiamo bisogno.
Guardate Berlusconi, lui governa una maggioranza che è plasmata sulla sua persona,
sulla sua immagine di capo. Tanto che, secondo me, è impossibile immaginare qualcuno
che gli succeda. Anzi, se la sinistra fosse capace, se avesse la stessa perizia
di quella di un tempo, organizzerebbe un colpo di mano per mandarlo al Quirinale
e lasciarci senza capo. Scherzo, ma quella è l´unica ipotesi che può salvarli,
che può rimettere in moto tutto, di lì può passare - dico per ipotesi - anche
il ritorno ad una legge elettorale proporzionale".
Sulla Nazione del 6 "Il voto del Senato è stato preceduto dalla dichiarazione
favorevole del premier Silvio Berlusconi, che ha detto di ritenere assolutamente
giusto il rientro dei Savoia aggiungendo che secondo alcuni sondaggi l'80%
degli italiani è favorevole ad accogliere i discendenti di Casa Savoia nei confini
nazionali".
Su Repubblica del 10, dopo il voto favorevole del Senato al rientro dei
Savoia, Emanuele Filiberto è deciso a iniziare un'altra battaglia: "Penso
che con l'abrogazione dell'esilio si anormale che tutti i Savoia, vivi e morti,
possano tornare in Italia. Con mio padre agiremo per far tornare anche le spoglie.".
Cinzia Bianchino/Grandinotizie.it/10 febbraio 2002
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