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Sulla dibattuta
questione del rientro o meno in Italia dei discendenti Savoia
tanti hanno espresso la loro idea. Oltre ad una fervente partecipazione
dell'opinione pubblica e alle esternazioni dei reali d'Italia,
molte autorevoli dichiarazioni sono state rilasciate sull'argomento.
Emanuele Filiberto. (La Repubblica - 31 gennaio
2001)
"Io personalmente non ho assolutamente nulla contro il giurare
fedeltà (alla Repubblica, ndr), quindi lo farei adesso. Però non
vedo perché mio padre ed io dovremmo farlo. Facendoci giurare
fedeltà ci danno troppa importanza, non ci considerano certo come
il signor Rossi. E' come se avessero paura di noi. E dove dovremmo
giurare? In Parlamento? Forse al Quirinale: magari, mi sentirei
molto importante! Se ce lo chiedono non vedo perché no. Oggi la
Repubblica c'è, è una Repubblica forte. Chi ha paura dei Savoia?
Credo nessuno. Se questa è la condizione, lo farei.
Le leggi razziali per me sono il più grande orrore che l'Italia
abbia avuto. Si sa tutto quello che è successo ma io volevo rendermi
conto di persona e due anni fa sono andato a Gerusalemme apposta
per visitare il Museo dell'Olocausto. Quello che si legge sui
giornali non è niente a paragone di quello che si vede lì. E'
talmente, mi scusi il termine, schifoso. Credo che quelle leggi
razziali non ci dovevano essere e, anche se io non ne ho colpa,
mi scuso a nome di tutti quelli che hanno partecipato a quello
che è successo. Mi vergogno. Noi siamo contro ogni forma di razzismo
e di antisemitismo che purtroppo adesso si sta ripresentando,
con una rimonta delle estreme destre. Vedete cosa sta succedendo
in Austria. Dovrebbero mettere un Museo dell'Olocausto in ogni
città".
Giulio Andreotti (Il Messaggero - 30 gennaio 2001)
"Il motivato messaggio di condoglianze che il presidente Ciampi
ha inviato per la morte della regina Maria José è indice
di una maturazione di tempi che offre forse la possibilità di
risolvere due delicati problemi. Il primo riguarda le spoglie
di Vittorio Emanuele III, che dal 1947 giacciono 'provvisoriamente'
in una chiesa di Alessandria d'Egitto. La sepoltura al Pantheon
non venne accordata dal nostro governo; e il figlio rifiutò l'ipotesi
di Superga. A sua volta la regina Elena è in 'deposito'
nel cimitero di Montpellier. Dopo tanto tempo penso che non dovrebbe
essere difficile rimuovere per l'uno e l'altro i veti per il Pantheon.
Le condiscendenze verso il fascismo possono considerarsi prescritte;
lasciando invece il campo al ricordo intatto di Vittorio Veneto
e della compiuta unità d'Italia. A loro volta Umberto II
e Maria José riposeranno (in pace e riuniti) nella regione
savoiarda originaria della Casa, non più ignorati dalla Repubblica
come avvenne alla morte dell'ultimo breve sovrano. Per i cristiani
si tratta di una delle opere di misericordia; e per tutti giovi
la convinzione foscoliana che all'ombra dei cipressi e dentro
l'urne il sonno della morte è meno duro.
Più complessa è la questione del superamento della norma costituzionale
che vieta l'ingresso e il soggiorno in Italia dei discendenti
maschi e delle loro consorti. Con la sua scapigliata autorevolezza,
Sandro Pertini aveva deciso di prendere le iniziative necessarie,
in aggiunta ad un pubblicizzato incontro a Ginevra con la regina
e l'udienza al Quirinale della figlia Maria Beatrice che
chiedeva aiuto per una controversia con l'augusto fratello (Pertini
incaricò me di telefonare al re di Spagna). Il fattaccio dell'isola
di Cavallo bloccò il proposito pertiniano; mentre con un brillante
espediente giuridico si ritenne che le vedove non hanno più 'consorzio'
e per Maria José e Marina Doria fu tolto l'embargo costituzionale.
Una volta chiarito, anche nel vocabolario corrente, che ritorno
non vuol minimamente dire ridiscutere sulla istituzione repubblicana
(in una lettera al presidente Cossiga il principe non più ereditario
lo riconobbe esplicitamente), non penso che sussistano ostacoli
per abrogare l'articolo XIII delle Disposizioni transitorie o,
per esattezza, il secondo comma di questo articolo. Nessuno infatti
chiede di revocare l'avvenuta avocazione del quinto del patrimonio
di Vittorio Emanuele III trasferito al figlio Umberto. Se il re
fosse morto quattro giorni dopo, l'entrata in vigore della Costituzione
avrebbe fatto nazionalizzare anche gli altri quattro quinti ereditati
dalle figlie. La storia si snoda a fili sottili.
Bruno Vespa. (Il Mattino - 31 gennaio 2001)
"Chi ha bloccato in Parlamento il cammino della legge costituzionale
necessaria a rimuovere i divieti sostiene che ogni volta che si
stava vicini all'approvazione, i Savoia facevano qualche birichinata.
Bene, anche questo problema può dirsi superato. L'altra sera c'è
stato infatti il primo confronto pubblico tra il principe ereditario
e il ministro Guardasigilli della Repubblica, che è anche candidato
vicepremier del centrosinistra alle prossime elezioni politiche
(13 maggio 2001, ndr). Vittorio Emanuele non aveva mai
accettato prima di parlare in diretta e c'è da capirlo. Enrico
Berlinguer una volta spiegò così la stessa diffidenza: 'Non mi
gioco quarant'anni di carriera per un aggettivo sbagliato'. Il
principe s'era giocato ripetutamente allo stesso modo il rientro
in Patria.
L'altra sera dal Cielo la mamma gli ha messo una mano sulla testa.
Non solo Vittorio Emanuele non ha fatto una gaffe, ma ha parlato
della Repubblica e del suo presidente in termini così naturali,
deferenti e commossi che a un certo punto in studio ho chiesto
con lo sguardo a Fassino che cos'altro ci fosse da aggiungere.
E Fassino con lo sguardo ha risposto: nulla.
Questo,come ha chiarito lo stesso Guardasigilli, non c'entra niente
con la storia controversa dei Savoia, con le corresponsabilità
nella dittatura fascista e con tutto il resto. Anche se l'altra
sera per la prima volta si è rivelato con chiarezza e con autorevoli
riscontri testimoniali che Umberto non voleva partecipare alla
fuga a Brindisi dell'8 settembre e quando fu costretto ad intrupparvisi
commentò: 'Che brutta figura'. L'ultima parola spetta naturalmente
al Parlamento. I tre mesi necessari tra una doppia approvazione
parlamentare e l'altra impediscono che si dia corso alla pratica
in questa legislatura. Ma lo stesso Fassino ha detto che la prossima
può aprirsi con il rinnovo del provvedimento per consentire prima
della fine dell'anno il rientro Vittorio Emanuele,di suo figlio
e delle salme dei genitori e dei nonni. Che vanno sepolte al Pantheon,
la tomba dei re d'Italia come Superga lo fu dei Savoia pre-unitari.
Non c'è repubblicano che lo sia più di Carlo Azeglio Ciampi. Eppure
lui ha capito tra i primi che non si ricostruisce una identità
nazionale cominciando dal '45. E che nessun tripudio di folla,
nessuna messa reale può trasformare ormai una Repubblica in Monarchia".
Indro Montanelli. (Il Corriere della sera -15 dicembre
2000)
"Io sono un vecchio amico di Mack Smith, di cui ho sempre
ammirato la vivacità e ricchezza del racconto storico: retaggio
della sua formazione accademica inglese. Però non ho mai potuto
condividere l'impostazione ideologica che egli dà del nostro Risorgimento,
in contrasto con quasi tutti gli altri storici del suo Paese.
Da buon 'liberal' britannico (termine che non corrisponde all'italiano
liberale, ma piuttosto a quello di 'radicale' e, ancor più, a
quello di 'azionista'), Mack Smith è convinto che il Risorgimento
fu fatto non dai Savoia e da Cavour, ma da Mazzini
e da Garibaldi [...]. Finale ed amara conclusione: che
chiunque sia stato a fare l'Italia essa non fu fatta dal popolo
italiano.
Ciò posto, spero che lei non pretenderà che io riassuma il Risorgimento
in una 'stanza'. Ma le consiglio d'informarsene leggendo l'opera
più completa ed aggiornata che sia stata scritta da uno storico
italiano non sospettabile di pregiudiziali ideologiche: il Cavour
di Rosario Romeo, in cui la Storia del Risorgimento c'è
tutta dall'a alla zeta.
Quanto al ritratto che lei [il lettore Alberto Giusti che
ha inviato una lettera aperta a Montanelli, ndr] fa di
Vittorio Emanuele, mi permetta di dirglielo senz'aversene a male,
è quanto abbia letto di più ridicolo. Che l'uomo fosse rozzo,
di abitudini e gusti plebei, un soldataccio incolto e di poche
letture, è vero. Quando andò a Firenze (ed era la prima volta)
a consacrare, dopo il plebiscito, l'annessione della Toscana al
Regno d'Italia, i fiorentini gli fecero un solenne ricevimento
nella Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, dove gli furono
presentate le più alte cariche ed i nomi più illustri della città,
tra cui il podestà Ugolino della Gherardesca.
Dopo avergli stretto la mano, il Re si rivolse a Bettino Ricasoli,
che faceva gli onori di casa, e gli mormorò all'orecchio: "O non
se li era mangiati tutti?", vagamente ricordando, nel grande buio
della sua ignoranza, i versi nei quali Dante accusa l'Ugolino
di allora d'essersi mangiato, nella prigione di Pisa ('Poscia
più che il dolor poté il digiuno') i figli e i nipoti.
E chi le ha raccontato (non credo nemmeno Mack Smith) che sperperava
il pubblico denaro per pagare le sue amanti? Vittorio Emanuele
era celebre anche per la sua taccagneria; come amanti preferì
sempre le ragazzotte del popolo che puzzavano un po' di mal lavato
(una di queste, la 'bella Rosina', figlia d'un sottufficiale
degli Alpini, fu per tutta la vita la sua amante in carica) e
le sue alcove preferite erano i pagliai dei rifugi di caccia.
Questi rustici gusti li condivideva con Garibaldi, col quale infatti
il suo rapporto umano fu sempre eccellente.
Ma poi come fa lei a dire che la sua politica fu un seguito d'insuccessi?
Salì giovanissimo, in seguito all'abdicazione di suo padre Carlo
Alberto, sul vacillante trono di un Piemonte strabattuto e
in balìa di un'Austria trionfante. E lo lasciò il giorno della
morte (una bella morte: con una semplice giacca da caccia sulle
spalle, volle stringere la mano a tutti i suoi maggiori collaboratori,
ad ognuno raccomandando in piemontese: 'Niente commozione, per
piacere'). E lasciò la vita e il trono come re di un'Italia riconosciuta
(anche se forse un po' a torto) Grande Potenza europea. E lei
questa parabola, scritta nei fatti, me la chiama 'un insuccesso'?
No, caro Giusti, non vada a giocare a bridge. Veda piuttosto,
se ha interesse alla storia, a consultare delle cose un po' meno
partigiane. Fra cui certe pagine (che credo tradotte anche in
italiano) del Diario della Regina inglese, la grande Vittoria.
La quale, descrivendo il ballo dato dalla Corte di Londra al giovane
sovrano Vittorio Emanuele, che essa dipinge 'dissoluto' (a causa
della bella Rosina), rozzo, mal vestito, mal lavato, puzzolente
di sigaro e che, ballando con lei, le pestava continuamente i
piedi, aggiunge: 'Però son sicura che se in quel momento fosse
entrato nella sala il drago, lui sarebbe stato il primo a sfoderare
la spada per difendermi'.
Grandinotizie.it/1 febbraio 2001 ore 19:50
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