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Il 5 giugno 1944
Vittorio Emanuele III nomina il figlio, Umberto II,
luogotenente generale del regno, affidandogli di fatto tutti i
poteri. Quando due anni dopo l'opinione pubblica chiede il referendum
istituzionale, il re tenta - malvolentieri - di fermare l'incalzare
degli eventi con l'abdicazione, nella speranza che la maggiore
popolarità del figlio possa influire sulle sorti della battaglia
elettorale e salvare la dinastia. Troppo tardi: la collusione
di casa Savoia con il fascismo è troppo viva negli italiani. Così
il 9 maggio del 1946 Umberto diviene re per un solo mese. Dal
referendum, che si svolge a giugno, la monarchia esce sconfitta:
Umberto esprime riserve sulla validità del risultato elettorale,
ma seguirà comunque il padre sulla via dell'esilio.
Alle 10 del 5 giugno si reca da lui, al Quirinale, il presidente
del Consiglio Alcide De Gasperi per comunicargli che i
risultati non sono definitivi, ma che la Repubblica ha vinto.
Per la stabilità nazionale deve far partire la Regina ed i principi
entro ventiquattro ore. Umberto dispone che la regina e i figli
partano immediatamente per il Portogallo, a bordo della nave Duca
degli Abruzzi. Lui, invece, rimane a Roma per attendere i risultati
definitivi della Corte di Cassazione. Gli angloamericani fanno
sapere al re che è preferibile che lasci l'Italia. Il 12 giugno
il Consiglio dei Ministri decide ed annuncia il passaggio di tutti
i poteri del capo dello Stato dal sovrano a De Gasperi.
Il 13 giugno il re dispone la sua partenza da Ciampino sul Savoia
Marchetti 95 dell'Aeronautica Militare, alla volta del Portogallo.
Raggiunge la famiglia a Cascais, ma la famiglia rimane unita per
poco: Maria Josè, di spirito troppo allegro per fermarsi in un
luogo tetro e isolato come Cascais, decide di trasferirsi in Svizzera
(per ragioni di salute sarà la motivazione ufficiale), portando
con sé Vittorio Emanuele. Le figlie rimangono con il padre, ma
non per molto.
Dall'esilio, Umberto continua una campagna moderata "quanto inefficace"
per la restaurazione monarchica. Il suo non è un esilio felice
ma, negli anni, Umberto si rassegna a vivere fuori dall'Italia;
un gruppo di fedeli monarchici gli fa dono di una casa chiamata
Villa Italia; grande tifoso di calcio, non manca una sola partita
in cui giochi una squadra italiana.
Muore a Ginevra il 18 marzo del 1983. Qualche mese prima della
sua morte viene inoltrata la richiesta per un ritorno in Italia
del re, ormai malato. Il presidente Pertini ed Umberto
si scrivono, ma Umberto non riconosce il cambiamento istituzionale,
inviando le lettere al "Senatore Pertini". La questione viene
considerata chiusa.
Nel luglio 1982 Umberto dispone per testamento che l'archivio
storico, conservato a Cascais, a Villa Italia, venga consegnato
dopo la sua morte all'Archivio di Stato di Torino, sede dei documenti
originari del suo casato. Qualche mese dopo, nel gennaio 1983,
nomina una commissione di studiosi che valuti a proprio "insindacabile
giudizio quali documenti posteriori al 4 novembre 1918 debbano
essere consegnati con il vincolo della consultabilità per anni
70 ai sensi del decreto 30/9/1963 n. 1409". La disposizione indica,
dunque, che esiste una parte dell'archivio successiva alla prima
guerra mondiale. Ma nel maggio 1983, due mesi dopo la morte di
Umberto, quella commissione, recatasi a Cascais, constata la pressoché
completa assenza di materiale successivo al 1918: sono scomparsi
proprio i documenti per valutare i quali essa era stata istituita.
E intorno all'archivio si apre un piccolo giallo.
Giovanni Belardelli scrive sul Corriere della Sera
"È probabile che quei documenti non avrebbero modificato radicalmente
le nostre conoscenze sul comportamento di Vittorio Emanuele III:
ma certo sarebbe stato interessante verificare se contenevano
qualcosa sulla mancata firma dello stato d'assedio nel '22, sulla
promulgazione delle leggi razziali, sull'armistizio del 1943 e
su tante altre cose".
Negli ultimi anni, i Savoia hanno risposto in modo contraddittorio
sulla questione. Si è parlato, di un possibile furto avvenuto
a Cascais; poi l'idea che dietro la scomparsa ci possano essere
addirittura i servizi segreti. Resta il fatto che nel 1983, morto
Umberto, gli eredi (ma sembra che su questo la famiglia fosse
in disaccordo) non ottemperano alle sue volontà: invece di consegnare
all'Italia l'archivio, lo trasferiscono a Losanna dove è rimasto
per dieci anni. Anche per le sollecitazioni di Alberto Ronchey,
decidono infine di restituirlo. Così, nel 1993, i responsabili
dell'Archivio di Stato di Torino ricevono le carte, naturalmente
incomplete rispetto al lascito originario: manca la parte relativa
al XX secolo.
Enzo Biagi, in un articolo sul Corriere della Sera,
riporta le parole della regina Maria Josè su Umberto di
Savoia: "Un uomo di grande cortesia e di insuperabile dignità.
Non l'ho mai sentito lamentarsi. È stato eroico e stoico: sono
due parole, ma vere".
Valeria De Rosa/Grandi notizie.it/22.2.2001
ore 17:00
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