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L’Italia è repubblicana
Storia di un referendum che ha cambiato il Paese

Finisce la guerra, l'Italia brucia ancora tra le fiamme dei cannoni e quelle della vergogna, unico Stato vincitore e vinto del Secondo conflitto mondiale. Ma, con difficoltà, tenta i primi passi verso un nuovo futuro. La tappa con cui ricominciare è segnata dal referendum del 1946. "Monarchia o Repubblica", recita il quesito e gli italiani barrano in maggioranza la seconda ipotesi. Il 2 giugno 1946 nasce la democrazia della speranza, della voglia di rinfrancarsi, ma anche la Repubblica delle tante polemiche.

Nei giorni che precedono la consultazione il subbuglio è totale. Il 18 marzo il luogotenente Vittorio Emanuele restituisce firmati i due decreti promossi dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi sulla convocazione del referendum popolare. Molti italiani sono ancora prigionieri od internati, impossibilitati contro il loro volere a partecipare al voto che deciderà anche della loro vita. La Democrazia cristiana apre il suo congresso durante il quale ribadisce l'estraneità del partito alla monarchia ed al fascismo.

Il 9 maggio l'agenzia giornalistica Ansa pubblica un lancio secondo il quale a Napoli le lance dell'incrociatore "Duca degli Abruzzi" si preparano ad imbarcare Vittorio Emanuele con cinquanta grandi bagagli. Già da giorni si sospetta l'abdicazione del re, cosa che avviene quella stessa sera dopo un lungo colloquio con il figlio Umberto di Savoia. "La scelta di Vittorio Emanuele III di lasciare il Paese si basa sul desiderio di permettere una consultazione elettorale serena", dichiara il nuovo re, passato alla storia con soprannome impietoso di "re di maggio". Lo stesso giorno monarchici e repubblicani scendono in piazza per manifestare ciascuno a favore della loro bandiera.

Alla vigilia del referendum, Umberto di Savoia invia un messaggio agli italiani in cui conferma che accetterà qualunque responso uscirà dalle urne. Arriva il gran giorno e le votazioni si svolgono regolarmente e con un notevole afflusso dei votanti. Per la prima volta il suffragio è universale, perché sono ammesse al voto anche le donne.

Il 54 per cento delle schede è a favore della Repubblica e l'Italia cambia così faccia. Solamente il 18 giugno, però, si avranno i risultati definitivi. Li rende pubblici la Corte di Cassazione in Parlamento: a favore della Repubblica 12.717.923 voti, della monarchia 10.719.284, schede nulle 1.498.136. Il Nord vota compatto per la Repubblica, mentre il Sud resta attaccato alla tradizione. Anche le donne scelgono la monarchia.

Nel frattempo, il 13 giugno, Umberto II parte dall'aeroporto di Ciampino alle 16.07 per raggiungere Lisbona, dopo un breve scalo a Madrid. Il sovrano lascia un proclamo agli italiani dove accusa il governo di aver compiuto un atto unilaterale con cui ha assunto arbitrariamente poteri che non gli spettano prima della divulgazione ufficiale del risultato referendario. "Con animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia Patria", conclude il re. E' scappato, decidono gli italiani. Il governo definisce "penoso" il documento di Umberto II, nonché falso e tendenzioso. Ma il dado, ormai, è comunque tratto.

Il 18 giugno alle 18 nell'aula di Montecitorio il presidente della Corte di Cassazione, Giuseppe Pagano, dà lettura dei risultati e la Repubblica è fatta.

Il referendum, svoltosi in due giorni, è ancora oggi contestato da alcuni. Oltre all'assenza di un folto numero di italiani - quasi tre milioni, stando ai monarchici - i sostenitori del re accusano i repubblicani di non aver potuto fare liberamente propaganda per la corona e raccontano di una vigilia elettorale carica di violenze. In più dalla consultazione vengono esclusi gli abitanti di Trieste, di Gorizia e delle province di Bolzano. I monarchici affermano anche che molti sono stati i certificati elettorati non reperiti che, sommati a tutti gli altri voti mancati, superano la differenza "ufficiale" fra repubblica e monarchia. Il decreto che ha indetto la consultazione indica nella "maggioranza degli elettori votanti" il limite di validità del referendum e non nella maggioranza dei voti validi. Su questo punto i monarchici cercano di fare leva. Nei giorni tra la votazione ed il responso, l'Italia è in bilico tra le due forme istituzionali ed il colpo di Stato. L'incertezza è pericolosa, ma le contestazioni rimangono lettera morta e l'Italia, alla fine, si incammina verso una nuova forma di Stato.


Laura Coricelli/Grandinotizie.it/1 febbraio 2001 ore 18:45

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