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Maria Josè
di Sassonia Coburgo nasce ad Ostenda, in Belgio, il 4 agosto
1906. I genitori, sovrani del Belgio dal 1909 al 1934, sono due
figure atipiche nel panorama monarchico europeo: Elisabetta,
la madre, veniva chiamata "la Regina Rossa" per le sue simpatie
socialiste e per le sue visite in Cina e in Russia e Alberto
I, il padre, è colui che inaugurerà in Europa lo stile monarchico
borghese meno attento, cioè, alla passiva osservanza di rigide
regole e più incline a favorire la formazione personale e l'espressione
delle proprie opinioni. Cosa questa impensabile nelle altre corti.
Le trasmettono, così, un notevole potenziale intellettuale e un
profondo odio per ogni forma di dittatura e le impartiscono un'educazione
fatta di poche imposizioni e di tanti interessi: pratica molti
sport tra cui il tennis e il nuoto e, in particolare, eredita
dal padre la passione per la montagna e per le arrampicate. Si
cimenta in buone letture e si dedica allo studio del violino e
del piano, prediligendo soprattutto le opere di Chopin
e di Ravel. Viaggia molto e trascorre gran parte dell'adolescenza
a studiare in Italia, apprezzando particolarmente Firenze e Padova.
È una ragazza colta e intelligente, allegra e amante della compagnia,
beneducata, ma anche autonoma e intraprendente. Sempre, comunque,
al limite dell'anticonformismo.
L'ostilità verso il fascismo
Promessa in sposa ad Umberto di Savoia fin dalla tenera
età, incontrerà il principe ereditario la prima volta all'età
di 12 anni. Il 4 gennaio 1930, a 24 anni, giunge in Italia per
celebrare le nozze. Roma, per l'occasione, è dominata in quei
giorni da un clima di generale giubilo e sfarzo. Per festeggiare
il suo arrivo e l'imminente matrimonio sono stati collocati in
ogni angolo di strada ghirlande e stemmi sabaudi affiancati da
enormi fasci littori. Le nozze si tengono l'8 gennaio nella cappella
Paolina del Quirinale alla presenza, tra gli altri, del capo del
governo Benito Mussolini. Già durante la celebrazione del
matrimonio avrà un'avvisaglia che le farà presagire verso quali
conflitti lei, educata dallo stesso padre ai valori della giustizia,
della libertà e dell'uguaglianza, andrà incontro nell'Italia fascista.
Ricorderà, infatti, lei stessa nel libro di memorie La regina
incompresa: "Volevano italianizzare il mio nome in 'Maria
Giuseppina', perché Maria Josè era troppo straniero per i gusti
di Mussolini. I gerarchi fascisti mi chiesero di firmare 'Maria
Giuseppina' addirittura sull'atto di matrimonio. Ma io rifiutai.
Umberto era imbarazzato, non disse nulla".
Terminati i festeggiamenti, ancor di più entrerà in contatto,
e in modo drammatico, con la cruda realtà del fascismo. Se, come
osserva lo storico Lucio Villari, "non risulta che Mussolini
manifesti per lei ostilità. Né Mussolini né il partito fascista"
(intervista apparsa sulla Repubblica del 28 gennaio 2001),
è però anche vero che lei non fece mai nulla per nascondere il
suo risentimento nei confronti del fascismo. Lei stessa ricorda:
"Quando mi trovavo a tu per tu con Mussolini notavo sempre in
lui un certo imbarazzo: forse gli dava fastidio la mia sincerità.
Sapeva che la rigidità del regime non m'incuteva alcuna soggezione".
Fu lei, tra l'altro, la sola dei Savoia che andò da Mussolini
a protestare, dopo che il Gran Consiglio stabilì di intervenire
nella successione al trono. Questo suo atteggiamento nei confronti
del fascismo le causò, nonostante la condotta patriottica dimostrata
sia durante la guerra in Africa che nel conflitto mondiale, pedinamenti
e continua sorveglianza da parte dell'Ovra, l'opera di vigilanza
e repressione dell'antifascismo.
Da un fatto raccontato dalla stessa Maria Josè si può capire quale
distanza separasse la futura regina dalle autorità del fascismo;
ricorda infatti che una volta "alla reggia di Napoli, dove c'era
una meravigliosa sala per i dibattiti, avevo invitato a tenere
una conferenza un esperto di civiltà nuragica. Ero stata in Sardegna
e volevo sapere di più sulla storia del popolo che, millenni addietro
aveva costruito sull'isola quegli strani edifici in pietra a forma
di torri. Il relatore era il solo uomo specializzato sull'argomento
che fossi riuscita a trovare in Italia. Il giorno prima della
conferenza, però, il mio segretario ricevette l'ultimatum del
podestà: 'Il dibattito non può avere luogo. L'argomento è in contrasto
con i principi del regime. L'unica epoca che merita di essere
studiata è quella della Romanità. Chiunque esalta civiltà diverse
da quella latina attenta al fascismo'. Quando mi riferirono l'ordine,
provai un'ira incontenibile per tanta bestialità".
Il "nein" del Fuhrer
Incontrerà anche Hitler in due occasioni: la prima volta
quando, nel 1938, il Fuhrer si recò in visita in Italia (Maria
ricorda, sempre nel libro citato sopra, che "nel corso del pranzo
offerto dal re in onore di Hitler, mi venne assegnato un posto
accanto a lui. Mi parve subito un uomo compassato, glaciale, tutt'altro
che piacevole. Non mangiò quasi nulla. Chiedeva in continuazione
delle tavolette di cioccolata. Le mangiava con aria soddisfatta
da bambino goloso, usando la forchetta e il coltello") e la seconda
quando, due anni dopo, avendo la Germania occupato il Belgio e
imprigionato il re Leopoldo, suo fratello, si recò lei
stessa a colloquio da Hitler per difendere le sorti del suo popolo.
Così Maria Josè ricorda quell'incontro: "Ero tesa, lo ammetto.
Hitler non mi faceva paura, ma ricordavo bene la sua espressione
glaciale. Il suo aspetto era quello di un autista, di uno chauffeur
di un taxi. Stava rigido e impettito come un manichino e alternava
momenti di grande cordialità a scatti di collera o a sguardi rabbiosi.
Restammo a lungo in silenzio. Poi iniziai a parlare della situazione
in Belgio. Ma Hitler m'ignorava, continuava a guardare il pavimento.
Tanto che a un certo punto esclamai: 'Se non vuole parlare con
me perché sono donna e ritiene che non debba occuparmi di politica,
vada a trovare mio fratello. Lui le confermerà quanto pesino sulla
sua anima le sofferenze inflitte al popolo belga'. Finalmente
il Führer mi degnò di uno sguardo. Così cominciai ad avanzare
qualcuna delle mie richieste. Fu tutto inutile. Appena finivo
la frase Hitler rispondeva con un secco e beffardo 'nein'. Era
come se pronunziare quelle quattro sillabe gli procurasse un piacere
sottile. 'Nein', 'nein' e intanto, storcendo la bocca da un lato,
mandava in su quei suoi baffetti neri alla Charlot".
L'aiuto agli antifascisti
Già da tempo membro attivo della Croce Rossa, quando, nel 1935,
l'Italia dichiara guerra all'Etiopia, si reca in Africa come infermiera,
dove conosce Italo Balbo. In seguito, legherà rapporti
di stima e amicizia anche con Umberto Zanotti Bianco e
Benedetto Croce, che alimenteranno e consolideranno i suoi
sentimenti antifascisti, e farà dello stesso Quirinale un luogo
di ritrovo per letterati e scrittori.
Dal 1941 al 25 luglio 1943, giorno della destituzione di Mussolini,
prese attivamente parte alle cospirazioni in atto, stabilendo
contatti e fungendo da tramite tra numerose personalità di differenti
nazionalità, estrazione sociale e ruoli. Tra questi, il filosofo
Carlo Antoni, il maresciallo Badoglio, Alcide
De Gasperi, Luigi Einaudi (che la stessa Maria aiuterà
ad uscire da un campo di concentramento in Svizzera), Galeazzo
Ciano e monsignor Montini, il portavoce di Pio XII
che la mise in contatto con gli alleati (attraverso gli 'osservatori'
inviati dagli Stati Uniti in Vaticano) che le faranno sapere che
interverranno non appena l'Italia uscirà dal conflitto.
Vittorio Emanuele III è al corrente di questi movimenti e sa pure
che si attende un solo suo gesto per destabilizzare ed allontanare
Mussolini, ma non si risolverà ad agire e, anzi, vieterà a Maria
Josè di continuare il dialogo col Vaticano e, tramite questo,
con gli Stati Uniti.
Nonostante questo, nel febbraio 1943 andrà contro gli ordini del
re e riprenderà i contatti con gli alleati i quali, però, le fanno
sapere che finché l'Italia non dichiarerà la resa incondizionata
non ci sarà nessuna trattativa.
La via dell'esilio
Una settimana dopo l'allontanamento di Mussolini e lo scioglimento
del partito fascista, verrà informata per prima della decisione
degli alleati: per l'Italia sarà resa incondizionata. Vittorio
Emanuele III, irritato dall'intromissione della nuora negli affari
di Stato, decide di imporre l'esilio a lei e ai suoi figli, relegandoli
prima in Piemonte e poi in Svizzera. Da qui, pur non potendo parteciparvi
attivamente, Maria riuscirà comunque a dare il proprio contributo
alla resistenza italiana. Infatti, benché costantemente sorvegliata
dalla polizia svizzera (il che se da un lato impedirà ai nazisti
di avvicinarla, dall'altro però le impedirà di fuggire in Italia,
come desiderato) riceve segretamente alcuni capi partigiani e
raccoglie denaro, armi e ogni genere di beni di sostentamento
da inviare in segreto alle forze della resistenza. Così Maria
ricorderà anni dopo quel periodo: "Mettevo il tutto in una valigia
che, ovviamente diventava pesantissima. Prendevo un qualunque
treno diretto verso l'Italia e scendevo all'ultima stazione prima
della frontiera. Lasciavo il bagaglio al deposito, dove andava
a ritirarlo 'chi di dovere'. Oppure, altre volte, lo consegnavo
direttamente, simulando un incontro con dei presunti familiari.
Per non essere riconosciuta viaggiavo in terza classe, tutta imbacuccata.(...)
Rischiavo grosso perché se fossi stata scoperta la cosa avrebbe
mandato su tutte le furie la polizia svizzera che mi chiedeva
continuamente di restare estranea a qualunque attività politica".
Regina di maggio
Ritornata in Italia nell'aprile 1945, verrà accolta da un pesante
clima e da un'opinione pubblica ostile alla Corona, che viene
accusata di non chiarire esplicitamente le proprie posizioni riguardo
al fascismo e al nazismo e di aver spinto la nazione verso una
profonda crisi. Minacce e attentati contro la famiglia si moltiplicano.
Benedetto Croce, ricorda, la mette per primo al corrente "dell'acceso
dibattito che, proprio in quei giorni, impegnava i partiti a proposito
dell'idea di sottoporre la questione istituzionale a referendum".
Giovedì 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele III abdica in favore
del figlio Umberto e per 27 giorni Maria Josè sarà l'ultima regina
d'Italia. Lei stessa non ricorda quei giorni come un bel periodo:
fu oggetto, insieme al marito Umberto II, di contestazioni e di
duri attacchi da parte della stampa e lacerata tra due forze opposte,
quella dei monarchici che volevano rinviare la data del referendum
e quella della propria convinzione personale, secondo la quale
la monarchia in Italia non era più in grado di assicurare la pace
e l'unità nazionale. Finì per ritirarsi sempre più dalla vita
politica, dedicandosi totalmente alle opere di assistenza.
Il voto al referendum
Il giorno del referendum, il 2 giugno 1946, si recò a votare e,
uscendo dall'aula elettorale, pare abbia confidato ad un suo amico
giornalista: "Ho votato per Saragat e ho restituito l'altra
scheda". Oggi questa, insieme alla voce secondo cui votò per la
Repubblica, sembra essere solo una leggenda e autorevoli storici
e giornalisti, proprio nel giorno in cui venne data la notizia
della sua morte, avvenuta il 27 gennaio 2001 in un ospedale geriatrico
di Ginevra, hanno scritto che "non è vero, come poi si disse,
che il 2 giugno votò per la Repubblica. Votò Monarchia per lealtà
verso l'istituzione, ma senza illusioni" (Indro Montanelli
sul Corriere della Sera del 28 gennaio 2001) e che "certo
non era contenta di quanto aveva dovuto fare, e mi pare di ricordare
che ella stessa abbia detto a qualcuno d'avere votato per la Repubblica.
Ma credo che non sarebbe stato da lei, non era nel suo carattere.
Però queste cose restano segrete, e quello che lei disse potrebbe
non essere vero. Forse non sapremo mai la verità, ma la mia impressione
è che si sia comportata con lealtà" (Denis Mack Smith sul
Corriere della sera del 29 gennaio 2001).
La verità, molto probabilmente, si saprà tra settant'anni quando,
secondo il volere della stessa 'regina di maggio', si potranno
leggere le pagine del suo diario personale, ora chiuso in una
cassetta di sicurezza a Londra.
Simone Collini/Grandinotizie.it 1° febbraio
2001 ore 13:01
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