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Il 29 luglio 1900
Umberto I si trova a Monza: alle 20.30 ha inizio il concorso ginnico
nel campo sportivo della Forti e Liberi, in via Matteo
da Campione, una parallela del viale che porta alla Villa Reale;
il re è atteso e arriva circa un'ora dopo. Verso le 22.30 è sulla
strada del rientro: sale sulla sua carrozza e l'anarchico Gaetano
Bresci, anch'egli presente al concorso, dista solo pochi metri
da lui. Quando la carrozza comincia ad avanzare e Bresci può vedere
perfettamente Umberto, estrae dalla tasca sinistra una pistola
e lo colpisce tre volte: al cuore, alla spalla sinistra e al petto.
Il re giunge alla villa già morto. Bresci, anarchico, volle così
riscattare gli uccisi nei tumulti del 1898.
Umberto I era salito al trono nel 1878. Molto diverso dal padre,
aveva un maggior senso del dovere, un concetto meno originale
della maestà regia e, secondo lo storico Mack Smith, una
personalità di gran lunga meno interessante. Contrae un matrimonio
dinastico e senza amore con sua cugina Margherita. I reali
instaurano a Roma un modello di vita regale in grande stile: tre
profondi inchini davanti al sovrano e l'allontanarsi con le spalle
indietro alla sua presenza; partite di caccia alla volpe e colazioni
a base di sandwich, frequentate da molti ambasciatori come mezzo
di contatti diplomatici. Umberto non è un sovrano forte e determinato;
si fa prendere la mano da un ministro energico ed individualista
come Francesco Crispi (personaggio dal forte temperamento,
poco incline alla subordinazione; due volte primo ministro, suo
punto fermo fu sempre una politica internazionale volta all'affermazione
del prestigio italiano) e da una moglie ambiziosa, nazionalista
e bigotta come Margherita, che approva e addirittura sollecita
una politica colonialista per rendere "l'Italia non solo rispettata
ma temuta". Ma l'Italia di Umberto di Savoia non è solo quella
della vita di corte, è anche l'Italia degli scandali, dei banchieri
che finiscono in prigione (scandalo della Banca Romana nel 1893);
il paese vive l'esito devastante delle avventure colonialiste
(conquista dell'Etiopia) e delle rivolte che la investono, in
un crescendo che ha il suo culmine nel 1898 a Milano. Durante
una manifestazione, poiché erano state assassinate due guardie
di pubblica sicurezza, il generale Fiorenzo Bava-Beccaris
prende a cannonate e a colpi di mortaio la folla indifesa. Ottanta
persone rimangono uccise e gli scontri continuano, in tono minore,
per altri quattro giorni. Il generale viene inopportunamente insignito
dal re della Gran Croce dell'Ordine di Malta.
Il governo del generale Pelloux, investito dal re nel giugno
del 1898, ha il compito di portare avanti la repressione evitando
però il clamore. Ma quando il generale tenta di dare veste legislativa
alle restrizioni delle libertà statutarie si scontra con l'opposizione
della sinistra parlamentare (socialisti e repubblicani), contraria
all'ipotesi di un governo molto forte, ipotesi sostenuta dalla
Destra, dal centro sonniniano e dalla sinistra crispina. Agli
occhi degli anarchici Umberto è responsabile di tutto il sangue
versato nei moti del '98. Non solo: il re ignora i reali capi
politici (che saranno poi riconosciuti con il risultato elettorale
del giugno 1900: grande successo per l'estrema sinistra, che passava
da 67 a 96 deputati) e incarica uno dopo l'altro, due senatori
della formazione del governo.
Secondo le tesi del Mack Smith, Umberto rimase vittima
degli estremisti di destra, "fautori di una forma più autoritaria
di governo. Personalmente non aveva preso nessuna iniziativa pubblica
in favore di questo movimento, anche se certamente interveniva
più attivamente in politica e la regina Margherita era notoriamente
una conservatrice bigotta. Nello scegliere come presidenti del
Consiglio due senatori, Pelloux e Saracco, il re aveva
dimostrato di non tenere in alcuna considerazione i capi riconosciuti
della camera.(…) Il re, che era una persona teoricamente sacra
al di sopra dei conflitti politici, si era lasciato coinvolgere
(non soltanto attraverso i suoi ministri), assumendo una posizione
di parte nella lotta che aveva diviso in due la nazione".
Valeria De Rosa/grandinotizie.it/1 febbraio
2001ore13:25
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