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Luci e ombre.
Il destino dei Savoia è quello di dividere e accendere discussioni.
Se sono note e più volte dibattute le colpe del casato durante
il ventennio fascista, vanno riconosciuti i meriti di aver contribuito
all'unità d'Italia. Vediamo come si intrecciano le storie dei
Savoia con quelle del Paese, fino al crollo dopo la Seconda guerra
mondiale.
Carlo Alberto e i moti mazziniani
Sale al trono nel 1831 in piena epoca di restaurazione. Il nuovo
re non ha una forte caratterizzazione. Figura complessa Carlo
Alberto, si trova a vivere in un periodo di transizione, senza
un chiaro programma politico salvo l'odio per l'Austria, il rispetto
per la Chiesa e il desiderio di espandere i domini della sua casa.
Nel 1821 aveva avuto una parte non molto chiara nei moti costituzionali
avvenuti in Piemonte (organizzati dal conte Santorre di Santarosa
sulla scia dell'insurrezione napoletana). Certamente egli era
stato in contatto con i rivoltosi, ma all'ultimo si tira indietro
mentre i cospiratori, in buona o in mala fede, continuarono a
contare su di lui. In qualità di reggente aveva concesso la Costituzione
nel 1821, ma il suo operato venne presto sconfessato dal re Carlo
Felice. I suoi atteggiamenti avevano destato sospetti non solo
nei carbonari - i quali lo accusarono di tradimento e per i quali
divenne "l'esecrato Carignano" (Berchet) - ma anche presso
i suoi amici di un tempo, agli occhi dei quali era reo di aver
partecipato alla repressione della rivoluzione liberare spagnola.
Sul trono Carlo Alberto dimostra subito grande rigore nel reprimere
qualunque tentativo di rivoluzione liberale, al pari dell'energia
impiegata per riordinare lo Stato, risanare le finanze e promuovere
lo sviluppo economico del regno. Nello stesso periodo monta l'anelito
di libertà dallo straniero. Giuseppe Mazzini fonda a Marsiglia
la "Giovine Italia", associazione politica che operava clandestinamente,
secondo un programma di rinnovamento morale e politico degli Italiani
ispirato a principi repubblicani. Mazzini avvia nel 1833 il suo
primo tentativo insurrezionale. La vastità della congiura e l'aperta
opera di propaganda, permettono però al governo sabaudo di venirne
a conoscenza ancora prima che essa venga attuata. La repressione
di Carlo Alberto fu spietata e feroce.
Nonostante la vena reazionaria, determinata più dallo spirito
conservatore dinastico che da una effettiva concezione retrograda
della politica, Carlo Alberto ha una sua teoria in base alla quale
gli unici due sovrani legittimi d'Italia sono i Savoia ed il Pontefice:
quando vede che quest'ultimo si schiera contro l'assolutismo e
contro l'Austria ritiene giunto il momento di divenire la "spada
d'Italia". Comincia appoggiando energicamente dapprima il Papa
nel conflitto che questi ebbe con l'Austria per l'occupazione
di Ferrara (estate 1847) e quindi il Granduca di Toscana nella
controversia che questi ebbe con il Duca di Modena che era appoggiato
da Vienna (autunno 1847).
Quando Ferdinando II, re di Napoli, concede la Costituzione, anche
Carlo Alberto, il 4 marzo 1848, accorda, non senza crisi di coscienza
e continui ripensamenti, lo Statuto albertino, costituzione ricalcata
sulla carta francese del '30, che istituisce il governo costituzionale.
Nello stesso mese scoppia a Milano il moto rivoluzionario antiasburgico,
noto con il nome di Cinque Giornate. Anche in questa occasione
Carlo Alberto esita, ma infine decide per l'intervento armato
contro l'Austria. Dopo un primo successo l'esercito piemontese
perde rovinosamente a Custoza. Colpa anche della scarsa destrezza
del re come comandante e dell'incapacità del suo esercito. La
sconfitta genera dubbi sulla lealtà del re, il quale l'anno successivo,
sotto la pressione dell'opinione pubblica, riprende la guerra
contro l'Austria. La campagna si risolve in soli tre giorni con
la disastrosa battaglia di Novara. Nella stessa giornata, il 23
marzo 1849, abdica in favore del figlio.
Vittorio Emanuele II e l'unità d'Italia
Un giovanissimo Vittorio Emanuele II si trova di colpo
sul trono di Sardegna, in un momento difficile per il paese. Impossibilitato
a continuare la guerra, firma l'armistizio con gli austriaci il
24 marzo 1849. Il nuovo re è un uomo debole, di buon cuore e scaltro,
ma rozzo e superstizioso, "possiede un carattere semplice, ma
ben poco del lustro e dello splendore della maestà regia". Alla
maniera dei suoi predecessori e di suo figlio poi, mantiene pubblicamente
un'amante e dei figli illegittimi, convinto che da un sovrano
ci si attenda una cosa del genere. Come re Vittorio Emanuele possiede
una autorità più ampia della maggior parte dei monarchi costituzionali.
L'articolo 65 dello statuto stabilisce che il "Re nomina e revoca
i suoi ministri"; non ha nessun obbligo di seguire i loro consigli.
Manifesta in più di una occasione la volontà di esercitare l'autorità
regia, se non al di fuori, quantomeno all'estremo limite della
correttezza costituzionale.
Nel 1850 Camillo Benso conte di Cavour diventa ministro,
primo ministro nel 1852 e quindi a capo del governo quasi ininterrottamente
fino al 1861. I rapporti tra i due non sono sempre facili e cordiali,
sebbene Cavour sia devoto alla monarchia. In ogni caso il conte
riesce a volgere a suo favore le ambizioni unitarie del re e,
anche se Vittorio Emanuele è portato per carattere ad intervenire
ripetutamente negli affari di governo, segue costantemente la
politica di Cavour, così nel desiderio di restaurare la fama del
suo esercito come nel caso dell'intervento in Crimea. Gli anni
più favorevoli al regno di Vittorio Emanuele sono quelli dal '59
al '61. Partito in guerra contro l'Austria nell'aprile del '59
-ottenendo la Lombardia - meno di due anni dopo è acclamato re
d'Italia da un Parlamento italiano. Alla rapida ascesa del monarca
contribuisce in modo determinante l'opera di Cavour e di Giuseppe
Garibaldi che, con la spedizione dei Mille, regala a Vittorio
Emanuele II il grande regno meridionale; ma si deve riconoscere
che in questi anni decisivi Vittorio Emanuele II sposa fermamente
la causa dell'unità nazionale. Dopo il 1861 la posizione del re
si indebolisce. Non è gradito ai repubblicani e alle altre dinastie,
private del trono. La terza guerra di indipendenza (1866) porta
alla corona il Veneto ma senza quella vittoria militare che il
re desidera (la regione viene ceduta alla Francia che ha l'incarico
di consegnarla all'Italia). Inoltre, al compimento dell'unità
italiana mancava ancora Roma. Quando nell'estate del '70 scoppia
la guerra franco-prussiana, Vittorio Emanuele II è più propenso
di accorrere in aiuto di Napoleone III, antico compagno d'armi
e di intrighi, ma si piega alla volontà dei suoi ministri che
vollero cogliere l'occasione propizia per attaccare Roma e occuparla.
Nella città si reca anche il re ma non si trova a suo agio. Non
soggiorna mai al Quirinale preferendo ritirarsi in una residenza
più modesta, con la moglie morganatica Rosa Vercellana,
poi contessa di Mirafiori. Concluso il periodo eroico del Risorgimento,
il re è un sopravvissuto, come tanti altri protagonisti dell'indipendenza
e dell'unificazione. Nel 1876 vede allontanarsi dal governo per
un voto contrario del Parlamento la Destra storica dalla quale
erano usciti i suoi ministri più abili ed i suoi più fidati consiglieri.
Ossequiente alle indicazioni del Parlamento, chiamò al governo
la Sinistra storica. Ciò avveniva nell'anno della sua morte.
Umberto I e la repressione di Bava Beccaris
Nel 1878 gli succede il figlio, Umberto I. Maggiore è il
senso del dovere e della dignità che Umberto dimostra rispetto
al padre. Ma la situazione politica italiana è complessa e non
sempre il re sembra comprenderla. Intanto, in Europa, l'equilibrio
delle forze è cambiato: Umberto si predispone ad una riconciliazione
con l'Austria-Ungheria, forse perché la madre e la nonna sono
principesse austriache. Ma alla base ci sono anche ragioni più
solide che consigliano di non spingere oltre le ostilità tradizionali
perché se la Francia dopo il 1870 è una repubblica sconfitta,
quindi indesiderabile come alleata, la Germania e l'Austria sono
entrambe governate saldamente da sovrani conservatori. Nel maggio
del 1882 l'Italia diventa membro di secondo piano della Triplice
Alleanza: raramente riesce ad esercitare qualche influenza sulle
azioni dei suoi alleati ma psicologicamente il farne parte colma
il desiderio italiano di prestigio. Questo spinge l'Italia ad
intraprendere una politica coloniale dispendiosa, pagata con l'aumento
delle imposte. In questo intreccio di autoritarismo e imperialismo
emergono le difficoltà incontrate dalla nascente nazione italiana
in una fase di pesante congiuntura economica e politica. L'aggravarsi
della crisi agraria, l'espandersi della crisi edilizia e i fallimenti
della banche più esposte nel settore delle costruzioni fomentano
la ribellione che scoppia nel 1898: l'esercito guidato dall'ufficiale
Bava Beccaris interviene sedando la rivolta nel sangue.
L'impegno diretto di Umberto in politica estera lo rende impopolare
non solo negli ambienti che spingono per una riduzione dei bilanci
militari, ma anche agli occhi degli irredentisti ostili all'Austria.
Re Umberto cade vittima di Gaetano Bresci, un anarchico,
nel luglio del 1900.
Vittorio Emanuele III e all'abbraccio con Mussolini
Sale al trono Vittorio Emanuele III. Fisicamente delicato,
afflitto da un complesso d'inferiorità, viene educato attraverso
una rigida scuola militare, tale da soffocare qualsiasi spunto
di vitalità. Il nuovo re ha gusti più sobri rispetto al padre,
ma è anche più cinico e asociale e questo lo tiene lontano dal
popolo. Anticlericale e irreligioso, non viene apprezzato né dall'aristocrazia
nera, né dalla sinistra e neppure dalla società mondana. Il re
è però un uomo di buon senso, modesto, e questo favorisce un periodo
di stabilità ed equilibrio almeno fino a che "il suo amore per
il quieto vivere non lo indusse a consegnare l'Italia ai fascisti".
Vittorio Emanuele non ha un rapporto di amicizia con Giovanni
Giolitti (politico progressista di spicco del panorama italiano
dal 1890 al 1920; due volte alla guida del governo, nel 1892 prima
e nel 1908 poi) e con nessuno dei suoi ministri, si sforza però
di non apparire legato ad alcun gruppo. Questo permette il trascorrere
di un periodo di calma e relativa prosperità, avallato dalle riforme
giolittiane.
La storia italiana subisce una svolta determinante quando nel
panorama politico si fa strada Benito Mussolini. Nell'ottobre
del 1922 il governo Facta si avvia alle dimissioni e la situazione
volge a favore della compagine fascista. Il re rifiuta di firmare
lo stato d'assedio della città di Roma, meta della marcia compiuta
dai fascisti. Il suo rifiuto non è solo una violazione della prassi
costituzionale, ma è il fondamento del successo della marcia e
dell'insurrezione. "Non v'è il minimo dubbio che il re cambiò
idea nel corso della notte. Il suo brillante cugino, il duca d'Aosta,
che forse aspirava segretamente al trono o comunque ad una posizione
di primo piano, si era installato nei pressi di Perugia e, a quel
che si diceva, aveva poco tempo prima passato in rivista i militi
fascisti. Il re doveva pertanto andar cauto". E' la prima volta
che Vittorio Emanuele rifiuta di attenersi al parere dei suoi
ministri che, per quanto dimissionari, sono ancora in carica.Comincia
così il ventennio fascista che travolgerà anche la monarchia;
Vittorio Emanuele teme troppo Mussolini e si chiama fuori da qualsiasi
decisione impegnativa che possa compromettere la dinastia (più
volte Mussolini minaccia "di farla finita una volta per tutte
con la monarchia"). Il re segue il corso degli eventi anche in
questa occasione, senza prendere in considerazione la possibilità
di ribellarsi all'uomo che proprio lui ha chiamato al potere.
La monarchia si macchia, allo stesso modo del regime fascista
dell'adozione delle leggi razziali prima e della guerra poi. Ma
il re si macchia anche di un'altra colpa grave, la fuga dopo l'8
settembre 1943. L'Italia è abbandonata a se stessa mentre il re
scappa a Brindisi. Se il re avesse abdicato nel 1943, la monarchia
avrebbe avuto la possibilità di sopravvivere. Invece il re respinge
l'accusa di tradimento dello statuto sotto Mussolini, argomentando
che un sovrano costituzionale non ha nessuna responsabilità per
le azioni dei suoi ministri e, giustificando la fuga con la necessità
di dare all'Italia una continuità di governo, cosa che non sarebbe
stata possibile se il re fosse caduto nelle mani dei tedeschi.
L'abdicazione giunge troppo tardi e Umberto II non è nelle condizioni
di poter cambiare quello che sarà il risultato del referendum:
la vittoria della Repubblica e l'esilio dei Savoia.
Valeria De Rosa/grandinotizie.it/5 febbraio
2001/16:33
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