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Le trattative
con gli anglo americani cominciano ad agosto. Vittorio Emanuele
III è in contrasto con il proprio stato maggiore, propensa
ad accettare la resa incondizionata. Il re la giudica un'esplicita
condanna della monarchia e la rifiuta. Pretende garanzie per la
dinastia ed arriva addirittura a chiedere il ripristino dell'impero
coloniale italiano in Libia, Somalia ed Eritrea. Spera poi che
le operazioni militari alleate si concentrino in Francia e nei
Balcani, lasciando in pace l'Italia. Si tratta di pretese assurde.
Dal punto di vista strategico, gli alleati vogliono costringere
Hitler a concentrare truppe in Italia per distoglierle
dalla Normandia (dove era già in programma lo sbarco decisivo)
e dalla Russia. Gli Alleati non hanno poi motivo di difendere
i Savoia. Il Ministro degli esteri inglese Anthony Eden
scrive: "Il nostro atteggiamento verso Casa Savoia è improntato
a cautela perché è così screditata che non esercita sugli italiani
la sua antica attrattiva". Il re, oltretutto, continua a tergiversare
anche sul fronte interno. Permette a Badoglio di abolire il Partito
Fascista, ma gli impedisce di arrestare i gerarchi. Rimangono
in vigore le leggi razziali e le norme che proibiscono la costituzione
di partiti politici. Molti fascisti rimangono in carcere, altri
vengono arrestati. Un ministro arriva a dire che il nuovo regime
"è più fascista del vecchio".
In un clima di indecisione ed improvvisazione, le trattative proseguono
a rilento. Gli Alleati hanno più volte la netta sensazione che
il re sia interessato a difendere soltanto le sue prerogative.
Il comandante delle forze alleate Dwight Eisenhower avverte
gli italiani che lo sbarco nella penisola è imminente e non c'è
più tempo per trattare. Il 3 settembre il Quirinale si rende conto
che ormai è possibile soltanto la resa incondizionata. Il giorno
stesso a Cassibile, in Provincia di Siracusa, il generale Giuseppe
Castellano firma per l'Italia l'armistizio con gli Alleati.
L'accordo, che prevede la fine dell'alleanza con la Germania e
la consegna agli anglo americani della flotta e dei porti del
meridione, deve rimanere segreto fino al nuovo sbarco alleato,
programmato a Salerno per l'8 settembre. Gli Alleati si aspettano
la collaborazione dell'esercito italiano, ma i vertici militari
riprendono a tergiversare. Vittorio Emanuele, in preda al panico,
l'8 settembre convoca il consiglio della corona. La maggioranza
è pronta a non adempiere agli obblighi assunti con Eisenhower.
La decisione sta per essere messa a verbale, quando un ufficiale
subalterno fa notare che la firma dell'armistizio è stata filmata
e fotografata dagli americani. Un dietrofront sarebbe a questo
punto letale per la monarchia. Dopo una breve riflessione, Vittorio
Emanuele ordina a Badoglio di rendere pubblico l'armistizio. Radio
New York ha già trasmesso la notizia ed è cominciato lo sbarco
a Salerno. In tarda serata Badoglio si reca negli studi dell'Eiar
e legge l'ambiguo comunicato (non prima della fine di una trasmissione
di musica leggera): "Ogni atto di ostilità contro le forze anglo
americane deve cessare da parte delle forze italiane. Esse però
reagiranno ad altri attacchi di qualsiasi altra provenienza".
Ancora il 9 settembre, i giornali parlano di successi contro il
"nemico anglo americano".
La grande fuga
La mattina del 9 settembre il re e Badoglio fuggono verso Pescara.
Prima di partire distruggono gli archivi del ministero degli Esteri
e della Guerra, ma non danno alcuna disposizione ai ministri e
ai comandi militari. Alle porte di Roma si registrano i primi
scontri tra italiani e tedeschi. In sei settimane il governo non
ha preparato alcun piano di emergenza. E' l'inizio di una tragedia
immane. I soldati italiani, rimasti senza superiori e senza ordini,
sono facili vittime delle rappresaglie tedesche. Il re fugge verso
Brindisi. Durante la traversata, il 10 settembre, invia un telegramma
all'ottantunenne maresciallo Enrico Caviglia, con l'ordine
di coordinare la difesa di Roma. Il telegramma non arriva a destinazione,
ma è stato comunque spedito troppo tardi. Mussolini, prigioniero
sul Gran Sasso, viene liberato da paracadutisti tedeschi. Il duce
definisce il re "il più grande traditore della storia d'Italia",
colpevole di aver fatto entrare in Italia un esercito di "ottentotti,
sudanesi, indiani venduti, negri statunitensi ed altre varietà
zoologiche".
Una volta a Brindisi, Vittorio Emanuele diffonde una dichiarazione
in cui spiega la fuga come atto necessario per la salvaguardia
di un governo libero, dicendosi pronto a morire per la difesa
del suo Paese. Il 23 settembre scrive al re d'Inghilterra e al
presidente Roosevelt. Si dice fedele al regime parlamentare
ed auspica una veloce avanzata degli anglo americani in modo da
ritornare presto a Roma. Soltanto il 13 ottobre, dichiara guerra
alla Germania. Rimprovera comunque Badoglio per non aver barattato
questa decisone con qualche concessione territoriale da parte
degli Alleati. Tenta poi di imporre Grandi come ministro degli
Esteri, presentandolo come "un simbolo del movimento antifascista".
L'operazione è bloccata dagli anglo americani che ormai non hanno
più nessuna fiducia in lui. A corte, in molti suggeriscono al
re di abdicare per salvare la monarchia. Vittorio Emanuele rimane
però geloso della sua posizione. Vuole essere ancora un re che
governa. Intanto il Paese conosce la tragedia della guerra civile.
A Salò, Mussolini guida la Repubblica Sociale, stato fantoccio
filo nazista. La guerra durerà ancora un anno e mezzo.
Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/28 febbraio
ore 11:28
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