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Le colpe dei Savoia. La guerra
Disfatta mondiale
La cautela nel ’39 poi l’ingresso a fianco di Hitler

Per nove mesi l'Italia rimane non belligerante. In questo periodo il re mantiene un comportamento ambiguo. Sa benissimo che Mussolini vuole la guerra, ma non fa nulla per contrastarlo. Nel marzo 1940 incarica Acquarone di sondare gli umori tra i membri del Gran consiglio del fascismo. Il ministro della Real casa capisce che, in caso di votazione, Mussolini sarebbe in minoranza. Ma, per legge, soltanto il duce può convocare il Gran consiglio e fissare un ordine del giorno.

Le iniziali travolgenti vittorie di Hitler convincono la corte ad accettare l'ipotesi della guerra. Il duce sostiene che gli bastano "poche migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace". Prima della dichiarazione, Mussolini pretende ed ottiene il comando supremo delle forze armate. Sulle prime, Vittorio Emanuele si infuria. Poi, come sempre, lascia correre. Il 10 giugno l'Italia dichiara guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Il principe Umberto suggerisce al padre di non firmare il decreto, ma non viene ascoltato. Quando l'Italia "pugnala alle spalle" la Francia ormai in ginocchio, Vittorio Emanuele visita brevemente le truppe e non può fare a meno di notare l'incoerenza di alcune disposizioni strategiche impartite dal duce. Il re è comunque molto soddisfatto quando la Francia capitola. E' molto sorpreso, invece, delle sconfitte inglesi. Mussolini sospetta che Vittorio Emanuele tema la fine "del Paese in cui deposita i suoi ingenti capitali". In realtà, il re sogna di strappare l'Egitto agli inglesi e applaude alla "leopardiana bellezza" degli incendi provocati dai bombardamenti di Londra. Il fascismo vuole evitare che la monarchia si attribuisca i meriti di un'eventuale vittoria. I giornali hanno il preciso incarico di non dare spazio alle attività della casa reale.


Le sconfitte sul fronte
La guerra si mette male. Il 28 ottobre (nell'anniversario della marcia su Roma) Mussolini attacca la Grecia. L'invasione si rivela un disastro. Soltanto l'intervento della Germania salva le truppe italiane dalla disfatta. Nella primavera del 1941 il re si reca in Albania dove scampa miracolosamente ad un attentato. Si rende conto che i tedeschi stanno lentamente infiltrandosi in Italia e viene anche a sapere che esiste addirittura un piano dei nazisti per eliminarlo. In giugno, Mussolini segue Hitler nell'attacco all'Unione Sovietica. Vittorio Emanuele è sorpreso e chiede che in Russia sia inviato un contingente meramente simbolico. Non viene ascoltato e il contingente italiano si avvia verso una tragedia assurda. A luglio, un generale dei carabinieri fa sapere al Quirinale che l'arma aspetta solo un ordine del re per arrestare Mussolini. Vittorio Emanuele si rifiuta di prendere in considerazione questa ipotesi ed accusa i carabinieri di "egoismo sleale".

La guerra ha una svolta decisiva nel novembre 1942. Le truppe dell'Asse vengono sconfitte ad El Alamein (Egitto) e a Stalingrado. Comincia la controffensiva dell'Armata Rossa, mentre gli anglo americani sbarcano in Marocco e in Algeria. Nel 1917, dopo Caporetto, il re non aveva esitato a licenziare il generale Raffaele Cadorna. Adesso non interviene. Quando, in novembre, l'Italia conquista la Corsica, si dichiara entusiasta e sollecita l'annessione dei cantoni italiani della Svizzera. Nel marzo 1943, le truppe italiane sono cacciate dalla Libia. E' chiaro che gli Alleati si apprestano a sbarcare in Europa. I vertici delle forze armate vogliono a tutti i costi evitare l'invasione del suolo patrio. Da alcuni mesi Mussolini è gravemente malato e ha interrotto i colloqui al Quirinale. Vittorio Emanuele II continua però a sperare che la guerra possa concludersi in modo positivo. Suo figlio Umberto, al comando di un'unità militare di stanza nell'Italia meridionale, sembra incapace di iniziative politiche o diplomatiche. Sua moglie Maria Josè, è l'unica all'interno di Casa Savoia ad avere sensibilità politica. Già da settembre ha avviato contatti con Usa e Gran Bretagna attraverso il Vaticano. Adesso incontra esponenti antifascisti. Non solo liberali e monarchici, ma anche comunisti e socialisti. Vittorio Emanuele III è però bloccato da un intransigente maschilismo: le donne, per lui, non possono avere l'intelligenza degli uomini e non devono assolutamente occuparsi di affari di Stato. Blocca perciò le iniziative di Maria Josè. Allo stesso modo, stronca le pressioni di Ciano, che insiste per arrivare al più presto ad una pace separata con gli Alleati. L'ex ministro degli Esteri (Mussolini lo ha sollevato dall'incarico a gennaio per assumerlo lui ad interim) capisce che le trattative devono essere avviate prima di un eventuale sbarco in Italia. Allora ci sarebbe spazio soltanto per una resa incondizionata.


L'inizio della fine
Il 15 maggio 1943, il re invia una nota a Mussolini in cui sostiene la necessità di uscire dalla guerra prima del crollo della Germania. Mussolini non risponde. A giugno, su iniziativa di Maria Josè, si incontra con il suo ex primo ministro Ivanoe Bonomi. Non ne esce nulla di concreto, perché Vittorio Emanuele è convinto che la guerra sia perduta, ma non ha grande simpatia né per gli inglesi né per gli americani. E' convinto che gli Alleati non sbarcheranno in Italia ma a Bordeaux. Spera di arrivare comunque ad una pace ragionevole e di salvare il trono.

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio gli anglo americani sbarcano in Sicilia. Vittorio Emanuele è colto totalmente di sorpresa. La corte e l'apparato di governo sono nel caos. Il 19 luglio l'aviazione alleata bombarda pesantemente Roma, soprattutto il quartiere popolare di San Lorenzo. Finora la capitale era stata colpita solo lievemente e in zone più marginali.. Il re si reca di persone nelle zone colpite, ma viene accolto con insulti e lanci di pietre. Il colpo è durissimo. Il 22, il re si incontra con Mussolini e lo critica per il modo in cui sta gestendo la guerra. Il duce è colto di sorpresa: è la prima volta in vent'anni che il sovrano gli muove una critica e non riesce nemmeno a ribattergli qualcosa. Nel frattempo, i carabinieri ricevono l'ordine di prepararsi ad arrestarlo. Mussolini, attraverso la rete di controlli telefonici, lo viene a sapere. Cerca allora di giocare d'anticipo e accetta la proposta di Grandi di convocare il Gran consiglio del fascismo che non si riunisce dal 1939. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio, la maggioranza del Consiglio vota l'ordine del giorno proposto da Grandi, mettendo in minoranza Mussolini. L'ordine chiede la restaurazione delle prerogative regie e una forma più collegiale di governo. Non si chiede l'uscita dalla guerra o la destituzione di Mussolini. La votazione ha comunque un effetto dirompente. Mussolini non se ne rende conto subito. Al termine della riunione crede ancora di poter cambiare qualche ministro e rimanere al potere. Il re si sente ora forte abbastanza e, nella mattina del 26, nomina Badoglio capo del governo con un decreto. Invita poi Mussolini a Villa Savoia per un breve incontro. All'uscita dal colloquio, il duce viene arrestato. In Italia esplode la gioia popolare. La Milizia (che per giuramento dovrebbero essere disposti a morire per difendere il duce) non reagisce. Cento battaglioni di camicie nere disertano. E' la fine di vent'anni di dittatura. Molti credono sia anche il preludio alla fine della guerra. Il re accoglie con freddezza la notizia di questi festeggiamenti. Per la prima volta, è solo al posto di comando. Il Parlamento non esiste più e Mussolini è agli arresti. Non ci sono più alibi: ora deve dimostrare le sue capacità di governo. Dichiara subito che "l'Italia mantiene fede alla parola data". In pratica, si continua a combattere a fianco della Germania. Il re spera di tenere calmo Hitler e far cessare i bombardamenti alleati. Le truppe tedesche in Italia sono ancora scarse e un'uscita "decorosa" dalla guerra è ancora possibile. Vittorio Emanuele, per l'ennesima volta, decide di non decidere. Dopo aver dichiarato che la guerra continua, aspetta quattro giorni per studiare la reazione dei tedeschi. Propone a Hitler di incontrarsi, ricevendo un secco rifiuto. Comincia allora a prendere contatti con gli Alleati e a preparare la sua fuga da Roma.


Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it 28 febbraio ore 11:20

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