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Il delitto Matteotti, l’Aventino, le ambiguità del re

Nel gennaio 1923 viene istituita (con decreto firmato dal re) la milizia fascista armata per "difendere la rivoluzione". A differenza dell'esercito regolare, gli appartenenti alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, non sono chiamati a giurare fedeltà al sovrano. E' una violazione lampante dello Statuto. Viene poi istituito un organo di partito parallelo al governo, il Gran consiglio del fascismo, che indebolisce il ruolo dei ministri della corona. Il re tentenna qualche giorno, ma alla fine concede il proprio consenso all'istituzione del nuovo organismo.

Nei primi due anni successivi alla Marcia su Roma, Mussolini si dedica all'eliminazione e alla neutralizzazione degli avversari. Le violenze contro partiti e sindacati si intensificano. La nuova legge elettorale (elaborata dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Giacomo Acerbo e istituita non per legge, ma per decreto) stabilisce che la lista di maggioranza relativa che raggiunga il 25 per cento dei voti ottenga i due terzi dei seggi alla Camera. In un clima di violenze ed intimidazioni, si vota nell'aprile 1924. I fascisti e i loro alleati ottengono il 64,9% dei voti e 374 seggi. Il Parlamento è ridotto a strumento nelle mani del partito di governo. Vittorio Emanuele, nel discorso della Corona alla nuova Camera, legge un discorso scritto da Mussolini: "Oggi la stessa generazione della vittoria regge il governo e costituisce la grande maggioranza dell'Assemblea elettiva". Elogia la milizia fascista ed esalta il fascio littorio, simbolo del partito. E' un appoggio esplicito al progetto di esautorazione del Parlamento.

Quando la Camera è chiamata a ratificare la convalida delle elezioni, Giacomo Matteotti, segretario del Partito socialista unitario, denuncia in aula le violenze fasciste e l'irregolarità delle votazioni. Il 10 giugno viene rapito e assassinato da sicari fascisti. La reazione nel Paese è enorme. Il 13 giugno Mussolini fa chiudere la Camera per impedire alle opposizioni di servirsi delle sue tribune. Il 18 i deputati dei partiti contrari a Mussolini decidono che torneranno alla Camera soltanto dopo la restaurazione delle legalità e l'abolizione della Milizia fascista. Il socialista Filippo Turati parla di ritirata "sull'Aventino delle coscienze". E' chiaramente una pressione su Vittorio Emanuele affinché ritiri la fiducia a Mussolini. Ma il 30 giugno il re esorta le parti politiche alla concordia, appoggiando di fatto il fascismo. Il 12 novembre Mussolini riapre la Camera. A dicembre Cesarino Rossi, ex capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio, compie rivelazioni clamorose che indicano in Mussolini il responsabile politico del delitto Matteotti. Il 27 dicembre il liberale Giovanni Amendola viene informato dall'entourage di Vittorio Emanuele che il re ha deciso di mettere alla porta Mussolini e il suo governo.


Le responsabilità di Mussolini
Il 3 gennaio 1925 alla Camera il presidente del Consiglio si assume la responsabilità dell'accaduto: "Dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è nella forza".

Vittorio Emanuele è colto di sorpresa dal mutato atteggiamento di Mussolini. Il 4 gennaio Amendola scrive al Quirinale: "Sorga fieramente il Re, poiché ove la restaurazione istituzionale non diventi immediatamente un fatto compiuto, di fronte all'aggressione di stile che il governo fascista sta muovendo in quest'ora contro lo Statuto e contro gli istituti che in esso trovano fondamento, la nostra battaglia costituzionale minaccia di naufragare in uno storico fallimento". Anche Turati confida in una presa di posizione del re. Il 6 gennaio scrive che "l'ometto sta in agguato…". C'è inoltre un elemento poco conosciuto da non sottovalutare: dopo il 3 gennaio, Mussolini si ammala gravemente per diverse settimane. In molti sperano in una "soluzione naturale" della crisi. Di fatto, per tutta la prima metà del 1925, Vittorio Emanuele non si schiera affatto con Mussolini. Si preoccupa, anzi, di mantenere stabili i contatti con l'opposizione. A chi gli chiede di intervenire, ripete: "Offritemi un fatto costituzionale", "preparate una successione", "assumete le vostre responsabilità e la Corona si assumerà le proprie". Potrebbe sembrare un atteggiamento opportunistico, ma la realtà è sicuramente più complessa.


Le leggi "fascistissime"
Lo storico Renzo De Felice sostiene che "fascista Vittorio Emanuele non lo fu mai e certo non lo era nel 1925. Se si fosse sentito sicuro di potersi liberare di Mussolini e soprattutto del fascismo senza scosse e soprattutto con la certezza di non mettere in forse l'equilibrio politico-sociale e l'istituto monarchico, lo avrebbe indubbiamente fatto. Egli temeva però da un lato la reazione fascista e da un altro lato che la successione avvenisse tra scosse incontrollabili, delle quali potessero approfittare altre forze anticostituzionali e addirittura rivoluzionarie". Si rende conto che difficilmente la monarchia potrebbe sopravvivere alla caduta del fascismo. Sceglie, allora di prendere tempo e di non precludersi alcuna strada.

In questo modo, finisce col favorire Mussolini, che si risolleva e arriva alla svolta decisiva. Il 14 gennaio, vengono approvati in blocco 2376 decreti legge che liquidano lo Stato liberale. Tra il 1925 e il 1926 vengono approvate le "leggi fascistissime": vengono soppressi tutti i partiti tranne quello fascista, e sono istituti il Tribunale Speciale e l'Ovra (polizia politica). Il presidente del consiglio diventa "Capo del governo", riassumendo potere esecutivo e legislativo. Una circolare governativa annuncia "l'inizio dell'era fascista". Nel 1928 avviene la costituzionalizzazione del Gran consiglio del fascismo. A questo organismo viene attribuita anche la possibilità di intervenire al momento della successione al trono, qualora questo fosse rimasto vacante. E' l'unico momento in cui Vittorio Emanuele esita ad avallare la "fascistizzazione" dello Stato. Ma è un dubbio che riguarda le prerogative regie, non le libertà dei cittadini. Ad ogni modo, su tutte le norme che mandano in soffitta lo Statuto Albertino, c'è la firma di Vittorio Emanuele III.


Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/ 28 febbraio 2001 ore 11:19

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