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A detta di molti
storici, il fascismo italiano è stato un "totalitarismo imperfetto",
per la presenza di due istituzioni potenti ed autorevoli come
la Santa Sede e la monarchia. E' questo uno degli elementi che
distingue il fascismo dal nazismo. Quando Adolf Hitler
diventa cancelliere tedesco nel gennaio del 1933, non trova ostacoli
istituzionali al suo progetto di "nazificazione" dello Stato.
L'Imperatore Gulielmo II di Hoenzollern si dimette infatti
all'indomani della disfatta nella Prima Guerra Mondiale. In meno
di un anno Hitler elimina partiti, sindacati e qualsiasi forma
di opposizione. Il partito nazista riesce a sostituire in tutto
e per tutto lo Stato. La malandata Repubblica di Weimar è sostituita
dal Terzo Reich.
Per tutto il ventennio della sua dittatura, Benito Mussolini
si è dovuto invece sempre confrontare con la monarchia e, in particolare,
con le volontà e gli umori di Vittorio Emanuele III. I
due camminano in parallelo per lunghi tratti della strada che
dalla marcia su Roma del 1922 porta alla destituzione di Mussolini
del 25 luglio 1943. In questi ventuno anni non mancano però elementi
di dissenso e di distinzione.
Facciamo un passo indietro. Nella vita e nella carriera di entrambi,
ha un'importanza fondamentale la Prima Guerra Mondiale. Quando
in Europa scoppia il conflitto, nel 1914, Vittorio Emanuele III
è sul trono da quattordici anni. Dopo l'assassinio di suo padre
Umberto I - nel 1900 - il nuovo re ha l'indubbio merito
di non scegliere la soluzione autoritaria, ma di optare per una
politica liberale. Sono gli anni di Giovanni Giolitti,
più volte presidente del Consiglio tra il 1901 e il 1913. Vengono
realizzate importanti riforme sociali e avviato un processo di
modernizzazione che si rivelerà fondamentale nella storia del
Paese. Ma nel 1915, quando si tratta di decidere sull'entrata
in guerra, il re scavalca di fatto il Parlamento, a maggioranza
neutralista. Vittorio Emanuele III diventa così, agli occhi dell'opinione
pubblica, il re della guerra prime e della vittoria poi.
Anche per Mussolini la guerra è uno spartiacque. Esponente della
sinistra socialista, allo scoppio della guerra nel 1914 è nettamente
contrario all'intervento. Pochi mesi dopo, in autunno, si schiera
invece per l'intervento contro i tedeschi. A novembre, con capitali
francesi, fonda il Popolo d'Italia. Il Partito Socialista
lo espelle.
La "presa" di Roma
E' questo il primo, fondamentale contatto tra Benito Mussolini
e Vittorio Emanuele III. Nel clima di instabilità e di violenze
seguito alle elezioni del maggio 1921, Mussolini organizza il
Movimento dei Fasci (fondato nel 1919) in Partito nazionale fascista.
Ha appena 35 deputati, ma punta apertamente alla presidenza del
Consiglio, cercando il sostegno degli industriali, spaventati
dalle occupazioni delle fabbriche e dalla minaccia di una rivoluzione
proletaria simile a quella russa. Dichiara che il fascismo avrebbe
appoggiato una monarchia forte e ridato spazio all'iniziativa
degli imprenditori. Col passare dei mesi, la tensione sale. Molti
uomini politici, come Giolitti e Antonio Calandra, credono
di poter usare Mussolini in funzione antisocialista nel quadro
delle istituzioni liberali. Vittorio Emanuele vuole assolutamente
evitare il ruolo di arbitro in una crisi politica extraparlamentare.
Non ha particolare stima di Mussolini, ma a corte esiste un gruppo
di simpatizzanti del fascismo, di cui fanno parte il Duca d'Aosta
(che il re considera un proprio rivale) e anche la regina madre.
Il primo aiutante di campo di Sua Maestà, Arturo Cittadini,
è ritenuto un filofascista. Nei giorni cruciali dell'ottobre 1922,
il re si tiene lontano da Roma. Prima si reca in visita in Belgio,
poi trascorre dieci giorni in vacanza nella sua tenuta di San
Rossore in Toscana.
Il 24 ottobre 1922, Mussolini dichiara a Napoli: "O ci daranno
il governo, o lo prenderemo calando su Roma" e minaccia di "prendere
per la gola la miserabile classe politica italiana". In realtà,
si tratta di un bluff. I fascisti non hanno la forza di attuare
davvero un colpo di stato. Mussolini vuole saggiare le intenzioni
di Vittorio Emanuele III, sapendo di poter contare sulla simpatia
degli ambienti di corte. Il presidente del Consiglio Luigi
Facta si dimette il 26 ottobre. Vittorio Emanuele non torna
a Roma nemmeno in questo momento. Si limita a suggerire al governo
di prendere contatto con i ribelli e a decidere, eventualmente,
di proclamare lo stato d'assedio come estrema soluzione.
Il voltafaccia di Vittorio Emanuele III
Il 27 "l'esercito delle camicie nere" dispiega le sue forze per
la calata su Roma. Il re torna a Roma la sera e ordina al dimissionario
Facta di difendere "a qualunque costo" la capitale. Il governo
vota all'unanimità un decreto di proclamazione dello stato d'assedio.
Il decreto viene firmato da tutti i ministri e affisso sui muri
di Roma. Facta attende una telefonata che lo inviti a palazzo
per la formalità della firma reale. Ma la telefonata non arriva.
Vittorio Emanuele nega efficacia ad una decisione del Consiglio
dei ministri da lui stesso sollecitata. Crede sia ormai il momento
di sbarazzarsi del debole Facta e di evitare, allo stesso tempo,
di affidare l'incarico a Giolitti. Il re ha inoltre avuto sentore
che i fascisti minacciano di detronizzarlo e mettere al suo posto
il duca d'Aosta. Sicuramente non è vero (come affermerà più tardi)
che le difese di Roma sono inadeguate. L'esercito dispone di trentamila
soldati ben equipaggiati. I fascisti sono un'armata raccogliticcia
di ventimila uomini.
Mussolini si trova a Milano, nella redazione del Popolo d'Italia,
per essere vicino al confine se le cose dovessero mettersi male.
Nel pomeriggio del 29, viene informato che il re accetta le sue
condizioni. La sera prende il treno per Roma dove arriva la mattina
seguente. Si presenta a Vittorio Emanuele e dichiara: "Chiedo
perdono a Vostra Maestà, se sono costretto a presentarmi ancora
in camicia nera, reduce della battaglia, fortunatamente incruenta,
che si è dovuta impegnare. Porto a Vostra Maestà l'Italia di Vittorio
Veneto, riconsacrata dalla vittoria, e sono il fedele servo di
Vostra Maestà".
Nasce così il gabinetto Mussolini, governo di coalizione che include
fascisti, liberali, popolari, esponenti delle forze armate e il
filosofo Giovanni Gentile. Il 16 novembre Mussolini dichiara
alla Camera: "Mi sono imposto dei limiti. Potevo fare di questa
aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il
Parlamento e costruire un governo esclusivamente di fascisti.
Potevo: ma non ho almeno in questo primo tempo voluto". Vittorio
Emanuele III osserva senza intervenire. Si sforza di sostenere
che l'ascesa di Mussolini al potere non ha avuto nulla di particolarmente
irregolare. Vittorio Emanuele è, per sua stessa ammissione, un
fatalista, convinto che gli uomini abbiano una responsabilità
soltanto parziale nello sviluppo degli avvenimenti. Si sente rassicurato
dalla presenza di un uomo forte che lo libera dalle continue crisi
politiche che era stato costretto a risolvere. Il re, non facile
agli elogi, rende pubblica la sua ammirazione per l'operosità
e il decisionismo di Mussolini.
Il nuovo presidente del Consiglio non ricambia questa ammirazione.
Parla del sovrano come di una persona inutile e noiosa, "troppo
piccolo per un'Italia che si avvia alla grandezza". Accoglie con
irritazione le dimostrazioni popolari di fedeltà al fascismo,
perché teme di vedervi una larvata critica al fascismo. La monarchia
serve però a garantire la forma della legittimità costituzionale
e ad assicurare la fedeltà dell'esercito. Per due volte alla settimana,
Mussolini toglie la camicia nera e si reca a palazzo in abito
di cerimonia e ghette per parlare col re, come un normale ministro
liberale. Un tempo repubblicano, confida spesso ai collaboratori
più stretti, che prima o poi ci sarà una rivoluzione fascista
più radicale. Nel frattempo, avrebbe ridotto gradualmente le prerogative
della Corona, perché "bisogna spellare la gallina senza farla
strillare".
Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/28 febbraio
ore 11:22
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