Dossier Savoia
Il punto
News
Scenario
I fatti, i perché
Protagonisti dossier
Hanno detto
Dall'A alla Z
Curiosità e numeri
Libri e film
Glossario dossier
Rassegna stampa
Link
 
 
Home
 Ultim'ora - Dossier - Dall'A alla Z - Protagonisti - Hanno detto - Sondaggi   <<back
 
  
Marcia reale
 
 Vita da Re
 I Savoia oggi
 Maria Josè
 L'anticonformista
 Intervista
 I dubbi di Amedeo
 Curiosità
 I custodi della sindone
 Savoia e l'Italia
 Cent'anni di polemiche
 Le colpe: la fuga
 ...e il Re se ne andò
Le colpe dei Savoia. Il fascismo
Marcia reale
Il ruolo di Vittorio Emanuele III nell’ascesa di Mussolini

A detta di molti storici, il fascismo italiano è stato un "totalitarismo imperfetto", per la presenza di due istituzioni potenti ed autorevoli come la Santa Sede e la monarchia. E' questo uno degli elementi che distingue il fascismo dal nazismo. Quando Adolf Hitler diventa cancelliere tedesco nel gennaio del 1933, non trova ostacoli istituzionali al suo progetto di "nazificazione" dello Stato. L'Imperatore Gulielmo II di Hoenzollern si dimette infatti all'indomani della disfatta nella Prima Guerra Mondiale. In meno di un anno Hitler elimina partiti, sindacati e qualsiasi forma di opposizione. Il partito nazista riesce a sostituire in tutto e per tutto lo Stato. La malandata Repubblica di Weimar è sostituita dal Terzo Reich.

Per tutto il ventennio della sua dittatura, Benito Mussolini si è dovuto invece sempre confrontare con la monarchia e, in particolare, con le volontà e gli umori di Vittorio Emanuele III. I due camminano in parallelo per lunghi tratti della strada che dalla marcia su Roma del 1922 porta alla destituzione di Mussolini del 25 luglio 1943. In questi ventuno anni non mancano però elementi di dissenso e di distinzione.

Facciamo un passo indietro. Nella vita e nella carriera di entrambi, ha un'importanza fondamentale la Prima Guerra Mondiale. Quando in Europa scoppia il conflitto, nel 1914, Vittorio Emanuele III è sul trono da quattordici anni. Dopo l'assassinio di suo padre Umberto I - nel 1900 - il nuovo re ha l'indubbio merito di non scegliere la soluzione autoritaria, ma di optare per una politica liberale. Sono gli anni di Giovanni Giolitti, più volte presidente del Consiglio tra il 1901 e il 1913. Vengono realizzate importanti riforme sociali e avviato un processo di modernizzazione che si rivelerà fondamentale nella storia del Paese. Ma nel 1915, quando si tratta di decidere sull'entrata in guerra, il re scavalca di fatto il Parlamento, a maggioranza neutralista. Vittorio Emanuele III diventa così, agli occhi dell'opinione pubblica, il re della guerra prime e della vittoria poi.

Anche per Mussolini la guerra è uno spartiacque. Esponente della sinistra socialista, allo scoppio della guerra nel 1914 è nettamente contrario all'intervento. Pochi mesi dopo, in autunno, si schiera invece per l'intervento contro i tedeschi. A novembre, con capitali francesi, fonda il Popolo d'Italia. Il Partito Socialista lo espelle.


La "presa" di Roma
E' questo il primo, fondamentale contatto tra Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III. Nel clima di instabilità e di violenze seguito alle elezioni del maggio 1921, Mussolini organizza il Movimento dei Fasci (fondato nel 1919) in Partito nazionale fascista. Ha appena 35 deputati, ma punta apertamente alla presidenza del Consiglio, cercando il sostegno degli industriali, spaventati dalle occupazioni delle fabbriche e dalla minaccia di una rivoluzione proletaria simile a quella russa. Dichiara che il fascismo avrebbe appoggiato una monarchia forte e ridato spazio all'iniziativa degli imprenditori. Col passare dei mesi, la tensione sale. Molti uomini politici, come Giolitti e Antonio Calandra, credono di poter usare Mussolini in funzione antisocialista nel quadro delle istituzioni liberali. Vittorio Emanuele vuole assolutamente evitare il ruolo di arbitro in una crisi politica extraparlamentare. Non ha particolare stima di Mussolini, ma a corte esiste un gruppo di simpatizzanti del fascismo, di cui fanno parte il Duca d'Aosta (che il re considera un proprio rivale) e anche la regina madre. Il primo aiutante di campo di Sua Maestà, Arturo Cittadini, è ritenuto un filofascista. Nei giorni cruciali dell'ottobre 1922, il re si tiene lontano da Roma. Prima si reca in visita in Belgio, poi trascorre dieci giorni in vacanza nella sua tenuta di San Rossore in Toscana.

Il 24 ottobre 1922, Mussolini dichiara a Napoli: "O ci daranno il governo, o lo prenderemo calando su Roma" e minaccia di "prendere per la gola la miserabile classe politica italiana". In realtà, si tratta di un bluff. I fascisti non hanno la forza di attuare davvero un colpo di stato. Mussolini vuole saggiare le intenzioni di Vittorio Emanuele III, sapendo di poter contare sulla simpatia degli ambienti di corte. Il presidente del Consiglio Luigi Facta si dimette il 26 ottobre. Vittorio Emanuele non torna a Roma nemmeno in questo momento. Si limita a suggerire al governo di prendere contatto con i ribelli e a decidere, eventualmente, di proclamare lo stato d'assedio come estrema soluzione.


Il voltafaccia di Vittorio Emanuele III
Il 27 "l'esercito delle camicie nere" dispiega le sue forze per la calata su Roma. Il re torna a Roma la sera e ordina al dimissionario Facta di difendere "a qualunque costo" la capitale. Il governo vota all'unanimità un decreto di proclamazione dello stato d'assedio. Il decreto viene firmato da tutti i ministri e affisso sui muri di Roma. Facta attende una telefonata che lo inviti a palazzo per la formalità della firma reale. Ma la telefonata non arriva. Vittorio Emanuele nega efficacia ad una decisione del Consiglio dei ministri da lui stesso sollecitata. Crede sia ormai il momento di sbarazzarsi del debole Facta e di evitare, allo stesso tempo, di affidare l'incarico a Giolitti. Il re ha inoltre avuto sentore che i fascisti minacciano di detronizzarlo e mettere al suo posto il duca d'Aosta. Sicuramente non è vero (come affermerà più tardi) che le difese di Roma sono inadeguate. L'esercito dispone di trentamila soldati ben equipaggiati. I fascisti sono un'armata raccogliticcia di ventimila uomini.

Mussolini si trova a Milano, nella redazione del Popolo d'Italia, per essere vicino al confine se le cose dovessero mettersi male. Nel pomeriggio del 29, viene informato che il re accetta le sue condizioni. La sera prende il treno per Roma dove arriva la mattina seguente. Si presenta a Vittorio Emanuele e dichiara: "Chiedo perdono a Vostra Maestà, se sono costretto a presentarmi ancora in camicia nera, reduce della battaglia, fortunatamente incruenta, che si è dovuta impegnare. Porto a Vostra Maestà l'Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria, e sono il fedele servo di Vostra Maestà".

Nasce così il gabinetto Mussolini, governo di coalizione che include fascisti, liberali, popolari, esponenti delle forze armate e il filosofo Giovanni Gentile. Il 16 novembre Mussolini dichiara alla Camera: "Mi sono imposto dei limiti. Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il Parlamento e costruire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho almeno in questo primo tempo voluto". Vittorio Emanuele III osserva senza intervenire. Si sforza di sostenere che l'ascesa di Mussolini al potere non ha avuto nulla di particolarmente irregolare. Vittorio Emanuele è, per sua stessa ammissione, un fatalista, convinto che gli uomini abbiano una responsabilità soltanto parziale nello sviluppo degli avvenimenti. Si sente rassicurato dalla presenza di un uomo forte che lo libera dalle continue crisi politiche che era stato costretto a risolvere. Il re, non facile agli elogi, rende pubblica la sua ammirazione per l'operosità e il decisionismo di Mussolini.

Il nuovo presidente del Consiglio non ricambia questa ammirazione. Parla del sovrano come di una persona inutile e noiosa, "troppo piccolo per un'Italia che si avvia alla grandezza". Accoglie con irritazione le dimostrazioni popolari di fedeltà al fascismo, perché teme di vedervi una larvata critica al fascismo. La monarchia serve però a garantire la forma della legittimità costituzionale e ad assicurare la fedeltà dell'esercito. Per due volte alla settimana, Mussolini toglie la camicia nera e si reca a palazzo in abito di cerimonia e ghette per parlare col re, come un normale ministro liberale. Un tempo repubblicano, confida spesso ai collaboratori più stretti, che prima o poi ci sarà una rivoluzione fascista più radicale. Nel frattempo, avrebbe ridotto gradualmente le prerogative della Corona, perché "bisogna spellare la gallina senza farla strillare".


Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/28 febbraio ore 11:22

inizio pagina
Ultim'ora - Dossier - Dall'A alla Z - Protagonisti - Hanno detto - Sondaggi   <<back