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I favorevoli ed i contrari al rientro in Italia

"Sono partito da Napoli nel giugno del 1946 a bordo di una nave ed a Napoli voglio ritornare ora ancora su una nave. Oltre tutto sono nato in quella città, sono napoletano. Potrei viverci". Così Vittorio Emanuele di Savoia, nato nel 1937 principe di Napoli, esiliato a Ginevra da quando aveva nove anni. Lui e suo figlio Emanuele Filiberto, classe 1972, non possono entrare nel territorio nazionale in base alla tredicesima disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana, nata dopo che il referendum popolare del 2 giugno 1946 sconfisse la monarchia. Né gli ex re con le loro consorti, né i loro discendenti maschi sono ammessi nel Belpaese.

La discussione sul ritorno in Italia dei Savoia è viva da almeno vent'anni, ma non ha perso d'intensità. La morte della regina Maria Josè (27 gennaio 2001) ha riacceso la querelle tra coloro che sono fermamente contrari e quelli che, invece, l'appoggiano. Non si tratta solamente dello scontro tra monarchici - pochi, in realtà, quelli sopravvissuti al passaggio del millennio - e repubblicani, ma tra due schieramenti che leggono la storia con chiavi decisamente opposte.

Nel marzo 1988 l'Italia ha perdonato Maria José, moglie di Umberto II, e ha lasciato che per lei la disposizione cadesse dopo la morte del marito. Il rientro dell'anziana regina, ormai vedova, è stato il primo passo per il disgelo tra il governo italiano e la famiglia dei reale. Ma in Italia c'è chi non vuole dimenticare: Fausto Bertinotti e Rifondazione comunista, nonché gran parte del centrosinistra, ricordano a gran voce le colpe storiche dei Savoia; Giorgio La Malfa (partito Repubblicano), si oppone per gli stessi motivi. Per i comunisti la monarchia si è resa complice del fascismo e delle sue violenze, avallando l'instaurazione del regime e l'emanazione delle leggi razziali. In più, la fuga dei reali successiva all'armistizio dell'8 settembre 1943 ha dimostrato l'imperdonabile viltà del re che ha lasciato la Nazione alla deriva. "Credo che sia un atto simbolico, ma significativo che questa casa regnante resti fuori dall'Italia", ha spiegato Bertinotti. I contestatori non dimenticano il rifiuto del re di firmare lo stato d'assedio il 28 ottobre 1922, quando i fascisti marciarono su Roma, né la mortificazione dello Statuto Albertino, pilastro della casata, la guerra in Etiopia, quella in Spagna e, soprattutto, la Seconda guerra mondiale.

L'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato si era espresso in favore di un'apertura ai reali. Anche in passato (1997), con il governo Prodi (1996-98) il Consiglio dei ministri era intervenuto in favore di una modifica della disposizione, precisando che, se è ammissibile il ritorno dei Savoia, non è accettabile, per motivi etico-politici, permettere che recuperino i propri diritti civili. La Camera, in quell'occasione, ha votato in prima lettura per la sospensione del divieto, ma la frattura è rimasta. I Verdi si sono dichiarati contrari, mentre fra i Popolari c'è stato chi si è espresso a favore dell'abrogazione. Allora si era addirittura profilata la possibilità di un referendum popolare.

Le polemiche si sono poi riproposte più e più volte. I Savoia hanno fatto ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo il 13 dicembre 1999 dato che la Repubblica italiana non si impegnava a risolvere il caso, ma hanno perso. Tra i parlamentari italiani che hanno votato a favore del rientro dei reali vi sono stati soprattutto esponenti del Polo, come Rocco Buttiglione, Vittorio Sgarbi, Jas Gawronsky, Francesco Fiori e Antonio Tajani, ma erano assenti i tre leader (Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini).

Dal canto loro, i discendenti dei Savoia, continuano a battersi il petto facendo il "mea culpa" per gli errori dei progenitori. "Le leggi razziali sono il più grande orrore che l'Italia abbia mai avuto - ha affermato Emanuele Filiberto raggiunto in occasione della morte della nonna Maria Josè -. Mi vergogno e mi scuso per chi le ha fatte".

Da un sondaggio effettuato dal People Swg è emerso che su 400 cittadini il 74 per cento sarebbe favorevole al loro rientro, ma il 54 per cento vorrebbe che gli eredi giurassero fedeltà alla Repubblica. Il principino è pronto, anzi, entusiasta, all'idea di manifestare il proprio rispetto alla Costituzione italiana, così come il padre che, ricordando le colpe del nonno, non si è comunque trattenuto dal giudicarlo "un grande re".

E la vittoria del centrodestra alla elezioni politiche del 2001 ha dato nuove speranze agli ex reali. Subito Vittorio Emanuele ha salutato l'elezione di Silvio Berlusconi a premier con parole di stima e soddisfazione. Il 31 luglio, il ministro per i rapporti con il parlamento Carlo Giovanardi, in Commissione Affari costituzionali del Senato, è stato esplicito: va posta fine a una vicenda che si trascina da troppo tempo. Per i Savoia sembra ormai spianata la strada del ritorno in Italia.

Grandinotizie.it/1°agosto 2001

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