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Lo avevamo già definito il caso giudiziario degli ultimi dieci anni quello di Marta Russo.
Nessun'altra vicenda era riuscita a catalizzare così a lungo l'attenzione degli italiani e a suscitare emozioni tanto contrastanti. E ora, dopo che la Corte di Cassazione presieduta da Renato Teresi sul tardi di giovedì 6 dicembre decide di annullare il processo di Corte d'Assise d'appello che aveva condannato a pene diverse Giovanni Scattone , Salvatore Ferraro e Francesco Liparota da caso giudiziario degli ultimi anni il processo per l'omicidio di Marta Russo rischia di divenire un caso che dividerà l'Italia, non solo quella che scrive come noi ma anche quella che parla nei bar, che discute in famiglia. L'Italia vera, insomma.
Colpevoli o innocenti? "Ma ti pare che due bravi ragazzi come quelli avrebbero mai potuto fare una cosa così drammaticamente sciagurata" sosterrà qualcuno al quale verrà subito risposto: "Si cercano sempre di coprire gli insospetabili. Basta guardarli quei due. Hanno giocato con la vita di una poveraccia. Hanno del torbido dentro".
Così ci si dividerà in due. Il processo si risvolgerà da capo. La sofferenza comunque vista (quella certa dei genitori di Marta, quella altrettanto certa, se innocenti, degli imputati) vagherà ancora per le aule del tribunale. Ritorneranno in scena le Alletto, le perizie, le congetture. Ci sarà mai una verità?
Vale la pena ricordare che soltanto a Roma, negli anni Novanta sono avvenuti omicidi altrettanto misteriosi e ancora irrisolti. Basta ricordare Simonetta Cesaroni, uccisa a coltellate in via Poma nel 1990; la contessa Alberica Filo della Torre, strangolata l'anno seguente nella sua villa dell'Olgiata; Antonella Di Veroli scoperta cadavere nell'armadio di casa sua nel 1994.
Nel 1995 è la volta della parrucchiera Giuseppa Nicoloso. Nessuno sa ancora chi abbia ucciso queste donne e perché. Ma nessuno, a parte i familiari delle vittime, sembra chiederselo ancora.
Perché allora si parla e si parlerà ancora a lungo del caso Marta Russo? Non solo, ne siamo sicuri, per la decisione della Cassazione, ma soprattutto perché in questa vicenda abbiamo, da subito, due ragazzi prima imputati e poi condannati ed ora di nuovo da giudicare, come assassini di Marta. C'è la vittima, ci sono i "cattivi". Ed è una condizione essenziale perché una storia susciti curiosità. Come sostiene qualcuno, l'umanità potrà anche cominciare con Adamo, ma la "storia dell'umanità" comincia con Caino. Da sempre, sono i "cattivi" il motore di ogni narrazione.
E Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone si prestano benissimo (ahiloro) a questa parte.
Innocenti o colpevoli che siano, chi non li conosce personalmente li trova, nella stragrande maggioranza dei casi, antipatici se non addirittura odiosi. Troppo calmi, troppo determinati nell'affermare la loro innocenza, troppo sicuri di essere prima o poi assolti.
In un Paese in cui il cittadino medio è, nella migliore delle ipotesi, scettico nei confronti della Giustizia, i due sono troppo poco "italiani" per suscitare la minima immedesimazione.
Quando esplode il caso Marta Russo, il Paese è appena uscito dalla bufera Tangentopoli. Per almeno tre anni, processi, interrogatori, rinvii a giudizio, emissioni di avvisi di garanzia, sono stati lo spettacolo quotidiano proposto dai media. Il Processo Enimont è seguito come un "reality show" da milioni di telespettatori. Tutti o quasi, parteggiano per l'accusa, per il pubblico ministero che mette alla berlina il politico di turno.
Quando il Pm Carlo Lasperanza dispone l'arresto di Scattone e Ferraro, l'opinione pubblica crede subito alla loro colpevolezza. Prima ancora di sapere su quali dati si basi l'impianto accusatorio, prevale nel Paese un senso di sollevazione per la cattura dei colpevoli.
Cambia tutto quando sbuca il video shock) dell'interrogatorio di Gabriella Alletto. E il processo diventa un check-up dello stato di salute della giustizia italiana. Ad essere discusso è il ruolo del pubblico ministero, regista delle indagini, "dominus" dell'inchiesta. Figura ambigua, metà investigatore e metà giudice. Le requisitorie e le arringhe cominciano a tingersi di "metagiurisprudenza". Gli interventi si fanno sempre più "teorici". Tesi diverse si fronteggiano senza esclusione di colpi. In alcuni momenti sul banco degli imputati sembra esserci la giustizia stessa.
Il processo, come ha affermato il magistrato Stefano Zurlo al Giornale nella primavera del 1999, è "sfuggito di mano a tutti". Forse anche ai media, che, fino alla rivelazione del video shock, hanno preso come fonte unica e inconfutabile, la magistratura e gli inquirenti.
Soltanto dopo quella rivelazione cominciano ad esserci inchieste giornalistiche autonome degne di nota. Il caso Marta Russo diventa allora una sorta di psicodramma collettivo. In gioco non c'è soltanto la verità sulla morte assurda di una povera ragazza. C'è un pezzo di storia del Paese. Piaccia o meno, il cambiamento più importante dell'assetto politico del dopoguerra non è avvenuto per mano dei partiti o della società civile. E' avvenuto per mano della magistratura, istituzione "terza" per antonomasia in qualsiasi stato di diritto. Il processo a Ferraro e Scattone sembra riprodurre perfettamente il corto circuito tra sistema giudiziario e sistema dell'informazione che ha sconvolto l'Italia quasi dieci anni fa.
Difficile che qualcuno ammetta di non avere una propria convinzione sul caso Marta Russo. C'è quasi una sorta di obbligo morale a schierarsi. O contro gli imputati, o contro i magistrati. Un vizio tipicamente italiano che forse ha inquinato irrimediabilmente l'iter di questo processo.
E la storia adesso continua.
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