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Il giorno seguente
alla sentenza di secondo grado per il processo Marta Russo si
riaccendono tutte le polemiche nate e cresciute sul caso. La stampa
non commenta con convinzione la decisione dei giudici. Sul Corriere
della Sera dell'8 marzo, Giovanni Bianconi scrive:
"Quello della povera studentessa colpita a morte da un proiettile
lungo i viali dell'università di Roma fu un omicidio colposo,
cioè perpetrato senza la volontà di ammazzare. Ma per la Corte
d'assise d'appello quei due giovani con le facce perbene non meritano
nessuna attenuante, bensì l'aggravante della "previsione dell'evento"
e, dunque, la pena è aumentata rispetto a quella inflitta loro
in primo grado. A parte gli anni di galera da scontare se la sentenza
sarà confermata in Cassazione e la diversa valutazione sull'usciere,
quella di ieri è la conferma della decisione presa dai primi giudici:
la "terza via" tra l'omicidio volontario invocato dall'accusa,
sia pure nell'arzigogolata variante del dolo eventuale,
e la totale innocenza proclamata dalla difesa. Una via d'uscita
per un processo infilatosi sulla scivolosa strada della valenza
politica, per via di quelle testimonianze d'accusa alla fine granitiche
- nel senso di reiterate a ogni interrogatorio, anche quelli più
aggressivi degli avvocati difensori - ma all'inizio addirittura
inesistenti, visto che nei primi verbali i nomi degli imputati
non c'erano proprio. Un processo nel quale sul banco degli imputati
non c'erano solo i presunti responsabili dell'omicidio di Marta
Russo.(…) No, in primo grado come in appello questo è diventato
anche un processo a un metodo d'indagine, a un modo d'interrogare
e intervenire sui testimoni che si ripercuote o meno sulla loro
credibilità". Anche Il Messaggero si mostra dubbioso e
dalle sue pagine Cristina Mangani, l'8 marzo scrive: "La
Corte d'Assise d'Appello ha emesso il verdetto dopo dodici ore
di Camera di consiglio: omicidio colposo e condanna a otto anni
per Scattone. Favoreggiamento e sei anni di pena per Ferraro.
Favoreggiamento anche per Liparota. Con questo verdetto la Corte
sembra aver voluto mantenere l'ipotesi di reato sostenuta dai
colleghi del primo grado di giudizio, ma ha inasprito le pene
individuando nella condotta colposa dei due giovani ricercatori
universitari, un'aggravante, quella della previsione dell'evento.
Praticamente un reato che è a un passo dall'omicidio con dolo
eventuale, ma che proprio perché l'azione non è stata voluta,
rientra ancora nella configurazione giuridica del delitto colposo.
Un po' come accade per i lanciatori di coltelli che lavorano nei
circhi. La loro azione è temeraria e qualora uccidano di certo
non volevano farlo, anche se l'evento era previsto. Scattone e
Ferraro, quindi, non cercavano la morte di Marta Russo".
I legali degli imputati affidano principalmente a Repubblica
le loro reazioni, non lesinando accuse anche pesanti: "Ha vinto
la ragion di stato", dice l'avvocato Livia Rossi per commentare
la nuova condanna del suo cliente Giovanni Scattone. La sentenza
che ha confermato sostanzialmente il giudizio di primo grado del
processo per l'omicidio di Marta Russo è, per i legali degli imputati,
una vera e propria doccia fredda. La battaglia giudiziaria comunque
continua. Il collegio difensivo annuncia che contro la sentenza
d'appello ricorrerà in Cassazione. "La guerra continua perché
noi siamo pienamente convinti dell'innocenza di Scattone", afferma
Manfredo Rossi, l'altro legale del ricercatore. "Se non
avessimo avuto contro la squadra mobile, la Digos e settori rilevanti
della procura, sarebbe stata più facile una decisione a favore
dell'imputato". "Si torna ad una tesi di omicidio colposo, che
praticamente è la tesi degli inquirenti ma che pone il problema
del perché si sono fatti tutti questi accertamenti", commenta
Vincenzo Siniscalchi, difensore di Salvatore Ferraro.
Tutti, nessuno escluso, hanno espresso un commento sulla condanna
di Liparota, vera novità del processo. Flavio Haver, sul
Corriere della Sera, scrive: "Ma chi rischia grosso, chi
ha davanti lo spettro della galera che fino a ieri sera non prevedeva
forse nemmeno lontanamente, è Liparota: assolto un anno e mezzo
fa, detenuto solo per una manciata di ore, l'usciere potrebbe
ritrovarsi a dover fare i conti con un lungo periodo da trascorrere
dietro le sbarre. E da lui, ritenuto dall'accusa l'anello debole
del terzetto, gli inquirenti si aspettano che possano arrivare
quei particolari che ancora mancano per mettere completamente
a fuoco tutte le responsabilità per il delitto dell'Università.(…)
La Corte d'Assise aveva assolto Liparota ritenendo che avesse
taciuto perché era sotto minaccia. Francesco Plotino ha
completamente ribaltato questo orientamento: l'usciere, secondo
lui, ha avuto un ruolo attivo, determinante nel tentativo di allontanare
i sospetti da Scattone e Ferraro. Come aveva fatto chiaramente
capire la supertestimone". Anche Cristina Mangani, del
Messaggero, riporta commento sulla stessa linea: "La Corte
d'Assise d'Appello riconoscendo la colpevolezza dei due imputati,
ha voluto riequilibrare il verdetto e lo ha condannato (Liparota)
a quattro anni per favoreggiamento, accogliendo le richieste della
procura generale. Se Scattone ha sparato dall'aula 6, come ha
detto Gabriella Alletto e come la Corte sembra aver creduto, e
se Ferraro si è messo le mani nei capelli e ha portato via la
pistola, Liparota non poteva che essere lì anche lui, quindi cosciente
di quello che stava accadendo".
Grandinotizie.it/21 marzo 2001 ore 13:45
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