Dossier Marta Russo
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 Protagonisti
 Scattone e Ferraro
La settimana dal 2 al 9 marzo 2001
Verdetto Esemplare?
Stampa scettica di fronte alla sentenza

Il giorno seguente alla sentenza di secondo grado per il processo Marta Russo si riaccendono tutte le polemiche nate e cresciute sul caso. La stampa non commenta con convinzione la decisione dei giudici. Sul Corriere della Sera dell'8 marzo, Giovanni Bianconi scrive: "Quello della povera studentessa colpita a morte da un proiettile lungo i viali dell'università di Roma fu un omicidio colposo, cioè perpetrato senza la volontà di ammazzare. Ma per la Corte d'assise d'appello quei due giovani con le facce perbene non meritano nessuna attenuante, bensì l'aggravante della "previsione dell'evento" e, dunque, la pena è aumentata rispetto a quella inflitta loro in primo grado. A parte gli anni di galera da scontare se la sentenza sarà confermata in Cassazione e la diversa valutazione sull'usciere, quella di ieri è la conferma della decisione presa dai primi giudici: la "terza via" tra l'omicidio volontario invocato dall'accusa, sia pure nell'arzigogolata variante del dolo eventuale, e la totale innocenza proclamata dalla difesa. Una via d'uscita per un processo infilatosi sulla scivolosa strada della valenza politica, per via di quelle testimonianze d'accusa alla fine granitiche - nel senso di reiterate a ogni interrogatorio, anche quelli più aggressivi degli avvocati difensori - ma all'inizio addirittura inesistenti, visto che nei primi verbali i nomi degli imputati non c'erano proprio. Un processo nel quale sul banco degli imputati non c'erano solo i presunti responsabili dell'omicidio di Marta Russo.(…) No, in primo grado come in appello questo è diventato anche un processo a un metodo d'indagine, a un modo d'interrogare e intervenire sui testimoni che si ripercuote o meno sulla loro credibilità". Anche Il Messaggero si mostra dubbioso e dalle sue pagine Cristina Mangani, l'8 marzo scrive: "La Corte d'Assise d'Appello ha emesso il verdetto dopo dodici ore di Camera di consiglio: omicidio colposo e condanna a otto anni per Scattone. Favoreggiamento e sei anni di pena per Ferraro. Favoreggiamento anche per Liparota. Con questo verdetto la Corte sembra aver voluto mantenere l'ipotesi di reato sostenuta dai colleghi del primo grado di giudizio, ma ha inasprito le pene individuando nella condotta colposa dei due giovani ricercatori universitari, un'aggravante, quella della previsione dell'evento. Praticamente un reato che è a un passo dall'omicidio con dolo eventuale, ma che proprio perché l'azione non è stata voluta, rientra ancora nella configurazione giuridica del delitto colposo. Un po' come accade per i lanciatori di coltelli che lavorano nei circhi. La loro azione è temeraria e qualora uccidano di certo non volevano farlo, anche se l'evento era previsto. Scattone e Ferraro, quindi, non cercavano la morte di Marta Russo".

I legali degli imputati affidano principalmente a Repubblica le loro reazioni, non lesinando accuse anche pesanti: "Ha vinto la ragion di stato", dice l'avvocato Livia Rossi per commentare la nuova condanna del suo cliente Giovanni Scattone. La sentenza che ha confermato sostanzialmente il giudizio di primo grado del processo per l'omicidio di Marta Russo è, per i legali degli imputati, una vera e propria doccia fredda. La battaglia giudiziaria comunque continua. Il collegio difensivo annuncia che contro la sentenza d'appello ricorrerà in Cassazione. "La guerra continua perché noi siamo pienamente convinti dell'innocenza di Scattone", afferma Manfredo Rossi, l'altro legale del ricercatore. "Se non avessimo avuto contro la squadra mobile, la Digos e settori rilevanti della procura, sarebbe stata più facile una decisione a favore dell'imputato". "Si torna ad una tesi di omicidio colposo, che praticamente è la tesi degli inquirenti ma che pone il problema del perché si sono fatti tutti questi accertamenti", commenta Vincenzo Siniscalchi, difensore di Salvatore Ferraro.

Tutti, nessuno escluso, hanno espresso un commento sulla condanna di Liparota, vera novità del processo. Flavio Haver, sul Corriere della Sera, scrive: "Ma chi rischia grosso, chi ha davanti lo spettro della galera che fino a ieri sera non prevedeva forse nemmeno lontanamente, è Liparota: assolto un anno e mezzo fa, detenuto solo per una manciata di ore, l'usciere potrebbe ritrovarsi a dover fare i conti con un lungo periodo da trascorrere dietro le sbarre. E da lui, ritenuto dall'accusa l'anello debole del terzetto, gli inquirenti si aspettano che possano arrivare quei particolari che ancora mancano per mettere completamente a fuoco tutte le responsabilità per il delitto dell'Università.(…) La Corte d'Assise aveva assolto Liparota ritenendo che avesse taciuto perché era sotto minaccia. Francesco Plotino ha completamente ribaltato questo orientamento: l'usciere, secondo lui, ha avuto un ruolo attivo, determinante nel tentativo di allontanare i sospetti da Scattone e Ferraro. Come aveva fatto chiaramente capire la supertestimone". Anche Cristina Mangani, del Messaggero, riporta commento sulla stessa linea: "La Corte d'Assise d'Appello riconoscendo la colpevolezza dei due imputati, ha voluto riequilibrare il verdetto e lo ha condannato (Liparota) a quattro anni per favoreggiamento, accogliendo le richieste della procura generale. Se Scattone ha sparato dall'aula 6, come ha detto Gabriella Alletto e come la Corte sembra aver creduto, e se Ferraro si è messo le mani nei capelli e ha portato via la pistola, Liparota non poteva che essere lì anche lui, quindi cosciente di quello che stava accadendo".

Grandinotizie.it/21 marzo 2001 ore 13:45


 
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