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Rinvio a giudizio per Agostino Saccà e Carlo Cari, all'epoca rispettivamente direttore e funzionario amministrativo di Raiuno.
L'accusa per entrambi è quella di aver pagato Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro - i due imputati dell'omicidio di Marta Russo condannati in primo e secondo grado - per l'intervista trasmessa dal primo canale della Rai in prima serata il 1 giugno del '99, proprio il giorno della sentenza di primo grado.
L'intervista dei due viene replicata l'8 giugno nel programma Porta a Porta. La Rai per avere l'esclusiva paga in totale 260 milioni di lire e scoppiano le polemiche: il giorno della condanna, ecco i due imputati per il delitto dell'università spiegare dagli schermi del Tg1 - a pagamento - che sono innocenti.
Queste le accuse. In realtà la Rai aveva firmato il giorno prima, il 31 maggio '99, due contratti con il padre di Giovanni Scattone e il fratello di Salvatore Ferraro, e si era impegnata a pagare la somma, centotrenta milioni di lire a testa, in due tranche successive: una, corrispondente ad un terzo del totale, da versare tre giorni dopo l'intervista sul Tg1; la seconda, pari a due terzi della somma, da pagare tre giorni dopo Porta a Porta.
La Rai saldò regolarmente la somma nonostante le fosse stata notificata l'ordinanza di sequestro conservativo dei beni dei due imputati. Il legale della famiglia Russo, Luca Petrucci, aveva, infatti, presentato richiesta di sequestro conservativo dei beni di Scattone e Ferraro e il giudice aveva autorizzato il provvedimento, prima che avvenisse il pagamento della Rai.
Ora il Gip del Tribunale di Roma, Maria Antonietta Ciriaco, dopo aver esaminato la richiesta di archiviazione presentata dai legali Rai ha stabilito che quei contratti erano anomali e ha rinviato a giudizio Saccà e Cari, con l'imputazione di "mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice" (articolo 388 del codice penale). In pratica secondo il Gip i due avrebbero volontariamente ignorato il provvedimento del giudice. Saccà e Cari si difendono sostenendo che il contratto era a nome dei familiari di Scattone e Ferraro, che a loro volta erano debitori nei confronti dei propri congiunti. Il pagamento dunque era lecito.
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