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Un documento di 506 pagine depositato questa mattina presso la Procura di Roma. Un grosso faldone che contiene la motivazione della sentenza, con cui il 7 febbraio scorso si è chiuso il processo d'appello per l'omicidio di Marta Russo.
Per la Corte d'Assise d'Appello Giovanni Scattone sparò consapevolmente pur non volendo la morte di nessuno, mentre Salvatore Ferraro agì con lo scopo di aiutare l'amico.
Per questo i due sono stati condannati il primo a otto anni di reclusione per omicidio colposo aggravato e il secondo a sei anni per favoreggiamento personale. I giudici spiegano perché hanno nuovamente dato ragione all'accusa, visto che già in primo grado i due ricercatori erano stati ritenuti colpevoli (a Scattone erano stati dati sette anni per omicidio colposo non aggravato e quattro a Ferraro per favoreggiamento). Ma, soprattutto, illustrano per quale motivo hanno aggravato le pene, discostandosi dal primo verdetto: "L'ipotesi formulata dalla Corte di primo grado, secondo cui il ricercatore universitario (Scattone) poteva non sapere che l'arma fosse carica - scrive il presidente della Corte d'Assise d'Appello Francesco Plotino - è priva di qualsiasi fondamento fattuale e logico".
Nella motivazione si argomenta che il reato da attribuire all'imputato è quello di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell'evento perché Scattone aveva prestato servizio nei carabinieri. Dunque, conosceva bene il funzionamento delle armi. A convincere i giudici di secondo grado sono state la testimonianza di Gabriella Alletto, le dichiarazioni accusatorie rese dall'ex assistente di Filosofia del diritto Maria Chiara Lipari e il primo racconto di Francesco Liparota. L'usciere in un primo momento confermò la scena così come l'aveva descritta l'Alletto: Scattone che spara dalla finestra dell'Aula 6 dell'Istituto di filosofia del diritto e Ferraro che si mette le mani nei capelli. Successivamente, però, ritrattò la versione, scagionando i due assistenti.
Un altro elemento ritenuto fondamentale è stata la perizia sulla particella scoperta nella borsa di Ferraro e risultata ''compatibile'' all'innesco del proiettile che uccise Marta Russo.
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