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La procura generale della Corte d'appello di Roma non è soddisfatta e chiede una pena più severa per Giovanni Scattone, il principale imputato per il delitto Marta Russo.
L'ex assistente di Filosofia del diritto è stato condannato in secondo grado a otto anni di reclusione per omicidio colposo con l'aggravante della previsione dell'evento.
E' questo il senso del ricorso che l'accusa ha depositato in Cassazione: un documento di sei pagine firmato dal procuratore generale Vincenzo Nicosia e dall'avvocato generale Renato Calderone. Entrambi chiedono l'annullamento del processo d'appello con rinvio.
Ora tutto passa alla Suprema Corte dopo che anche i legali di Scattone e Ferraro hanno fatto ricorso, ovviamente per motivi inversi.
E se non accadrà nulla d'imprevisto, la prima udienza per la discussione si terrà entro la fine dell'anno.
La pubblica accusa è, invece, soddisfatta dalla motivazione della sentenza della Corte d'Assise d'Appello nella parte in cui ha comminato sei anni di carcere all'altro ex assistente di Giurisprudenza Salvatore Ferraro (riconosciuto colpevole di favoreggiamento e porto abusivo d'arma da fuoco) e quattro anni all'usciere Francesco Liparota (condannato per favoreggiamento).
Se la Cassazione dovesse confermare la decisione di secondo grado, Scattone e Ferraro verrebbero immediatamente arrestati per scontare il resto della pena visto che sono già stati sottoposti a custodia cautelare preventiva.
Nel ricorso, Nicosia e Calderone spiegano che la sentenza d'appello "merita un plauso perché del tutto aderente alle risultanze processuali", e illustrano perché Scattone dovrebbe avere una pena più severa: "Si versa nella colpa con previsione quando la verificabilità dell'evento rimane come ipotesi astratta che l'agente non ritiene realizzabile in concreto, confidando nella propria capacità di controllare l'azione e di evitare il verificarsi dell'evento nocivo ipotizzato. Con riferimento all'imputato Scattone di simile capacità di controllo della propria azione non si rinviene un pur minimo indizio né in atti né in sentenza."
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