Dossier Marta Russo
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Salvatore Ferraro
 
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Dal delitto passionale a quello politico
Verità, non verità
Sospetti e sospettati di una lunga indagine

Un attentato, uno sbaglio o un gioco? E' questo l'interrogativo che c'è dietro la morte di Marta Russo e che forse continuerà a rimanere un dubbio per molti, al di là della verità processuale. Per i giudici di primo e secondo grado, infatti, l'omicidio della studentessa è scaturito da un errore di Giovanni Scattone: l'assistente voleva colpirla, ma non ucciderla. Solo un gesto senza una finalità precisa, compiuto forse per dimostrare al collega, Salvatore Ferraro, di essere un buon tiratore.

Ma come in tutti i grandi gialli, anche in questo ci sono tanti indizi ed elementi che lasciano il campo ad una serie di piste alternative. A prendere corpo per prima è l'ipotesi dell'attentato politico, magari legato all'anniversario del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Non si esclude neanche che il collegamento politico sia più ampio: nei giorni precedenti al 9 maggio 1997, alcuni gruppi islamici avevano più volte minacciato rappresaglie per le sanzioni adottate dai Paesi europei a seguito di un processo in Germania contro quattro estremisti filo-iraniani, accusati di aver ucciso alcuni Curdi. Il 13 maggio 1997, però, il Pm Carlo La Speranza dichiara al quotidiano La Repubblica: "La pista politica non ha trovato riscontri: la ragazza era di sinistra, ma la sua amica di An. E,comunque, la sua era solo una simpatia e non una militanza attiva".

Quando c'è un omicidio per prima cosa gli investigatori passano al setaccio la vita della vittima, abitudini, frequentazioni, legami famigliari. Ogni frammento del presente e del passato viene analizzato e scomposto alla ricerca di risposte. Ogni forma di privacy è violata. Così accade anche con Marta Russo. Ma su di lei non si scopre nulla: la sua è una vita normale, niente che lasci immaginare una vendetta o una ritorsione. Anche l'ipotesi del delitto passionale viene bocciata: Luca Bendini, il fidanzato al momento dell'omicidio era al lavoro e il suo alibi viene confermato dai suoi colleghi.

Al momento dello sparo Marta non era sola, stava passeggiando con l'amica Iolanda Ricci, l'attenzione degli investigatori, si sposta su di lei. Il padre di Iolanda, Enzo Ricci, impegnato politicamente in An, è dirigente del ministero della Giustizia, ma soprattutto era stato negli Anni '70 direttore del carcere di Rebibbia. Qualcuno potrebbe avere covato rabbia nei suoi confronti? Inoltre, Iolanda racconta di ricevere da un po' di tempo telefonate anonime anche nel cuore della notte. Dopo alcune verifiche, però, la pista viene abbandonata.

Qualche giorno dopo l'assassinio si presenta in questura una ragazza siciliana identica a Marta Russo, la sosia sostiene che c'è stato uno scambio di persona: in realtà avrebbe dovuto essere lei la vittima. Suo padre, un imprenditore perseguitato dai boss del racket, è sotto la protezione della polizia. Entrambi, poi, erano stati testimoni in un processo di usura ed estorsione contro due capi-clan di una grossa organizzazione malavitosa di Messina. La sentenza era passata in giudicato pochi mesi prima del 9 maggio 1997. La ragazza nomina per la prima volta Ferraro, dicendo che è stato lui a spostarle l'esame per consentirle di essere al processo. Ferraro è di Locri, per questo gli investigatori ipotizzano un collegamento. Ma le indagini escludono qualsiasi tipo di rapporto fra l'assistente e la cosca di Messina. Anche la pista mafiosa cade.


Elisabetta Tanini/Grandinotizie.it/20 febbraio 2001 ore 18:30


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