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La signora Gabriella
Alletto è segretaria dell'istituto di Filosofia del diritto,
all'università "La Sapienza". Una delle tante mattine di maggio
è al suo lavoro, sempre uguale. Ma in un ambiente diverso da tutti
gli altri: giovani gli studenti, giovani gli assistenti e i ricercatori.
Un ambiente che a volte non sembra un luogo di lavoro. Perché
la cultura non è un lavoro.
Durante una di quelle tante mattine succede qualcosa. Si tratta
di un fatto grave: una ragazza muore nel vialetto accanto alla
facoltà. E' stata uccisa da un colpo di pistola. Apparentemente
ciò non ha nulla a che fare con la segretaria Alletto, nessuna
ripercussione sulla sua vita, se non la pena e la commozione per
una giovane spezzata nel fiore degli anni. Sentimenti tra l'altro
comuni a molti.
Cominciano le indagini. Alla fine di maggio gli inquirenti arrivano
alla segretaria. La Alletto viene sottoposta a nove interrogatori
prima di dare la sua versione definitiva. Il 14 giugno fornisce
un racconto molto dettagliato su come si sono svolti i fatti.
Su come sì, Scattone e Ferraro fossero lì nell'aula
VI. Un racconto sul quale si fonderà tutto l'impianto accusatorio
che porterà alla condanna dei due assistenti in I e II grado.
La teste e la sua testimonianza vengono passate al setaccio. Il
perché del silenzio iniziale prima di tutto. La Alletto risponde
di aver avuto paura: paura "delle conseguenze alle quali sarei
andata incontro se avessi parlato. Avevo però anche una specie
di blocco psicologico che oggi, dopo essere stata a lungo interrogata,
con il vostro aiuto, sono riuscita a superare". Dice di non averne
più potuto fare a meno di parlare : "Quando c'è una stretta finale,
bisogna decidere, bisogna prendere delle responsabilità". I mesi
passano e la testimonianza dell'Alletto, che non hai mai convinto
l'opinione pubblica fino in fondo, vacilla sotto i colpi degli
scoop. Viene diffusa la registrazione della conversazione intercettata
tra la teste e il cognato, il vice ispettore di polizia Luigi
Di Mauro, conversazione nella quale l'Alletto, anche di fronte
alle sollecitazioni del cognato, afferma di non essere entrata
in quella stanza al momento del delitto. Poi il video sull'interrogatorio:
il documento è inquietante, mostra le pesanti pressioni subite
dalla teste affinché facesse dei nomi. Qual è la verità?
Nel processo di primo grado la teste appare spaesata, impaurita.
Le dichiarazioni rese in aula sono piene di contraddizioni. In
una intervista televisiva la sua insicurezza rischia di compromettere
ancora di più la valenza della sua testimonianza. Ma arriva la
prima sentenza e i giudici le credono. Non solo. La assolvono
dal reato di favoreggiamento.
Gabriella Alletto si fa forte dell'esperienza ogni giorno che
passa. Gradualmente non rilascia più dichiarazioni e nelle rare
apparizioni pubbliche si mostra molto più sicura e determinata,
precisa nell'esporre la sua versione dei fatti. E i giudici le
credono di nuovo. Il secondo grado del processo si chiude: ancora
una volta tutto ha ruotato intorno alla sua testimonianza. "Questa
sentenza ha riconfermato la piena veridicità di quello che ho
raccontato, ma sono ugualmente amareggiata. Ho sopportato quasi
da sola il peso dell'accusa e questo mi ha provocato esclusivamente
problemi. Mi sono piovute addosso una valanga di calunnie. Hanno
tentato di distruggere la mia vita privata".
La "donna" Gabriella Alletto si è resa più forte ad ogni nuovo
attacco della difesa e dei mezzi di informazione. Sostenuta e
consigliata dai suoi avvocati, si è calata nel ruolo che questo
processo particolare ha voluto per lei: la teste principale e
fondamentale. Ma per qualcuno il dubbio sulla vera natura di questa
testimonianza e indirettamente sulla sincerità di questa donna,
rimane. E forse rimarrà per sempre.
Valeria De Rosa/grandinotizie.it/22 febbraio
2001ore 17:00
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