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Aule di tribunali,
saloni parlamentari, pagine di giornali: il processo "Marta
Russo" viene dibattuto ovunque. Anche nei bar, nelle cene
tra amici, davanti alle edicole. Da quasi quattro anni la tragica
morte della studentessa romana, e l'inchiesta giudiziaria che
ne è seguita, spacca in due il Paese. Fin dai giorni in cui gli
inquirenti indicano Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro,
entrambi assistenti alla cattedra di Filosofia del diritto, come
i principali indiziati, l'opinione pubblica italiana si divide
tra innocentisti e colpevolisti. La forte emozione che questa
vicenda suscita in tutta Italia spinge anche i politici a prendere
posizione, e molti di loro a pronunciarsi a favore o contro i
due dottorandi.
Quando la procura dispone gli arresti per Scattone e Ferraro Enzo
Fragalà, deputato di An, va a trovarli a Regina Coeli ed il
giorno dopo presenta una un'interrogazione al ministro degli Interni
perché sottoponga a verifica quanto i due inquisiti gli avevano
raccontato circa il trattamento "illegittimo" cui sarebbero stati
sottoposti da parte degli inquirenti. Buona parte del Parlamento
si solleva poi quando i telegiornali mandano il video-shock della
deposizione in questura di Gabriella Alletto. Il presidente
del Consiglio, Romano Prodi, chiede spiegazioni.
Grande eco, e grandi rimostranze, suscita, poi, la sentenza emessa
dai giudici nel processo d'appello. La Corte di secondo grado
rende, infatti, ancora più severa la condanna per Scattone e Ferraro,
e le reazioni non si fanno attendere. Fragalà, questa volta spalleggiato
da un altro deputato di An, Alberto Simeoni, attacca la
sentenza ma soprattutto l'incapacità di fare vera chiarezza. Dice:
"Confermo solidarietà alle famiglie Russo, Scattone e Ferraro,
tutte vittime di una giustizia ingiusta che fornisce verità presunte".
Anche i giornali prendono immediatamente posizioni sul caso. Dopo
i primi indugi, la maggior parte si schiera a favore della tesi
innocentista. Da La Repubblica al Manifesto , tutti
argomentano la loro scelta di campo con "l'inesistenza del movente
e l'immaterialità dell'arma".
Nel giugno del '97, appena cinque giorni dopo l'arresto dei due
assistenti di Filosofia del diritto La Repubblica affida
alla penna del professore Alessandro Figà Talamanca i suoi
dubbi sulla ricostruzione dei fatti e sui metodi degli inquirenti.
Ma le penne, anzi i tasti dei cronisti si infiammano ancora di
più appena la vicenda varca l'aula del tribunale (30 aprile 1998).
Il 4 febbraio dello stesso anno, dalle pagine di Liberal
Alberto Beretta Anguissola sostiene l'inesistenza di "vere
e proprie prove" e apostrofa le testimonianze a favore dell'accusa
come non indiscutibili e rese da "persone che per un motivo o
per l'altro non sono parse molto attendibili" Ed aggiunge: "Del
resto anche le prove a difesa, e cioè gli alibi, non sono granitici
né per Giovanni Scattone, né per Salvatore Ferraro (del resto,
caro lettore, cosa facevi tu alle 11.42 del 9 maggio 1997, e chi
può confermare il tuo alibi?). E inoltre, se credessimo davvero
alla presunzione di innocenza, la fragilità delle prove di accusa
non dovrebbe forse bastare a renderci tutti innocentisti?"
Nel marzo del '99 Giovanni Valentini apre su La Repubblica
una controinchiesta e appena i giudici si pronunciano in primo
grado parla di "una sentenza di fantasia per spiegare un delitto
senza movente". Anche Roberto Martinelli del Messaggero,
si leva contro la decisione della Corte, sostenendo che anche
il più disattento degli osservatori avrebbe considerato la sentenza
come un vero e proprio atto compromissorio.
La recente sentenza d'appello "rianima" le penne degli innocentisti
della prima ora. "Ci avevano sempre insegnato che un tribunale
può condannare un imputato solo se la sua colpevolezza è provata
al di là di ogni ragionevole dubbio", scrive lo storico Giovanni
Sabbatucci sul Messaggero del 9 febbraio 2001. "La
sentenza della Corte d'appello di Roma, che conferma e aggrava
le condanne nei confronti di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro
già formulate in primo grado per l'omicidio di Marta Russo (aggiungendovi
quella di Francesco Liparota), ci dice invece che si può essere
dichiarati colpevoli anche quando i dubbi sono moltissimi".
Ma già il giorno prima Giovanni Valentini aveva posto le domande
alle quali i giudici dovranno necessariamente trovare una risposta
nel processo in Cassazione. "Perché due giovani e brillanti assistenti
in carriera avrebbero commesso una tale leggerezza? Perché sarebbero
stati tanto imprudenti e irresponsabili? E soprattutto, perché
non avrebbero dovuto confessare subito un delitto colposo, in
modo da chiudere rapidamente i conti con la giustizia?".
Lia Romagno/Grandinotizie.it/16 febbraio 2001
ore 18.09
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