Dossier Marta Russo
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Vincenzo Fragalà
 
 Indice dossier
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 Il processo
 Parte seconda
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 La motivazione
 1997-2001
 Quattro anni di misteri
 Reazioni
 Una vittoria triste
 Indagini
 Sospetti e sospettati
 Protagonisti
 Scattone e Ferraro
Le responsabilità di Scattone e Ferraro
Innocenti?
Stampa e politici li assolvono

Aule di tribunali, saloni parlamentari, pagine di giornali: il processo "Marta Russo" viene dibattuto ovunque. Anche nei bar, nelle cene tra amici, davanti alle edicole. Da quasi quattro anni la tragica morte della studentessa romana, e l'inchiesta giudiziaria che ne è seguita, spacca in due il Paese. Fin dai giorni in cui gli inquirenti indicano Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, entrambi assistenti alla cattedra di Filosofia del diritto, come i principali indiziati, l'opinione pubblica italiana si divide tra innocentisti e colpevolisti. La forte emozione che questa vicenda suscita in tutta Italia spinge anche i politici a prendere posizione, e molti di loro a pronunciarsi a favore o contro i due dottorandi.

Quando la procura dispone gli arresti per Scattone e Ferraro Enzo Fragalà, deputato di An, va a trovarli a Regina Coeli ed il giorno dopo presenta una un'interrogazione al ministro degli Interni perché sottoponga a verifica quanto i due inquisiti gli avevano raccontato circa il trattamento "illegittimo" cui sarebbero stati sottoposti da parte degli inquirenti. Buona parte del Parlamento si solleva poi quando i telegiornali mandano il video-shock della deposizione in questura di Gabriella Alletto. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, chiede spiegazioni.

Grande eco, e grandi rimostranze, suscita, poi, la sentenza emessa dai giudici nel processo d'appello. La Corte di secondo grado rende, infatti, ancora più severa la condanna per Scattone e Ferraro, e le reazioni non si fanno attendere. Fragalà, questa volta spalleggiato da un altro deputato di An, Alberto Simeoni, attacca la sentenza ma soprattutto l'incapacità di fare vera chiarezza. Dice: "Confermo solidarietà alle famiglie Russo, Scattone e Ferraro, tutte vittime di una giustizia ingiusta che fornisce verità presunte".

Anche i giornali prendono immediatamente posizioni sul caso. Dopo i primi indugi, la maggior parte si schiera a favore della tesi innocentista. Da La Repubblica al Manifesto , tutti argomentano la loro scelta di campo con "l'inesistenza del movente e l'immaterialità dell'arma".

Nel giugno del '97, appena cinque giorni dopo l'arresto dei due assistenti di Filosofia del diritto La Repubblica affida alla penna del professore Alessandro Figà Talamanca i suoi dubbi sulla ricostruzione dei fatti e sui metodi degli inquirenti. Ma le penne, anzi i tasti dei cronisti si infiammano ancora di più appena la vicenda varca l'aula del tribunale (30 aprile 1998). Il 4 febbraio dello stesso anno, dalle pagine di Liberal Alberto Beretta Anguissola sostiene l'inesistenza di "vere e proprie prove" e apostrofa le testimonianze a favore dell'accusa come non indiscutibili e rese da "persone che per un motivo o per l'altro non sono parse molto attendibili" Ed aggiunge: "Del resto anche le prove a difesa, e cioè gli alibi, non sono granitici né per Giovanni Scattone, né per Salvatore Ferraro (del resto, caro lettore, cosa facevi tu alle 11.42 del 9 maggio 1997, e chi può confermare il tuo alibi?). E inoltre, se credessimo davvero alla presunzione di innocenza, la fragilità delle prove di accusa non dovrebbe forse bastare a renderci tutti innocentisti?"

Nel marzo del '99 Giovanni Valentini apre su La Repubblica una controinchiesta e appena i giudici si pronunciano in primo grado parla di "una sentenza di fantasia per spiegare un delitto senza movente". Anche Roberto Martinelli del Messaggero, si leva contro la decisione della Corte, sostenendo che anche il più disattento degli osservatori avrebbe considerato la sentenza come un vero e proprio atto compromissorio.

La recente sentenza d'appello "rianima" le penne degli innocentisti della prima ora. "Ci avevano sempre insegnato che un tribunale può condannare un imputato solo se la sua colpevolezza è provata al di là di ogni ragionevole dubbio", scrive lo storico Giovanni Sabbatucci sul Messaggero del 9 febbraio 2001. "La sentenza della Corte d'appello di Roma, che conferma e aggrava le condanne nei confronti di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro già formulate in primo grado per l'omicidio di Marta Russo (aggiungendovi quella di Francesco Liparota), ci dice invece che si può essere dichiarati colpevoli anche quando i dubbi sono moltissimi".

Ma già il giorno prima Giovanni Valentini aveva posto le domande alle quali i giudici dovranno necessariamente trovare una risposta nel processo in Cassazione. "Perché due giovani e brillanti assistenti in carriera avrebbero commesso una tale leggerezza? Perché sarebbero stati tanto imprudenti e irresponsabili? E soprattutto, perché non avrebbero dovuto confessare subito un delitto colposo, in modo da chiudere rapidamente i conti con la giustizia?".

Lia Romagno/Grandinotizie.it/16 febbraio 2001 ore 18.09


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