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E' un venerdì caldo,
che anticipa l'arrivo dell'estate. "La Sapienza" è affollata come
al solito e sembra una mattina come tante altre: qualche studente
va a lezione, qualcun'altro aspetta arrivi il suo turno per fare
l'esame e c'è perfino chi si gode il sole seduto su di una panchina.
All'improvviso un tonfo, un rumore sordo. Marta Russo,
22 anni, studentessa di Giurisprudenza, si accascia a terra accanto
all'amica Iolanda Ricci. Qualcuno le ha sparato. Parte
subito l'allarme, arrivano la polizia, i vigili e i primi soccorritori.
Marta viene portata al Policlinico. Cinque giorni dopo muore.
Scatta subito la caccia all'assassino. Tutte le uscite dell'università
vengono bloccate nel tentativo d'individuare un sospetto. Dopo
due ore l'ateneo è stato passato al setaccio: tutti i cestini
dei rifiuti e i cassonetti dell'immondizia vengono svuotati per
cercare l'arma del delitto. Ma non c'è nessuna traccia. Nessun
indizio.
Nell'ufficio del Commissariato di Pubblica Sicurezza vengono interrogati
i primi testimoni a cominciare da Iolanda Ricci. Fin dall'inizio,
però, le indagini sembrano in salita. Dell'inchiesta è competente
la Procura di Roma che affida il caso al Pm Carlo La Speranza.
Tutte le piste sono aperte, dal movente passionale a quello politico.
L'11 maggio, due giorni dopo l'omicidio, i genitori della ragazza
lanciano un appello: "Chiunque ha visto - dice il padre Donato
- deve parlare". Lo stesso fa anche il Pm che invita tutti i testimoni
a presentarsi alla polizia. L'attenzione degli investigatori si
concentra su due finestre al pianoterra di Statistica, vicine
al luogo dell'assassinio, in particolare un'informativa della
Digos, del 12 maggio, indica il bagno dei disabili come "il più
accreditabile luogo da cui è stato esploso il colpo"
Decine di ispezioni, centinaia di rilievi portano ai dipendenti
della "Pul.tra", l'impresa che ha l'appalto delle pulizie all'interno
dell'università. Sempre il 12 maggio in un locale vengono trovate
due vecchie cartucce; la sera stessa vengono interrogati il titolare
della ditta Augusto Tirelli, il figlio Sebastiano e altri
otto dipendenti e nell'armadietto di uno di loro viene trovato
un tubo metallico, per la Digos potrebbe essere un silenziatore
rudimentale. Anche le loro abitazioni vengono perquisite e viene
scoperto un arsenale di armi giocattolo modificate. Nell'inchiesta
entra anche Rino Zingale, bibliotecario di Lettere e appassionato
di armi. Il suo nome risulta da alcune intercettazioni telefoniche:
due dipendenti della "Pul.tra" parlano di lui come di una persona
sospetta. A casa sua vengono trovate sei pistole, tutte regolarmente
registrate. Alcuni impiegati del laboratorio di Fisica raccontano,
inoltre, agli inquirenti che Zingale si era informato sulla possibilità
di utilizzare un tornio per fabbricare dei proiettili artigianali.
Ma due colleghi del bibliotecario testimoniano che il giorno del
delitto l'uomo non si è mai mosso dal suo posto di lavoro.
Il 19 maggio le indagini si spostano a Giurisprudenza: gli uomini
della scientifica scoprono tracce di polvere da sparo sul davanzale
della finestra dell'aula 6 nell'Istituto di filosofia del diritto.
Si tratta una particella contenente piombo e antimonio. Si comincia
ad indagare su tutte le persone che a vario titolo gravitano intorno
all'istituto.
Il 12 giugno arriva il primo arresto: il prof. Bruno Romano
direttore dell'istituto di filosofia del diritto viene sottoposto
agli arresti domiciliari con l'accusa di favoreggiamento. A metterlo
nei guai è l'assistente Maria Chiara Lipari, secondo la
quale il professore avrebbe invitato ad "essere cauti con le dichiarazioni
agli inquirenti, per non rovinare il buon nome dell'istituto".
E contro di lui c'è anche un'intercettazione telefonica in cui
la moglie lascia intendere che Romano conosce un assistente abituato
a maneggiare armi.
La mattina del 14 giugno vengono convocati in questura l'usciere
Francesco Liparota e la segretaria dell'istituto, Gabriella
Alletto, entrambi citati nella testimonianza della Lipari.
L'uomo viene ascoltato velocemente, mentre l'Alletto viene interrogata
per molte ore: per la prima volta ammette di essere stata nell'aula
6 la mattina del delitto, (circostanza che fino a quel momento
aveva sempre negato) e dice di aver visto Giovanni Scattone
sparare e mettere la pistola nella borsa di Salvatore Ferraro;
con loro anche Liparota. Verso le 22 il Gip Guglielmo Muntoni
emette tre ordini di custodia cautelare: Ferraro viene preso nella
sua abitazione in via Pavia, Scattone si trova in un ristorante
al Foro Italico e Liparota è ancora nei pressi degli uffici della
polizia. Vengono arrestati con l'accusa di favoreggiamento anche
Maria Urilli, un'altra segretaria e Maurizio Basciu,
bibliotecario. Dopo poche ore Liparota scrive un biglietto ai
magistrati: "Ho visto le persone che hanno sparato - afferma -
ma non posso parlare perché ho paura. Mi minacciano". L'uomo viene
messo agli arresti domiciliari.
Per il Pm La Speranza l'indagine è chiusa e il 21 giugno consegna
in Procura nove faldoni di documenti in cui è contenuta l'accusa
a Scattone e Ferraro.
A questo punto gli sforzi degli investigatori si concentrano sul
processo: mancano ancora il movente e la pistola, una calibro
22. Secondo i periti si tratta di un'arma un po' insolita che
in genere serve per l'addestramento al tiro. Gli avvocati della
difesa passano al contrattacco, scegliendo un perito di fama,
Antonio Ugolini, per smontare il teorema dell'accusa che
parte dall'aula 6.
Il 23 giugno vengono revocati gli arresti per il prof. Romano,
Maria Urilli e Maurizio Basciu. Il giorno successivo La Speranza
consegna ancora nuove carte d'accusa; cominciano a circolare alcune
indiscrezioni, secondo le quali su un'agenda di Ferraro sequestrata
ci sarebbe il testo di una canzone sul delitto. Intanto la polizia
torna all'università per cercare dati sui seminari di Scattone
e Ferraro, uno in particolare: quello sul "delitto perfetto".
Il 26 giugno la procura incarica due nuovi periti balistici di
ripetere gli accertamenti. Il proiettile che ha ucciso Marta Russo,
si apprende, è compatibile con nove tipi di arma. Contemporaneamente
Eugenio Lecaldano, il professore dal quale Scattone racconta
di essere stato la mattina dell'omicidio, dice di aver incontrato
l'assistente "presumibilmente un venerdì fra le 10.30 e le 12.30".
Il 4 luglio il "giallo della Sapienza" si arricchisce di un altro
personaggio: l'Alletto di nuovo ascoltata dagli investigatori
dice che la mattina del 9 maggio nell'aula 6, oltre a Scattone,
Ferraro e Liparota, c'era un quarto uomo. Lo definisce un "pennellone",
ma non sa identificarlo. I dubbi sulla sua testimonianza aumentano;
il 31 luglio, però, le sue dichiarazioni assumono il valore di
prova. In sede d'incidente probatorio, infatti, la segretaria
conferma di aver visto Scattone con un'arma in mano che si ritraeva
dalla finestra e Ferraro mettersi le mani nei capelli come gesto
di disperazione. Quando la difesa le chiede perché inizialmente
aveva negato di essere stata nell'aula 6 la mattina del 9 maggio,
la donna risponde che ha taciuto per paura e precisa di aver iniziato
a collaborare quando l'hanno "aiutata a ricordare".
Il 26 settembre si riesce a dare un volto alla teste segreta di
cui aveva parlato un mese prima il Manifesto. Si chiama
Giuliana Olzai è una studentessa fuoricorso di 44 anni,
sorella di due banditi sardi accusati del sequestro di Dante Berardinelli.
La donna afferma di aver visto Scattone e Ferraro subito dopo
lo sparo uscire di corsa da Statistica. I due, racconta, "erano
visibilmente agitati".
Sempre a favore dell'accusa sono anche le perizie depositate il
7 ottobre: secondo i periti ci sono tracce di polvere da sparo
sia nella borsa di Ferraro, sia sugli abiti di Scattone. I due
rimangono in carcere.
Il 9 gennaio 1998 la procura chiede il rinvio a giudizio di Scattone,
Ferraro, Liparota, Alletto, Romano, Basciu, Urilli, Zingale e
Marianna Marcucci, amica di Ferraro. Il processo inizia tre mesi
dopo.
Elisabetta Tanini/Grandinotizie.it/19 febbraio
2001 ore 18:42
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