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Il PM Carlo La Speranza
 
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 1997-2001
 Quattro anni di misteri
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 Indagini
 Sospetti e sospettati
 Protagonisti
 Scattone e Ferraro
Il lavoro degli investigatori
Cronaca di un'indagine
Fra testimonianze e indizi si arriva a Scattone e Ferraro

E' un venerdì caldo, che anticipa l'arrivo dell'estate. "La Sapienza" è affollata come al solito e sembra una mattina come tante altre: qualche studente va a lezione, qualcun'altro aspetta arrivi il suo turno per fare l'esame e c'è perfino chi si gode il sole seduto su di una panchina.

All'improvviso un tonfo, un rumore sordo. Marta Russo, 22 anni, studentessa di Giurisprudenza, si accascia a terra accanto all'amica Iolanda Ricci. Qualcuno le ha sparato. Parte subito l'allarme, arrivano la polizia, i vigili e i primi soccorritori. Marta viene portata al Policlinico. Cinque giorni dopo muore.

Scatta subito la caccia all'assassino. Tutte le uscite dell'università vengono bloccate nel tentativo d'individuare un sospetto. Dopo due ore l'ateneo è stato passato al setaccio: tutti i cestini dei rifiuti e i cassonetti dell'immondizia vengono svuotati per cercare l'arma del delitto. Ma non c'è nessuna traccia. Nessun indizio.

Nell'ufficio del Commissariato di Pubblica Sicurezza vengono interrogati i primi testimoni a cominciare da Iolanda Ricci. Fin dall'inizio, però, le indagini sembrano in salita. Dell'inchiesta è competente la Procura di Roma che affida il caso al Pm Carlo La Speranza. Tutte le piste sono aperte, dal movente passionale a quello politico.

L'11 maggio, due giorni dopo l'omicidio, i genitori della ragazza lanciano un appello: "Chiunque ha visto - dice il padre Donato - deve parlare". Lo stesso fa anche il Pm che invita tutti i testimoni a presentarsi alla polizia. L'attenzione degli investigatori si concentra su due finestre al pianoterra di Statistica, vicine al luogo dell'assassinio, in particolare un'informativa della Digos, del 12 maggio, indica il bagno dei disabili come "il più accreditabile luogo da cui è stato esploso il colpo"

Decine di ispezioni, centinaia di rilievi portano ai dipendenti della "Pul.tra", l'impresa che ha l'appalto delle pulizie all'interno dell'università. Sempre il 12 maggio in un locale vengono trovate due vecchie cartucce; la sera stessa vengono interrogati il titolare della ditta Augusto Tirelli, il figlio Sebastiano e altri otto dipendenti e nell'armadietto di uno di loro viene trovato un tubo metallico, per la Digos potrebbe essere un silenziatore rudimentale. Anche le loro abitazioni vengono perquisite e viene scoperto un arsenale di armi giocattolo modificate. Nell'inchiesta entra anche Rino Zingale, bibliotecario di Lettere e appassionato di armi. Il suo nome risulta da alcune intercettazioni telefoniche: due dipendenti della "Pul.tra" parlano di lui come di una persona sospetta. A casa sua vengono trovate sei pistole, tutte regolarmente registrate. Alcuni impiegati del laboratorio di Fisica raccontano, inoltre, agli inquirenti che Zingale si era informato sulla possibilità di utilizzare un tornio per fabbricare dei proiettili artigianali. Ma due colleghi del bibliotecario testimoniano che il giorno del delitto l'uomo non si è mai mosso dal suo posto di lavoro.

Il 19 maggio le indagini si spostano a Giurisprudenza: gli uomini della scientifica scoprono tracce di polvere da sparo sul davanzale della finestra dell'aula 6 nell'Istituto di filosofia del diritto. Si tratta una particella contenente piombo e antimonio. Si comincia ad indagare su tutte le persone che a vario titolo gravitano intorno all'istituto.

Il 12 giugno arriva il primo arresto: il prof. Bruno Romano direttore dell'istituto di filosofia del diritto viene sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di favoreggiamento. A metterlo nei guai è l'assistente Maria Chiara Lipari, secondo la quale il professore avrebbe invitato ad "essere cauti con le dichiarazioni agli inquirenti, per non rovinare il buon nome dell'istituto". E contro di lui c'è anche un'intercettazione telefonica in cui la moglie lascia intendere che Romano conosce un assistente abituato a maneggiare armi.

La mattina del 14 giugno vengono convocati in questura l'usciere Francesco Liparota e la segretaria dell'istituto, Gabriella Alletto, entrambi citati nella testimonianza della Lipari. L'uomo viene ascoltato velocemente, mentre l'Alletto viene interrogata per molte ore: per la prima volta ammette di essere stata nell'aula 6 la mattina del delitto, (circostanza che fino a quel momento aveva sempre negato) e dice di aver visto Giovanni Scattone sparare e mettere la pistola nella borsa di Salvatore Ferraro; con loro anche Liparota. Verso le 22 il Gip Guglielmo Muntoni emette tre ordini di custodia cautelare: Ferraro viene preso nella sua abitazione in via Pavia, Scattone si trova in un ristorante al Foro Italico e Liparota è ancora nei pressi degli uffici della polizia. Vengono arrestati con l'accusa di favoreggiamento anche Maria Urilli, un'altra segretaria e Maurizio Basciu, bibliotecario. Dopo poche ore Liparota scrive un biglietto ai magistrati: "Ho visto le persone che hanno sparato - afferma - ma non posso parlare perché ho paura. Mi minacciano". L'uomo viene messo agli arresti domiciliari.

Per il Pm La Speranza l'indagine è chiusa e il 21 giugno consegna in Procura nove faldoni di documenti in cui è contenuta l'accusa a Scattone e Ferraro.

A questo punto gli sforzi degli investigatori si concentrano sul processo: mancano ancora il movente e la pistola, una calibro 22. Secondo i periti si tratta di un'arma un po' insolita che in genere serve per l'addestramento al tiro. Gli avvocati della difesa passano al contrattacco, scegliendo un perito di fama, Antonio Ugolini, per smontare il teorema dell'accusa che parte dall'aula 6.

Il 23 giugno vengono revocati gli arresti per il prof. Romano, Maria Urilli e Maurizio Basciu. Il giorno successivo La Speranza consegna ancora nuove carte d'accusa; cominciano a circolare alcune indiscrezioni, secondo le quali su un'agenda di Ferraro sequestrata ci sarebbe il testo di una canzone sul delitto. Intanto la polizia torna all'università per cercare dati sui seminari di Scattone e Ferraro, uno in particolare: quello sul "delitto perfetto".

Il 26 giugno la procura incarica due nuovi periti balistici di ripetere gli accertamenti. Il proiettile che ha ucciso Marta Russo, si apprende, è compatibile con nove tipi di arma. Contemporaneamente Eugenio Lecaldano, il professore dal quale Scattone racconta di essere stato la mattina dell'omicidio, dice di aver incontrato l'assistente "presumibilmente un venerdì fra le 10.30 e le 12.30".

Il 4 luglio il "giallo della Sapienza" si arricchisce di un altro personaggio: l'Alletto di nuovo ascoltata dagli investigatori dice che la mattina del 9 maggio nell'aula 6, oltre a Scattone, Ferraro e Liparota, c'era un quarto uomo. Lo definisce un "pennellone", ma non sa identificarlo. I dubbi sulla sua testimonianza aumentano; il 31 luglio, però, le sue dichiarazioni assumono il valore di prova. In sede d'incidente probatorio, infatti, la segretaria conferma di aver visto Scattone con un'arma in mano che si ritraeva dalla finestra e Ferraro mettersi le mani nei capelli come gesto di disperazione. Quando la difesa le chiede perché inizialmente aveva negato di essere stata nell'aula 6 la mattina del 9 maggio, la donna risponde che ha taciuto per paura e precisa di aver iniziato a collaborare quando l'hanno "aiutata a ricordare".

Il 26 settembre si riesce a dare un volto alla teste segreta di cui aveva parlato un mese prima il Manifesto. Si chiama Giuliana Olzai è una studentessa fuoricorso di 44 anni, sorella di due banditi sardi accusati del sequestro di Dante Berardinelli. La donna afferma di aver visto Scattone e Ferraro subito dopo lo sparo uscire di corsa da Statistica. I due, racconta, "erano visibilmente agitati".

Sempre a favore dell'accusa sono anche le perizie depositate il 7 ottobre: secondo i periti ci sono tracce di polvere da sparo sia nella borsa di Ferraro, sia sugli abiti di Scattone. I due rimangono in carcere.

Il 9 gennaio 1998 la procura chiede il rinvio a giudizio di Scattone, Ferraro, Liparota, Alletto, Romano, Basciu, Urilli, Zingale e Marianna Marcucci, amica di Ferraro. Il processo inizia tre mesi dopo.

Elisabetta Tanini/Grandinotizie.it/19 febbraio 2001 ore 18:42


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