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Giovanni Scattone
 
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Scattone scrive ai genitori di Marta Russo

Non una parola. Appena uscita la sentenza di condanna Giovanni Scattone non è in aula, i suoi avvocati lo avvertono per telefono e lui preferisce non commentare. Rompe il silenzio sei giorni dopo e lo fa con una lettera indirizzata al direttore del Messaggero. Solo poche righe per rispondere ad un'unica pesante domanda fatta dai genitori di Marta Russo: perché quell'omicidio?

Scattone afferma che a quell'interrogativo non può dare una spiegazione perché non è stato lui a sparare. "Sono stato condannato e accusato - dice - con sentenza ancora provvisoria per omicidio. Eppure non sono né un imprudente, né un incosciente, non ho mai fatto la minima violenza a nessuno e non ho alcun interesse alle armi".

I toni della lettera sono pacati, Scattone non mostra rabbia né odio nei confronti di nessuno. E come già fatto in altre occasioni domanda all'opinione pubblica e ai giudici che lo hanno condannato: "Se fossi stato colpevole perché non avrei dovuto ammettere di aver fatto una sciocchezza e patteggiare una pena più mite?". Poi, quasi a voler sfatare l'immagine della persona arrogante e fredda che la stampa e la tv hanno dato di lui, giustifica il suo modo essere: "In realtà il mio carattere, l'esempio dei miei genitori e gli studi mi hanno portato a non avere reazioni scomposte, ad essere calmo, riservato, e a non fare sceneggiate, a sopportare (non certo con indifferenza, ma senza agitarmi) le accuse ingiuste, le calunnie di chi non mi conosce, le sofferenze del carcere, delle lunghe attese, dei processi, delle condanne, del futuro incerto. Ebbene di questa mia serenità c'è persino chi vuole farmene una colpa, continuando a parlare del mio sguardo gelido, dei miei occhi di ghiaccio. I miei, occhi grigi o verdi che siano, li ho presi da mia madre che era una donna dolcissima. Ma davvero qualcuno pensa che da queste cose si possa giudicare la colpevolezza o l'innocenza di qualcuno?".

Forse pensa a Locke e Hobbes, i filosofi studiati durante il suo corso di laurea, quando nel testo della lettera parla dello Stato di diritto in cui per assolvere un cittadino dovrebbe bastare il dubbio. Chissà?

Lo scritto si chiude con un appello: "Chiedo giustizia, chiedo che non ci si accontenti di questa inaccettabile sentenza, nata ancora una volta dalla volontà di non smentire il lavoro degli inquirenti e di accordarsi alla parte più emotiva dell'opinione pubblica. Assolvermi sarebbe stato, invece, doveroso". Nelle ultime due righe quasi un monito kafkiano: "Ciò che sta capitando a me potrebbe capitare a ogni altro cittadino italiano che abbia la colpa di non possedere un alibi di ferro".

Salvatore Ferraro, l'altro condannato di questo processo il giorno dopo la sentenza della Corte d'Assise d'Appello fa solo un commento laconico: "Sì sono deluso per una sentenza che non capisco. Pensavo che le arringhe della difesa andate avanti per ben cinque giorni, avessero evidenziato ai giudici il percorso sbagliato seguito dagli investigatori in questa inchiesta". Anche per lui come per Scattone questa storia e tutto un tragico errore.

Elisabetta Tanini/grandinotizie.it/15 febbraio 2001 ore 18:25


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