Dossier Marta Russo
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Scattone-Ferraro
 
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 Scattone e Ferraro
Il Processo di primo grado
Processo. Parte I
Per Scattone e Ferraro condanne con sorpresa

Il 20 aprile 1998 si apre il Processo di primo grado per l'omicidio di Marta Russo. Durerà fino al 30 maggio dell'anno dopo. Settantuno le udienze, quattordicimila le pagine degli atti. Oltre quattrocento i testimoni per la difesa, settanta quelli dell'accusa.

I dati oggettivi
La Corte dispone perizie balistiche per individuare da quali finestre è stato sparato il colpo mortale. Non vengono considerate le aule affollate o inaccessibili. Sono soltanto due i luoghi compatibili con la traiettoria del colpo: l'aula VI di Filosofia del Diritto al primo piano e il bagno disabili di Scienza Statistiche, al piano rialzato dello stesso edificio. La Digos, in un'informativa inviata agli inquirenti il 12 maggio, indica il bagno handicappati come il "più accreditabile luogo da cui è stato esploso il colpo".

Quando viene colpita, Marta Russo sta camminando con l'amica Iolanda Ricci. Considerando il foro d'entrata della pallottola, i periti accertano che se il colpo è partito dall'aula VI, Marta doveva necessariamente avere la testa girata verso sinistra di 45° e inclinata sulla spalla destra di circa 7°. Se invece il colpo è partito dal bagno, la vittima doveva camminare con la testa dritta. Il teste Andrea Ditta, sostiene che Marta Russo guardava verso destra o davanti a sé.

Perché l'aula VI
Nei primi giorni le indagini si concentrano sui quattro bagni del piano rialzato. I locali sono chiusi e sigillati il 9 maggio stesso. Non si trova nulla di concreto. Sei giorni dopo, gli inquirenti decidono allora di estendere le ricerche ad altri locali della facoltà. Sul davanzale dell'aula VI di Filosofia del diritto, viene trovata una piccola particella binaria, composta da bario e antimonio. Per il consulente del pubblico ministero, si tratta senza dubbio di un residuo dello sparo. Su questo assunto si basa tutto l'impianto accusatorio. Da notare che l'aula VI, al contrario degli altri locali passati a setaccio in precedenza, non è stata sigillata. Per una settimana è perciò rimasta esposta a qualsiasi tipo di inquinamento ambientale.

L'arma del delitto
La pistola che ha ucciso Marta Russo non è mai stata ritrovata. Gabriella Alletto è l'unica persona che sostiene di averla vista.

Il 14 giugno 1997, dichiara agli inquirenti di aver visto per un attimo Giovanni Scattone ritrarsi dalla tenda e infilare una pistola nera nella borsa di Salvatore Ferraro. I periti della Corte stabiliscono che la pistola che ha sparato aveva sicuramente un silenziatore lungo almeno dieci centimetri. In aula, su richiesta del presidente Francesco Amato, la Alletto disegna la pistola che sostiene di aver visto: è senza silenziatore.

Si risale al calibro della pistola attraverso il proiettile recuperato con l'autopsia. La cartuccia è una Eley, un modello piuttosto antiquato. La Corte dispone nuove perizie. Viene esaminato al microscopio il fondello superstite e vengono effettuate prove di sparo con cartucce dello stesso tipo. Sono inoltre chiamati a deporre i rappresentanti italiani della Eley. Attraverso tutti questi riscontri, i periti della Corte affermano che il tipo di cartuccia rinvenuto non può assolutamente produrre particelle bario + antimonio come quelle rinvenute sul davanzale dell'aula VI, sui vestiti e nella borsa di Ferraro. Vengono disposte altre ricerche e le particelle in questione sono riscontrate anche in altre finestre che si affacciano sulla stradina in cui è avvenuto il delitto. Molto probabilmente le particelle bario + antimonio sono prodotte dalla frenatura delle automobili. Il 10 febbraio 1999 il collegio di periti conclude che "nessuna delle particelle analizzate può essere ricondotta all'omicidio di Marta Russo" e "non vi è alcun elemento tecnico che indichi la responsabilità degli imputati in quello sparo".

Le testimonianze
Maria Chiara Lipari, dottoranda di ricerca con il professor Bruno Romano, è uno dei testimoni chiave dell'accusa. Il 22 maggio, durante un interrogatorio di 12 ore, dichiara di ricordare "a livello subliminale" la presenza nell'aula VI della Alletto e dell'usciere Francesco Liparota. Due giorni dopo, la Lipari sostiene di aver visto "in un lampo" anche il volto di Ferraro. Il 19 giugno, dopo l'arresto di Scattone, dichiara che nell'aula VI c'erano "certamente più di due persone, forse quattro". L'8 agosto (tre mesi dopo il delitto) ricorda "con assoluta certezza" di aver visto Ferraro nell'aula e di aver "probabilmente" incontrato Scattone nel corridoio. Nel processo conferma tutto Gabriella Alletto è chiamata in causa dai ricordi di Maria Chiara Lipari. Fino al 14 giugno nega con forza di essere stata nell'aula VI il giorno del delitto. Dopo una serie incalzante di interrogatori, dichiara di aver visto Ferraro con le mani tra i capelli e Scattone con in mano l'arma del delitto. In aula sostiene di non aver raccontato prima i fatti per "paura delle conseguenze" e per un "blocco psicologico superato solo con l'aiuto degli investigatori". Durante il processo, la Alletto contraddice più volte le dichiarazioni rilasciate durante il cruciale interrogatorio del 14 giugno 1997. Nella deposizione in aula, ad esempio, Ferraro è di spalle alla porta quando lei entra nell'aula VI, mentre nelle dichiarazioni spontanee, l'assistente era rivolto vero di lei. Confonde anche la collocazione degli oggetti nella stanza e rilascia dichiarazioni sconcertanti. Paolo Galdieri, difensore di Maria Urilli, l'altra segretaria dell'Istituto di Filosofia del Diritto, chiede alla Alletto perché non sia intervenuta quando gli inquirenti sospettavano di Rino Zingale, un altro impiegato dell'Istituto.

"Sapendo benissimo che Zingale non aveva sparato, perché non sente l'esigenza di andare a dire all'autorità giudiziaria: 'Guardate, vi state sbagliando, è stato Scattone'?"

La risposta è destinata a rimanere famosa: "Ma guardi, perché dovevo sentire questa esigenza…non capisco. A me non mi è parente Zingale. Non ho parlato di Scattone perché, anche se aveva fatto una cosa molto grave, non mi sembrava rilevante ai miei interessi".

Nel settembre 1998, viene proiettato in aula il video dell'interrogatorio della Alletto. Scoppia lo scandalo: i pubblici ministeri sono sospettati di aver estorto la testimonianza chiave con minacce e ricatti.

Liparota ritratta
Francesco Liparota, usciere dell'Istituto di Filosofia del Diritto, è chiamato in causa dai ricordi di Maria Chiara Lipari. Viene interrogato la prima volta il 21 maggio 1997. Gli vengono subito contestate irregolarità nella timbratura delle presenza ("truffa ai danni dello Stato"). Sottoposto ad una serie incalzante di interrogatori, viene arrestato la sera del 14 giugno insieme a Scattone e Ferraro con l'accusa di concorso in omicidio. Dopo un giorno e mezzo in isolamento, Liparota dichiara al giudice per le indagini preliminari di aver visto Scattone e Ferraro nell'aula VI, di non aver visto la pistola e di aver capito dopo che erano stati loro ad uccidere Marta Russo. Il giorno dopo, però, sostiene di non ricordare nulla del 9 maggio e di aver parlato per paura del carcere e di "preferire di tornare dentro piuttosto che vivere col rimorso di aver forse accusato due innocenti".

Il 10 febbraio 1999, in una dichiarazione spontanea, Liparota conferma in aula di aver rilasciato false affermazioni su Ferraro e Scattone. Sostiene di essersi sentito prigioniero dei poliziotti che gli avrebbero fatto un quadro spaventoso della vita in carcere e delle violenze che avrebbe certamente subito dagli altri detenuti. "In quello stato di disperazione e di panico, ho confermato quanto detto dalla Alletto, variando qualcosa per essere più attendibile".

Giuliana Olzai
Quarantasei anni, madre di sei figli, studentessa fuori corso di Scienze Politiche, è la testimone a sorpresa. Il 9 luglio 1997, si reca in Questura perché nelle immagini televisive di Scattone e Ferraro riconosce due giovani notati il giorno del delitto in facoltà. "Mi colpì il loro atteggiamento: erano visibilmente agitati e quello che era davanti a me gesticolava con entrambe le mani". L'amica di Marta Russo, Iolanda Ricci, ha riconosciuto in aula la Olzai, ricordando di averla vista pochi secondi dopo lo sparo. La Olzai è la sorella di due pregiudicati sardi coinvolti nel 1989 nel sequestro di Dante Belardinelli.

Gli alibi
I due accusati sostengono di non essere presenti nell'aula VI al momento dello sparo. Scattone sostiene di essersi recato a Villa Mirafiori per incontrare, intorno alle 11, il professor Eugenio Lecaldano, che riceve il venerdì dalle 10,30 alle 11,30. Poi prende l'autobus 310 e raggiunge la città universitaria. Intorno alle 12 ritira un certificato presso la segreteria di Lettere, facoltà a cui è iscritto da pochi mesi. Si avvia verso Giurisprudenza solo intorno alle 12,15, quando Marta Russo è già stata colpita. Negli interrogatori e poi in aula il professor Lecaldano ricorda di aver incontrato Scattone un "venerdì di maggio", ma non è sicuro che fosse proprio il 9. Il certificato ritirato è depositato agli atti del processo, ma non presenta l'ora del rilascio. Si tratta quindi di un alibi assai circostanziato, ma debole, perché nessuno può smentire con certezza quanto affermato dalla Alletto.

Ancora più vago l'alibi di Ferraro. La mattina del 9 maggio sostiene di essere rimasto a casa a studiare. Dichiara anche di aver ricevuto diverse telefonate. La sua amica, Marianna Marcucci, sostiene inizialmente di essere stata a casa di Ferraro, tra le 11,40 e le 12,30, cioè all'ora del delitto. Gli inquirenti non le credono e il 16 giugno 1997, dopo l'arresto di Ferraro e Scattone, la indagano per falsa testimonianza e favoreggiamento. Al processo, su consiglio del suo avvocato, la Marcucci non si presenta, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Nella sua requisitoria, il procuratore Ormanni la definisce una "stupidina strumentalizzabile".

Le requisitorie
Dopo un anno di dibattimento, il 13 aprile 1999 si arriva alle requisitorie. Lasperanza annuncia subito: "Questa sarà una requisitoria anomala, una requisitoria-arringa, per difendere il nostro operato dalle critiche che tendono a far apparire gli imputati come vittime innocenti di un complotto". Secondo il pubblico ministero, un vero e proprio movente non c'è. I due imputati avrebbero ucciso Marta Russo per "dimostrare a loro stessi, al di là del bene e del male, che erano in grado di applicare praticamente le teorie studiate nei seminari di Logica giuridica". In pratica, avrebbero ucciso una ragazza perché convinti che, senza un movente e senza il ritrovamento dell'arma, un delitto rimane sicuramente impunito. D'altra parte, nel giugno 1997, il Tribunale per la libertà aveva respinto al richiesta di scarcerazione presentata dai due imputati, sostenendo che il "movente è l'assenza del movente". Ormanni non parla di omicidio premeditato, ma di omicidio volontario. La morte di Marta Russo era un rischio calcolato, accettato da entrambi gli imputati. Un disegno criminale folle, ispirato alla filosofia di Nietzsche: "il superuomo che si pone in condizione di gioco accetta anche il rischio di uccidere".

Al termine della requisitoria, Ormanni legge le richieste dell'accusa. Ci sono sorprese. Assoluzioni per Maria Urilli, Maurizio Basciu e Marianna Marcucci, imputati di favoreggiamento, perché il fatto non costituisce reato. Quattro anni di reclusione per il professor Bruno Romano, per favoreggiamento. Sarebbe stato lui, in qualità di preside di Filosofia del diritto, a organizzare un vero e proprio "muro d'omertà" per difendere la reputazione dell'istituto. Un mese è la richiesta per la Alletto, accusata anche lei di favoreggiamento. Cinque anni e nove mesi, invece, per Liparota, che ha ritrattato. Diciotto anni per Scattone e Ferraro.

Le sentenze
La Corte d'Assise condanna Scattone a sette anni per omicidio colposo e Ferraro a quattro anni per favoreggiamento personale. I due vengono scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Assolti dall'accusa di favoreggiamento il professor Romano perché il fatto non sussiste; Liparota per non aver commesso il fatto, la Alletto perché non punibile. Assolti, perché il fatto non sussiste, tutti gli altri imputati: Maria Urilli, Maurizio Basciu e Marianna Marcucci. Scontati i ricorsi. Si va verso l'appello.


Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/13 febbraio 2001 ore 17.30


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