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Quanto sta accadendo in queste ore in Palestina sta imprimendo un’accelerazione all’annoso dilemma del vero ruolo di Yasser Arafat nella questione Mediorientale. Ed è forse giunto per il vecchio, stanco leader dell’Anp il momento della verità.
Arafat ha di fronte una scelta difficile: cooperare con Israele – il che significa colpire duramente il movimento di Hamas e tutte le frange estremiste – oppure fronteggiare Israele, in pratica unendo il proprio destino con quelli che Tel Aviv considera “terroristi”.
In entrambi i casi, per Arafat potrebbe significare la fine politica.
I missili che Ariel Sharon gli ha lanciato contro a Gaza e Ramallah (sfiorandolo) recavano questo messaggio: “Ti abbiamo avvertito, ora decidi da che parte stare”.
Arafat cerca, come è avvenuto in questi anni, un difficile equilibrio tra la necessità di presentarsi come uomo di pace e il riuscire a tenere insieme quel coacervo di sentimenti antiisraeliani (se non antioccidentali) che attraversano le nuove generazioni palestinesi cresciute nella miseria dei campi profughi e fomentate dagli integralisti di Hamas e di altre fazioni.
Finora il presidente dell’Anp aveva usato una linea “mordida”: aveva messo sotto pressione i gruppi terroristici più estremisti – arrestando anche alcuni attivisti – senza però intaccare alla radici queste organizzazioni che godono di grande supporto popolare. Ma non è più possibile mediare: gli integralisti - lo hanno detto chiaramente - vogliono cacciare Israele dalla Palestina. Non cercano alcun accordo con quello che considerano soltanto un usurpatore.
Per questo, con il linguaggio brutale di cui dispone, Sharon gli ha fatto capire che il momento dei giochetti è finito. E ieri già il segretario di Stato americano, Colin Powell, era stato chiaro: “Adesso Arafat deve scegliere”, aveva detto cercando di farlo uscire da quell’ambiguità che ne ha indebolito il prestigio internazionale. Come l’anno scorso a Camp David, quando a un passo dall’accordo si tirò indietro. Un errore politico gravissimo, che ha distrutto politicamente Barak e fatto vincere i falchi. Che adesso chiudono il conto.
Resta il dubbio: cosa dopo Arafat? Forse un nuovo muro - con filo spinato e corrente elettrica come vuole più di un esponente israeliano – che separi definitivamente i due popoli. Un’altra sconfitta nel cammino verso il dialogo e la pace.
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