| |
Anche Hamas prende le distanze da Arafat. "Ha commesso un grave errore ed ha tradito il nostro popolo. Forse considera la nostra resistenza come terrorismo o forse sta elemosinando i favori di qualcuno" ha dichiarato un responsabile dell'organizzazione.
Le affermazioni del gruppo palestinese fanno seguito alle parole - diverse per natura e significato - del premier israeliano.
"E' del tutto irrilevante quello che dice il leader palestinese, visto che guida una coalizione di terroristi". Ariel Sharon liquidava così le dichiarazioni di Yasser Arafat raccolte dal New York Times.
Il presidente dell'Anp aveva avuto parole di condanna per gli atti terroristici e aveva rilanciato l'ipotesi del dialogo di pace.
Sharon - che nei giorni scorsi invece aveva espresso senza mezzi termini il suo pensiero sullo "scomodo" interlocutore - non solo lo aveva ancora una volta tagliato fuori, ma aveva anche sbarrato la strada al suo ministro degli Esteri Shimon Peres.
Aveva infatti espresso dubbi e perplessità sul progetto elaborato da Peres in accordo con il presidente del Consiglio legislativo palestinese Ahmed Qrei. Il piano - ricordiamo - nemmeno due mesi fa aveva riacceso le speranze di una possibile soluzione del conflitto.
Oggi invece sembra prevalere la linea dura, quella di Sharon, che di fatto ha messo da parte ogni indugio. E lo stesso rischio "esilio" di Arafat adesso sembra correrlo all'interno del Paese Peres. Il premier si è assunto di fatto la responsabilità delle trattative e degli incontri con i leader palestinesi per raggiungere un "cessate il fuoco".
Mentre si rincorrevano le dichiarazioni dell'una e dell'altra parte, ancora sangue in Medio Oriente. Cinque palestinesi morti nell'esplosione di un'auto. Il fatto avveniva presso il confine tra la striscia di Gaza e il territorio israeliano. Lo aveva riferito la Voce della Palestina, l'emittente radiotelevisiva di Ramallah.
Tutti e cinque appartenevano a al-Mukawama a-Shabye, un movimento di resistenza popolare contro l'occupazione israeliana interno ad al-Fatah, il gruppo legato ad Arafat. Due erano agenti delle forze di sicurezza dell'Autorità nazionale. Alcuni testimoni affermano che il colpo è stato sparato da un carro armato. Per il momento Israele non rilascia dichiarazioni.
Già nella notte precedente alcuni elicotteri avevano attaccato una fabbrica metallurgica palestinese a nord della striscia di Gaza. E c'era stato anche un conflitto a fuoco tra soldati israeliani e palestinesi che erano penetrati nella zona autonoma di Betlemme.
Non si intravede ad oggi quale potrebbe essere una soluzione. A nulla sembrano valere i tentativi della comunità internazionale e di Peres, e i discorsi di Arafat. Ecco alcuni passi significativi del testo del leader palestinese apparso sul NYT e ripreso da Repubblica.
Condanno chiaramente gli attacchi perpetrati dai gruppi terroristici contro i civili israeliani. Questi gruppi non rappresentano il popolo palestinese o le loro legittime aspirazioni alla libertà. Si tratta d'organizzazioni terroristiche, e io sono deciso a stroncare le loro azioni.
Dopo la presa di distanza, Arafat provava a definire la sua idea di pace.
L'idea palestinese della pace è quella di uno Stato palestinese indipendente e vitale nei territori occupati da Israele nel 1967, che viva come un vicino di casa con gli stessi diritti di Israele, con pace e sicurezza per entrambi i popoli, i palestinesi e gli israeliani.
Quindi esprimeva il rammarico per un atteggiamento non ugualmente leale ed aperto - come quello palestinese - da parte di Israele.
Nell'88, il Consiglio nazionale palestinese adottò una risoluzione storica che reclamava l'applicazione delle risoluzioni Onu. I palestinesi riconobbero il diritto d'Israele a vivere sul 78 per cento della Palestina storica, sottintendendo così che ci sarebbe stato consentito di vivere in libertà nel rimanente 22 per cento, il che è avvenuto sotto l'occupazione israeliana a partire dal '67. Il nostro impegno nei confronti di questa soluzione con due Stati sussiste immutato, ma, sfortunatamente, non è contraccambiato nello stesso modo.
Quindi continuava:
Noi vogliamo una vera indipendenza e la piena sovranità il diritto di controllare il nostro spazio aereo, le fonti d'approvvigionamento idrico e i confini; di sviluppare la nostra economia, d'avere regolari rapporti commerciali con i paesi nostri vicini e di viaggiare liberamente. In breve, noi vogliamo soltanto tutto ciò di cui gode il mondo libero e ciò che Israele reclama soltanto per sé: il diritto di controllare il nostro destino e di prendere posto tra le libere nazioni.
Capitolo profughi. Arafat comprende le ragioni di Israele.
Vogliamo inoltre che sia trovata una giusta e appropriata soluzione alla piaga dei rifugiati palestinesi che per 54 anni non hanno avuto la possibilità di ritornare nelle loro case. Comprendiamo le preoccupazioni d'Israele per l'aspetto demografico, e siamo consapevoli che il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare deve esser messo in atto in un modo che tenga conto di tali preoccupazioni.
Quindi una stoccata alla comunità internazionale e all'Occidente.
La pace non è un accordo sottoscritto tra gli individui, ma è la riconciliazione tra due popoli. Due popoli non possono riconciliarsi quando uno dei due pretende di dominare l'altro, quando uno dei due rifiuta di trattare l'altro come pari nel processo di pace, quando uno dei due utilizza la logica del potere invece che il potere della logica. Israele deve ancora capire che non si avrà pace negando giustizia. Al popolo palestinese è stata negata la libertà per troppo tempo: siamo le uniche persone al mondo a vivere sotto occupazione straniera. Come è possibile che il mondo tolleri quest'oppressione, questa discriminazione, questa umiliazione?
E una alla politica dura di Sharon, che Arafat ritiene assolutamente inefficace.
Molti ritengono che il premier Sharon, considerata la sua opposizione a ogni trattato di pace mai firmato da Israele, stia attizzando le fiamme dei disordini allo scopo di rimandare indefinitamente la ripresa dei negoziati. Malauguratamente egli ha fatto ben poco per convincerli che così non è. La strategia del governo israeliano di costruire nuovi insediamenti, di demolire le case, di mettere in atto gli assassini politici, di chiusura e di vergognoso silenzio per le violenze negli insediamenti israeliani e in tutte le altre quotidiane umiliazioni che ci sono inflitte, ovviamente non serve a calmare la situazione.
Infine una dichiarazione d'intenti e la rivendicazione dell'orgoglio di un popolo.
I palestinesi sono pronti a porre termine al conflitto. Siamo pronti a sederci insieme ai leader israeliani, senza tenere conto del passato, per negoziare la libertà per il nostro popolo, la definitiva fine dell'occupazione, la sicurezza per Israele, una concreta soluzione alla piaga dei rifugiati che tenga conto delle preoccupazioni di Israele per l'aspetto demografico. Ma ci sederemo al tavolo dei negoziati soltanto da pari, non da supplici(...) Perché, nonostante il preponderante vantaggio militare degli israeliani, noi possediamo qualcosa di più grande ancora: il potere della giustizia..
Ma Sharon, come si diceva all'inizio, non ci crede. E Hamas lo disconosce.
Michele Fianco
|
|
|