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Dopo Hamas anche la Jihad rompe la fragile tregua faticosamente raggiunta nelle scorse settimane. I due gruppi si erano sempre dichiarati contrari al "cessate il fuoco" imposto dal leader dell'Anp Yasser Arafat, tuttavia a metà dicembre si era arrivati a un accordo.
Ma prima l'attentato alla postazione militare israeliana nelle vicinanze di Gaza rivendicato da Hamas, quindi le dichiarazioni di alcuni membri della Jihad - "a partire da oggi non rispetteremo più l'accordo con l'Anp" - hanno di fatto allontanato la possibilità di ripresa del dialogo e tolto al leader palestinese il ruolo di rappresentante e interlocutore per la pace e per il riconoscimento dello stato di Palestina.
Nell'immediato sono sicuramente queste le conseguenze più gravi.
La Jihad ha inoltre dichiarato che riprenderà le azioni di guerriglia in conseguenza dell'avanzata dei carri armati israeliani, che hanno causato, tra l'altro, la distruzione di 73 abitazioni nei pressi del campo profughi di Rafah. I senza tetto secondo i calcoli del governatore della città Majid Agha sono circa 400.
Il quadro attuale vede Arafat impotente, l'America con il suo rappresentante Anthony Zinni in attesa, Ariel Sharon che risponde colpo su colpo ai guerriglieri dei gruppi fondamentalisti palestinesi.
Pace e dialogo non sono al momento due strade perseguibili.
Michele Fianco
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