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Ariel Sharon
 
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All'interno del mondo arabo Ariel Sharon - non a caso soprannominato nei Territori "il macellaio" - evoca immancabilmente le idee di morte e di distruzione. Non solo perché ha combattuto in tutti i conflitti arabo-israeliani, dalla guerra del 1948 a quella dello Yom Kippur (1973), ma anche perché fu lui a convincere, nel 1982, l'allora primo ministro israeliano Menachem Begin della necessità di sferrare un attacco contro le basi dell'Olp stanziate nel sud del Libano. L'invasione, che, aveva promesso l'allora ministro della Difesa Sharon al premier, non si sarebbe spinta oltre i 40 chilometri all'interno del territorio libanese, giunse fino alla capitale, Beirut, causando enormi disastri soprattutto fra la popolazione. Legati alla vicenda dell'invasione del Libano, inoltre, sono i massacri avvenuti nei campi profughi di Sabra e Chatila, dei quali Sharon è stato riconosciuto da una commissione d'inchiesta "indirettamente responsabile". Per di più sempre a Sharon viene imputata la responsabilità dello scoppio dell' "Intifada di Al-Aqsa", che dal 28 settembre ad oggi ha causato la morte di quasi quattrocento persone, per la maggior parte palestinesi.

È con quest'uomo, eletto ora primo ministro di Israele, che il mondo arabo dovrà tentare di proseguire il processo di pace. Le posizioni dei leader arabi sono oggi quanto mai discordanti.

Il presidente dell'Anp Yasser Arafat, venuto a conoscenza della vittoria elettorale del leader del Likud, ha dichiarato: "Rispettiamo la scelta di Israele. Speriamo che il dialogo continui, siamo pronti a trattare con lui".

Meno fiduciosi appaiono Nabil Shaat, uno dei negoziatori dello stesso leader palestinese, e Yasser Abed Rabbo, il ministro dell'Informazione palestinese. Il primo ha sottolineato che "se Sharon continuerà a sostenere le idee arretrate che ha illustrato durante la campagna elettorale, è impossibile che la pace vada avanti", e il secondo, in maniera ancor più determinata, ha osservato: "La trattativa può riprendere solo dal punto in cui l'aveva interrotta Barak, dalle intese discusse e raggiunte nelle ultime settimane. In caso contrario, non ci sarà negoziato, ci sarà soltanto una escalation del conflitto".

Su posizioni ancor più radicali si sono posti il leader di al-Fatah Morwan Barghuti (il possibile successore del sempre più stanco e sempre meno lucido Arafat) e la guida spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin. Secondo il primo avviare un dialogo con Sharon "è del tutto inutile, a meno di un totale ripensamento, di concessioni che Israele ha già dimostrato di non volere fare, neppure con Barak. Per ottenere l'indipendenza, dobbiamo proseguire la nostra lotta di popolo", mentre secondo il secondo "Barak e Sharon sono uguali, due assassini con le mani sporche di sangue. Israele comprende solo la forza, dobbiamo usarla con tutte le risorse a nostra disposizione".

Sull'elezione di Sharon a primo ministro si sono espressi anche i leader dei maggiori Stati arabi. Dopo che nei giorni scorsi Avigdor Lieberman, il consigliere del nuovo premier, aveva affermato: "Per farci rispettare, dovremo bombardare la diga di Assuan in Egitto e Teheran", il presidente egiziano Hosni Mubarak così ha risposto: "Se Sharon lavora per la stabilità, sarà il benvenuto. Altrimenti, sappia che non ho tempo da perdere".

Assai preoccupato dall'elezione del leader della destra appare il governo della Siria. Già poche ore prima della pubblicazione del risultato definitivo, il quotidiano governativo Al Baath aveva scritto che "dato il passato criminale di Sharon e i suoi orientamenti estremi, la sua elezione sarebbe il grave inizio di un'era che minaccerà il processo di pace" e che "il suo ritorno sulla scena politica significa inequivocabilmente che Israele si prepara ad una alternativa contro la pace". A risultati pubblicati, poi, ha scritto: "Gli israeliani hanno scelto il peggior premier della loro storia".

Il leader iracheno Saddam Hussein, invece, non ha rilasciato dichiarazioni. Seguita invece nella sua opera propagandistica distribuendo denaro alle vittime della "seconda Intifada". Sembra che stia continuando a dare 10 mila dollari (oltre 20 milioni di lire) alle famiglie che hanno perso un loro caro negli ultimi quattro mesi, mille dollari ai feriti più gravi e 500 ai feriti in modo leggero.

Una posizione molto critica, infine, è quella del re di Giordania Abdallah che, molto cautamente, ancora non si è sbilanciato in dichiarazioni. La maggioranza dei suoi sudditi, infatti, è di origine palestinese risultando così particolarmente soggetta alle difficoltà che potrebbero derivare da un'escalation delle violenze e dal perdurare dell'instabilità nel Medio Oriente.


Simone Collini/Grandinotizie.it 7 febbraio 2001 ore 16:50


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