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Il fallimento del
processo di pace nell'indifferenza della comunità internazionale;
un passato di speranze disattese e un futuro incerto; una vita
fatta di privazioni, soprusi, umiliazioni e sofferenze. Yousef
Salman, medico chirurgo specializzato in pediatra e rappresentante
in Italia della Mezzaluna Rossa palestinese (l'equivalente della
nostra Croce Rossa), ci illustra quale sia l'attuale situazione
in Palestina e quali i sentimenti del popolo palestinese.
Prima di tutto, perché questa seconda Intifada?
"Per risponderle devo partire da un po' più lontano. Lei sa che
la prima è scoppiata nel 1987 e che è durata per quasi sei anni.
Poi le cose si sono un po' calmate nel 1993 con gli accordi di
Oslo e di Washington, con l'ormai famosa stretta di mano tra Arafat
e Rabin. A proposito di questa stretta di mano: Rabin,
che ricopriva gli incarichi di primo ministro e di ministro della
Difesa era nei confronti dei palestinesi duro quasi quanto Sharon.
Sua era infatti la politica della rottura delle ossa dei ragazzi
dell'Intifada. Rabin era arrivato alla conclusione che con la
forza militare non si poteva arrivare a risolvere la questione
e che quindi bisogna trovare una soluzione politica, diplomatica.
Ecco come si è arrivati a quella famosa stretta di mano. Che per
noi è stata un riconoscimento reciproco tra palestinesi e israeliani:
"due popoli per due stati" o "due stati per due popoli" era lo
slogan, ovvero, pace in cambio di territori. Però il 28 settembre
dell'anno scorso è scoppiata la seconda Intifada. Perché? Perché
questi sette anni sono stati anni di illusioni, di frustrazioni,
di umiliazioni, di promesse mai mantenute dai governi israeliani.
E questa cosa è stata permessa loro anche dalla comunità internazionale.
Da allora niente è cambiato: nessun ritiro, nessun cambiamento
negli aspetti della vita quotidiana dei palestinesi".
Neanche nei 20 mesi di governo Barak?
"La situazione è addirittura peggiorata durante il governo Barak.
Noi ci aspettavamo che Barak fosse più disponibile rispetto
altri governi, e invece abbiamo visto aumentare sia il numero
dei coloni che il numero delle colonie. Se tu parli di pace accettando
l'equazione pace uguale terra, allora devi ritirarti. Arafat cosa
ha fatto? Ha dato a loro, con quella famosa stretta di mano, più
dell'80 per cento della Palestina. Ha accettato di creare lo Stato
palestinese, l'entità politica palestinese col solo 20 per cento
della Palestina. Poi dopo cosa hanno fatto loro? Il 20 per cento
dei territori palestinesi dai quali dovevano ritirarsi l'hanno
spaccato in duemila parti. Ormai è diventata la famosa pelle di
leopardo".
Cosa significa questo per la popolazione palestinese? Che effetti
provoca sulla loro vita di tutti i giorni?
"Significa innanzitutto che ogni volta che ci si deve spostare
da una città all'altra, da un paese all'altro, da un villaggio
all'altro, spesso da un quartiere all'altro, si deve per forza
passare per un posto di blocco israeliano. E sa cosa vuol dire
questo per un palestinese? Vuol dire come minimo il calcio nel
sedere, la parolaccia, lo sputo in faccia, tutti i tipi di umiliazione
di questo mondo. Ogni giorno 150, 200 mila palestinesi alle 3,
le 4 del mattino si svegliano a Gaza e fanno due chilometri di
fila, mettendoci due o tre ore per attraversare il posto di blocco
di Eretz che permette il passaggio da Gaza al territorio israeliano.
Lavorano in Israele e poi verso le 6, le 7 di sera ritornano.
E fanno altre due ore per riattraversare il blocco. Arrivano alle
8, alle 9 e che fanno? Mangiano e vanno a dormire perché poi si
devono alzare alle 3, le 4. Queste persone non vedono mai i loro
figli, non fanno mai una vita normale. Alla fine se questa è la
vita allora forse è meglio la morte. Se noi abbiamo deciso la
pace, firmando, perché dobbiamo continuare a subire in questa
maniera?".
Se questi sono oggi i sentimenti dei palestinesi, qual è la
loro posizione nei confronti di Arafat, che ha firmato l'accordo
con gli israeliani?
"I palestinesi si sono arrabbiati con Arafat più di una volta,
dicendo: "Tu hai fatto la pace, ma cosa è cambiato, dove sta la
pace? La situazione è peggio di prima". Infatti Israele continua
ad avere tutto. Tutte le risorse, l'acqua, l'elettricità. Tutta
l'economia è nelle loro mani. Inoltre ora non hanno più le pressioni
da parte della comunità internazionale. Tanti hanno creduto in
Italia e in Europa che ormai il problema palestinese sia stato
risolto. Quindi non si vedono più manifestazioni, niente più assemblee,
iniziative, ormai il problema non esiste più. Quando questo non
è affatto vero…".
Quindi la visita di Sharon alla Spianata delle Moschee non
è stata che la scintilla che ha fatto esplodere un malcontento
da tempo provato dai palestinesi?
"Certo. Barak, laburista, che doveva fare la pace, ha aumentato
il numero delle colonie e dei coloni. Ma allora quale pace? Israele
può dare l'acqua e la può togliere. Loro ti danno l'elettricità
e te la tolgono. Tutto è sotto il loro controllo. Tu allora cosa
controlli? Quindi sei in mano loro, in mano del tuo nemico, del
tuo occupante. Allora la nostra gente ha detto: "È possibile fare
questa fine? No. E allora o si fa la pace o è meglio tornare a
morire come prima". E infatti Sharon è stato come diceva lei la
scintilla. C'era un malcontento enorme e i palestinesi hanno detto
o si fa la pace o non si fa. E la pace cosa vuol dire? La pace
vuol dire ri-ti-rar-si. I palestinesi devono governarsi. Devono
avere i mezzi per attuare la loro politica a tutti i livelli.
E se Israele chiude le nostre scuole, chiude le fabbriche… allora
che autonomia è per il governo palestinese?
Oggi, a cinque mesi dallo scoppio della seconda Intifada, quali
sono le condizioni del popolo palestinese?
Sono stati fino ad oggi più di 400 i morti. Più di 23 mila i feriti.
E spesso è meglio morire che venire ferito in una certa maniera.
Non parliamo dei milioni di palestinesi che sono ormai ben al
di sotto dello stato di povertà. A livello sanitario sono più
di 55 le autoambulanze danneggiate dai soldati israeliani, dall'esercito,
nonostante tutte le convenzioni della comunità internazionale
dicano che non si può sparare sulla Croce Rossa o sulla Mezzaluna
Rossa. Ci sono 4 o 5 morti tra gli operatori della Mezzaluna Rossa
palestinese, più di 80 feriti tra queste equipe delle autoambulanze".
Prima ha detto che Barak ha deluso le vostre aspettative e
le vostre speranze di pace. Che conseguenze pensate possa avere
ora sul processo di pace l'elezione di Sharon a primo ministro
di Israele? Sarà impossibile per voi, sapendo chi è e cosa ha
fatto nel passato, instaurare con lui un dialogo? Oppure, proprio
perché sapete chi è e cosa ha fatto, pensate che possa essere
un interlocutore che riserverà meno sorprese del suo predecessore?
"I palestinesi, giù in Palestina, dicono che uno è uguale all'altro.
Io però voglio fare un'analisi. Cosa vuol dire quando uno che
è stato condannato dalla Corte Suprema israeliana - non dico araba
o palestinese o internazionale, ma israeliana - come responsabile
dei massacri di Sabra e Chatila del 1982 viene eletto primo ministro
israeliano? Questo vuol dire, secondo me, una cosa: che questo
popolo non vuole la pace. Per questo continua ad andare avanti
sulla base di un programma politico ben preciso: mai un ritiro
dai territori. Perché per loro - non voglio dire per la sinistra,
ma per la destra israeliana, che ha vinto le elezioni - sono territori
liberati, non occupati. Anche il loro programma politico dà la
spiegazione del perché non si ritirano. Perché questa terra fa
parte della "Grande Israele". Questa politica e questo programma
si esprimono nella bandiera israeliana. Ha visto come è fatta?
Due righe blu e in mezzo la stella di Davide. "La tua terra Israele
dal Nilo in Egitto fino all'Eufrate in Iraq". Quindi non solo
la Palestina, ma tutto il mondo arabo. Questa è l'unica spiegazione.
Altrimenti perché non si ritirano? Perché non vogliono la pace?
Israele è l'unico stato al mondo che non ha mai depositato i suoi
confini alle Nazioni Unite. Questa cosa è permessa solo a loro.
La situazione in cui sono obbligati a vivere i palestinesi è la
più grande ingiustizia a livello mondiale che sia stata inflitta
a un popolo".
E del fatto che Sharon abbia scelto di farsi affiancare nel
suo governo da un uomo di pace come Shimon Peres cosa ne pensa?
Lei crede che sia stata soltanto una mossa per assicurarsi il
favore dell'opinione pubblica internazionale, o crede invece che
ci sia un effettivo desiderio di pace da parte del nuovo Esecutivo?
"Si può dire che spesso le cose siano più chiare a noi che non
a voi. Perché non voglio dirle che Peres non sia un uomo di pace.
Però, non lo so, trovo delle difficoltà nell'accettare Peres come
uomo di pace, portatore di un messaggio di pace, premio Nobel
per la pace, quando spesso è venuto in Italia o continua ad andare
in giro per l'Europa a dire "Vogliamo la pace, dobbiamo far la
pace, però Gerusalemme è la capitale unita ed eterna di Israele".
Secondo me uno che fa queste affermazioni non vuole la pace. Perché
nessuno al mondo vuole la pace e viene a dire Gerusalemme è tutta
mia: perché Gerusalemme è non solo degli ebrei, dei cristiani,
dei musulmani, ma anche di quelli non credenti. È patrimonio dell'umanità.
Anche l'amministrazione attuale americana sta parlando di un eventuale
trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Ma come si fa? Come si fa, quando tutto il mondo non ha mai riconosciuto
Gerusalemme capitale d'Israele… Chi lo accetta questo? Non lo
accetta il Papa, figuriamoci se lo possiamo accettare noi".
Ultimamente, sempre più spesso la stampa italiana ha sollevato
la questione se Arafat continui a controllare effettivamente la
situazione, o se invece non ci siano forze, all'interno della
popolazione palestinese, che tendono a scavalcare l'anziano leader.
Qual è la sua opinione al riguardo?
"Arafat è stato, è e sarà sempre il leader del popolo palestinese.
Sta lì perché c'è l'83 per cento - l'unica volta che ci hanno
permesso di fare delle elezioni - che ha detto sì a lui. È una
vera sciocchezza quando si dice "Arafat controlla, non controlla".
Arafat, non dico controlla, ma ha la fiducia della maggioranza
assoluta del popolo palestinese, al contrario dei governanti di
Israele. Tutto il popolo palestinese è con Arafat".
Però è anche vero che il malcontento sembra aumentare di giorno
in giorno.
"Certo. Ma perché, molti palestinesi che sono pro Arafat, come
me, che dicono "io ho votato Arafat, sono con Arafat", dicono
anche: "Se questa è la pace, allora no, non l'accetto, quindi
sono critico, sono contrario a questa politica, bisogna trovarne
un'altra". Perché quando tu continui a parlare di pace e a ricevere
solo schiaffi e calci, allora lo devi sopportare per l'eternità?
Alla fine se Israele continua a comportarsi in questa maniera,
alla fine qualche arrabbiato reagisce. Come è successo a quell'autista
che erano cinque anni che lavorava in regola, che aveva cinque
bambini, che non era militante di nessun movimento ed è andato
addosso ai soldati israeliani. Perché come le ho detto è enorme
il senso di umiliazione, la rabbia che i palestinesi hanno dentro".
Cosa dovrà accadere secondo lei perché il processo di pace
possa finalmente attuarsi?
Innanzitutto il mondo deve smettere di continuare a trattare Israele
al di sopra di tutte le regole e leggi. A me fanno rabbia quei
partiti, movimenti, persone che spesso non osano criticare Israele
perché hanno paura di essere accusati di antisemitismo. Questo
non è vero, è ingiusto, non ha niente a che vedere. Perché la
lotta in Palestina non è mai stata una lotta religiosa. In Palestina
hanno sempre vissuto insieme ebrei, cristiani, musulmani. Però
ho diritto quando per esempio un soldato israeliano compie ingiustizie
dalla mattina alla sera di dire "no, non è giusto" e fare qualcosa
perché non continui a farlo? Si sa benissimo che purtroppo i palestinesi
pagano il prezzo del senso di colpa degli europei per quello che
ha fatto Hitler contro gli ebrei. Ma cosa abbiamo a che
vedere noi con tutto ciò? Perché dobbiamo pagare noi? Perché non
paga la Germania, non paga l'Europa, quelli che hanno causato
quel dramma?
Il giorno in cui l'israeliano verrà trattato come uno qualunque,
secondo me il problema si risolverà. E mi stupisco che l'Europa,
che ha lottato contro il nazismo e il fascismo, non sta aiutando
i palestinesi che stanno facendo ora la stessa cosa, cioè lottare
contro l'occupazione israeliana della Palestina. Mi stupisco che
questa Europa non prenda posizione. Questa Italia, questa Europa,
questa America lasciano tutto in mano agli israeliani. "Voi palestinesi
dovete mettervi d'accordo con gli israeliani", ci dicono. Ma se
non vogliono mettersi d'accordo? Cosa bisogna fare? Continuare
a morire in questa maniera? A soffrire in questa maniera?
Simone Collini/Grandinotizie.it/16 marzo 2001
ore 18:00
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