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Il
Medio Oriente è, insieme al Nord Africa, una delle regioni più
aride del pianeta.
Costituisce infatti il 10 per cento della superficie
terrestre ed è abitata dal 5 per cento della popolazione mondiale,
ma dispone del solo 0,4 per cento delle risorse idriche. È stata,
sempre insieme all'Africa, una delle prime zone in cui è iniziata
a mancare l'acqua negli anni '70 e oggi la maggior parte dei Paesi
sono al di sotto della soglia considerata critica (1.000 metri
cubi di acqua per abitante all'anno) e alcuni (Israele, Giordania,
Cisgiordania, Gaza) sono al di sotto della soglia considerata
di "assoluta povertà" (500 metri cubi per abitante all'anno).
A meno di radicali misure adottate a breve termine, la situazione
in futuro non potrà che peggiorare, tenuto anche conto del fatto
che accanto ai fattori di crisi tradizionali (crescita demografica,
evoluzione degli stili di vita, aumento della domanda da parte
dei settori economici emergenti) la regione mediorientale presenta
peculiari caratteri che rendono problematico lo sfruttamento delle
già scarse risorse idriche.
Infatti, al clima arido, alla scarsezza
delle piogge e alla conformazione geologica prevalentemente montagnosa,
si unisce il fatto che la maggior parte dei bacini acquiferi o
attraversano più Paesi o sono collocati sui confini fra più Stati
o, ancora, si trovano su regioni occupate in vecchi conflitti
e su cui ancora oggi diversi Stati rivendicano la sovranità. Si
è stabilita così una sorta di multiproprietà delle riserve di
acqua che crea, nel migliore dei casi, più o meno eque spartizioni
e, nel peggiore, veri e propri scontri per il controllo e lo sfruttamento
dell'acqua.
È questo il caso della situazione che si è venuta a creare tra
palestinesi e israeliani per quel che riguarda l'utilizzo delle
risorse presenti nei Territori Occupati. Ciò ha causato numerosi
conflitti nel passato e oggi come allora rende fortemente problematico,
se non addirittura impossibile, il raggiungimento di un accordo
di pace definitivo tra Israele e l'Autorità nazionale palestinese.
La questione israelo-palestinese
Oggi Israele, con il valore annuo di circa 380 metri cubi di acqua
per abitante, si situa nella fascia di "assoluta povertà". Tuttavia
all'interno del più vasto panorama mediorientale gode di una situazione
che potrebbe definirsi di privilegio. La sua disponibilità di
acqua, infatti, è tre volte quella goduta dalla popolazione palestinese
residente nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, che attualmente
ammonta a circa 115 metri cubi per abitante.
Le ragioni di un tale squilibrio sono da rinvenirsi principalmente
nel fatto che Israele occupò nel 1967 i territori in cui erano
presenti le maggiori risorse idriche del Medio Oriente e sul fatto
che successivamente tali risorse vennero poste sotto il rigido
controllo militare israeliano.
Così oggi il 60 per cento dell'acqua consumata in Israele proviene
dalla Cisgiordania - dove sono presenti le falde acquifere montane
della Giudea e della Samaria - dalle alture del Golan - dove nasce
il fiume Bania che alimenta il lago Tiberiade e il fiume Yarmuk
- e dal Sud del Libano - dove scorrono i fiumi Hasbani e Litani.
Tutti territori questi di cui l'occupazione non è mai stata riconosciuta
a livello internazionale, ma di cui Israele continua a mantenere,
attraverso il controllo militare e una rigida legislazione ad
hoc, il diritto allo sfruttamento delle risorse primarie qui presenti.
Esemplare è il caso delle leggi promulgate dal governo israeliano
all'indomani della guerra dei sei giorni (1967) riguardanti i
bacini d'acqua presenti sotto le colline della Giudea e della
Samaria, in Cisgiordania. In esse veniva sancito in particolare
il divieto nei confronti dei palestinesi di scavare nuovi pozzi
senza l'autorizzazione delle autorità militari israeliane, l'installazione
di contatori sui pozzi dei palestinesi, l'espropriazione delle
terre e dei pozzi abbandonati dagli arabi successivamente all'occupazione
israeliana, il divieto di colture a sfruttamento intensivo d'acqua.
Da segnalare che mentre i coloni presenti in tale regione hanno
continuato ad aprire nuovi pozzi senza restrizione alcuna, ai
residenti palestinesi, dal 1967 ad oggi, sono stati concessi solo
34 permessi per scavare nuovi pozzi. Si è così creata una situazione
assolutamente iniqua. Secondo i dati resi noti dalla Banca mondiale
attualmente il 90 per cento dell'acqua della Cisgiordania viene
utilizzata a beneficio di Israele mentre i palestinesi dispongono
del solo 10 per cento il restante. E questo nonostante negli ultimi
anni l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp)
e Israele avessero firmato accordi che prevedevano una diversa,
più paritetica, distribuzione dell'acqua. In particolare dopo
che il leader palestinese Yasser Arafat e il primo ministro
israeliano Yitzhak Rabin firmarono l'accordo di Oslo e
la Dichiarazione dei Principi (rispettivamente il 20 agosto e
il 13 settembre 1993), in cui si riconosceva la costituzione di
un'Autorità nazionale palestinese cui spettava il governo e l'amministrazione
progressiva di Gaza e di Gerico, il 28 settembre 1995 venne siglato
il cosiddetto accordo temporaneo di Oslo II, che prevedeva l'estensione
del controllo dell'Anp ad altre aree della Cisgiordania e il ritiro
parziale delle truppe israeliane da questa regione e dalla striscia
di Gaza. Inoltre nell'articolo 40 dell'accordo si dichiarava che
"Israele riconosce i diritti dei palestinesi sull'acqua in Cisgiordania".
Questo, tuttavia, era un accordo temporaneo, appunto, e i governi
israeliani che si sono succeduti nel corso degli anni hanno costantemente
rimandato l'applicazione di quanto stabilito, affermando che lo
statuto finale delle risorse idriche sarebbe dovuto essere trattato,
insieme alla questione dei coloni e alla sistemazione e al controllo
di Gerusalemme, negli accordi finali permanenti tra le due parti.
Accordi, però, che secondo quanto affermato nello stesso Oslo
II, sarebbero dovuti essere raggiunti prima del 13 settembre 2000,
data ormai superata senza che sia stato compiuto alcun passo avanti.
La crisi si acuisce
Anzi, dopo tale data la situazione fra israeliani e palestinesi
è entrata in una fase di profonda crisi come non si registrava
da diversi anni. Dal 28 settembre 2000, infatti, in seguito alla
visita alla Spianata delle Moschee del leader del Likud e oggi
primo ministro israeliano Ariel Sharon, è scoppiata la
cosiddetta "Seconda Intifada" o "Intifada di Al-Aqsa" che in circa
cinque mesi di scontri ha causato la morte di oltre 400 persone,
per la maggior parte palestinesi. Più volte i negoziatori si sono
seduti al tavolo delle trattative, ma i colloqui si sono ogni
volta arenati sulle solite questioni irrisolte: lo status di Gerusalemme,
i coloni israeliani, il ritorno dei profughi palestinesi. Sul
controllo e lo sfruttamento delle risorse idriche, almeno apparentemente,
il conflitto non sembra raggiungere i livelli raggiunti da queste
altre questioni. Ma in realtà le cose stanno diversamente. Ciò
era riconosciuto dallo stesso premio Nobel per la pace Yitzhak
Rabin che, quando ricopriva l'incarico di primo ministro di Israele,
dichiarò: "Senza accordo sull'acqua, non ci sarà nessun accordo".
Attualmente i palestinesi residenti in Cisgiordania lamentano
i continui razionamenti e le improvvise interruzioni di acqua
a cui vanno soggetti, di contro all'enorme quantità messa a disposizione
dei coloni israeliani; mentre la striscia di Gaza, zona caratterizzata
da un clima arido e povera di risorse idriche, è stata giudicata
da un rapporto della Banca mondiale la regione in cui la situazione
è "la più inquietante del mondo", condannata a veder peggiorare
sempre più la propria situazione se non riuscirà a stabilire un
collegamento idrico con le risorse presenti in Cisgiordania. Israele
d'altro canto, per cause che sono da ricercare non solo nell'attuale
politica economica nazionale e nella legislazione vigente, ma
anche nei tradizionali valori ebraici legati all'acqua tutt'oggi
vivi e imperanti in Israele, non può permettersi di cedere ai
palestinesi né le falde acquifere della Cisgiordania, che da sole
soddisfano il 40 per cento del bisogno idrico del Paese, né l'accesso
al Giordano le cui acque, scorrendo il fiume al confine tra Giordania
e Israele, lo stato ebraico divide già a fatica col Regno Hashemita.
Se oggi, come del resto negli ultimi cinquant'anni, le parti in
causa non sono riuscite a raggiunger un accordo su tale questione,
appare ancora più difficile che si giunga ad una soluzione negli
anni a venire. Infatti, ad una situazione mondiale di per sé critica
(secondo un rapporto della Banca mondiale risalente al 1995 "la
Terra è minacciata da una crisi gravissima di acqua. La domanda
mondiale di acqua raddoppia ogni 20 anni e oggi 80 paesi, il 40
per cento della popolazione mondiale, sono toccati dalla crisi
idrica") si unirà la peculiare situazione israeliana la cui popolazione,
soprattutto a causa dell'imponente migrazione dall'ex Unione Sovietica,
arriverà tra breve a raggiungere i sei milioni di abitanti. Causando
un vertiginoso aumento della domanda d'acqua.
Simone Collini/Grandinotizie.it
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