Dossier Palestina
Il punto
News
Scenario
I fatti, i perché
Protagonisti dossier
Hanno detto
Dall'A alla Z
Curiosità e numeri
Libri e film
Glossario dossier
Rassegna stampa
Link
 
 
Home
  Ultim'ora - Dossier - Dall'A alla Z - Protagonisti - Hanno detto - Sondaggi   <<back
 
   
 
 Indice dossier
 Tutti gli articoli
 Acqua Santa
 Le risorse idriche
 Scenario
 Pace impossibile
 Intervista
 Silvestri: la forza di David
 La storia
 Un conflitto infinito
 I trattati
 I tentativi di un accordo
 War games
 Le guerre dal '48
Territori
Gerusalemme
Gerusalemme, profughi, acqua e coloni
I nodi mai sciolti
Le quattro questioni che bloccano il processo di pace

Il controllo della Città Santa, il rientro dei profughi palestinesi, il controllo delle risorse idriche e gli insediamenti dei coloni israeliani nei Territori Occupati sono alcuni dei punti su cui, oggi come ieri, si sono arenati i negoziati di pace. Uno sguardo alla storia e uno alle ragioni di israeliani e palestinesi.

Gerusalemme
Fra i principali problemi che si interpongono alla realizzazione del processo di pace fra israeliani e palestinesi vi è quello riguardante la sistemazione e il controllo di Gerusalemme. La città è il principale luogo sacro per gli ebrei, in quanto capitale della vecchia Israele, e sede storica del Tempio del re Salomone, distrutto dai romani nel 70 d.C. Ma è anche il terzo luogo sacro, dopo la Mecca e Medina, per i musulmani, poiché da qui, secondo la tradizione, Maometto salì in cielo su di un cavallo alato. Oggi Gerusalemme, con le sue divisioni, è la tangibile rappresentazione di cinquant'anni di conflitti tra palestinesi e governo israeliano. Nel 1948 Israele ne conquista la parte occidentale e ne mantiene il controllo anche dopo gli accordi armistiziali di Rodi del 1949. Nel 1967, durante la guerra dei sei giorni, occupa l'intera città.

Benché l'annessione della parte orientale non sia mai stata internazionalmente riconosciuta, Israele non ha mai successivamente modificato la propria posizione e ha anzi proclamato Gerusalemme la propria capitale, andando contro le risoluzioni delle Nazioni Unite (e infatti la maggior parte delle ambasciate straniere hanno sede a Tel Aviv). Oggi, dei circa 600mila abitanti, i tre quarti sono ebrei e solo un quarto è palestinese (per lo più dislocato nella Città Vecchia, dove i palestinesi costituiscono la maggioranza). I primi considerano Gerusalemme (yerushalayim, in ebraico) la capitale "eterna e indivisibile" di Israele. E dovrebbe rimanere, dunque, unificata e sotto il proprio controllo. L'Autorità palestinese invece guarda ad essa (Al Quds, in arabo) come alla capitale del futuro Stato di Palestina con la divisione netta tra il settore arabo e quello israeliano.

Profughi
Al termine della guerra del 1948 e in seguito alla dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele, a circa un milione di palestinesi venne impedito di tornare alle proprie case. Già l'11 dicembre 1948 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato la risoluzione 194, nella quale, tra l'altro, veniva affermato: "Sia permesso ai profughi che desiderino tornare nelle loro case e vivere in pace con il loro vicini di fare ciò alla prima data possibile, e che un indennizzo venga pagato per le proprietà di coloro che scelgano di non tornare".

Ventisei anni dopo, il 22 novembre 1974, venne anche adottata la risoluzione 3236, nella quale viene affermato che il diritto al ritorno alle proprie case e proprietà è da considerarsi "inalienabile". Entrambe le risoluzioni sono state costantemente disattese dal governo israeliano che, preoccupato di vedere venir meno la maggioranza ebraica nel Paese, non ha mai permesso il rientro dei profughi palestinesi. Secondo i dati resi noti il 30 giugno 2000 dall'Agenzia per l'assistenza e le attività per i rifugiati palestinesi delle Nazioni Unite (Unrwa), sono 3 milioni e 600mila i palestinesi che vivono in Giordania, Siria, Libano, Cisgiordania e Gaza. Di questi, alcuni sono stati assorbiti dagli altri paesi arabi, due milioni circa sono formalmente registrati come rifugiati e più di un milione vive tutt'ora in campi profughi. Il ritorno alle proprie case e un indennizzo per chi decida di non lasciare il paese d'immigrazione o per chi decida di trasferirsi nel nascente stato palestinese, è fra le maggiori richieste di Arafat e fra i punti in cui l'opposizione del governo israeliano è da sempre più forte.

Risorse idriche
Il controllo delle risorse idriche è sicuramente fra le principali cause di conflitto in Medio Oriente e non a caso è opinione di molti che un giusto accordo sull'acqua possa salvaguardare da futuri scontri tra palestinesi e israeliani. Accanto ad una situazione geologica di per sé critica (questa regione è stata, insieme all'Africa, una delle prime in cui a partire dagli anni '70 è iniziata a mancare l'acqua), la questione è resa ancor più complessa per il fatto che dal 1967 le risorse idriche situate nei territori occupati sono state poste sotto il controllo militare israeliano.

Ai palestinesi venne vietato di scavare nuovi pozzi, mentre i coloni ebrei iniziarono ad aprirne senza restrizione alcuna. Inoltre, gli affluenti del Giordano e le falde acquifere situate sulle alture del Golan e in Cisgiordania (tutte zone, dunque, occupate dall'esercito israeliano durante la guerra dei sei giorni, ma la cui annessione ad Israele non è mai stata riconosciuta a livello internazionale) finirono per costituire la maggior parte delle risorse acquifere su cui poté contare Israele. Nonostante il 28 settembre 1995 venne siglato un accordo (il cosiddetto Oslo II) tra Autorità palestinese e governo israeliano, nel quale veniva dichiarato che "Israele riconosce i diritti dei palestinesi sull'acqua in Cisgiordania", a tutt'oggi i palestinesi lamentano di essere di continuo soggetti a razionamenti e a improvvise interruzioni della fornitura dell'acqua e accusano i coloni ebrei di procedere ad uno sfruttamento esclusivo delle risorse idriche della Cisgiordania. I dati presentati dalla Banca mondiale sembrano confermare quanto da loro sostenuto. Secondo tali cifre, infatti, circa il 90 per cento dell'acqua della Cisgiordania sarebbe utilizzata a beneficio di Israele e solo il restante 10 per cento a beneficio dei palestinesi.

Coloni
Immediatamente dopo la guerra dei sei giorni, Israele creò nei territori occupati delle postazioni di difesa agricolo-militari. Nel gennaio 1968, inoltre, diede l'avvio ad una vera e propria azione di esproprio: oltre duemila ettari di terra vennero tolti ai proprietari anche ricorrendo, quando necessario, all'uso della forza. La politica espansionistica di Israele mirava, infatti, ad assicurarsi le principali fonti di reddito economico, vale a dire la terra e l'acqua. Nel corso degli anni, i governi israeliani che si sono succeduti hanno confiscato il 52 per cento del territorio della Cisgiordania e costituito 232 colonie israeliane abitate da circa 60.000 ebrei che hanno in mano i 5/6 delle risorse idriche. Anche nella striscia di Gaza Israele ha confiscato il 32 per cento del territorio e costituito 30 colonie abitate da circa 3.000 ebrei.

Simone Collini/Grandinotizie.it

inizio pagina
Ultim'ora - Dossier - Dall'A alla Z - Protagonisti - Hanno detto - Sondaggi   <<back