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Il controllo della
Città Santa, il rientro dei profughi palestinesi, il controllo
delle risorse idriche e gli insediamenti dei coloni israeliani
nei Territori Occupati sono alcuni dei punti su cui, oggi come
ieri, si sono arenati i negoziati di pace. Uno sguardo alla storia
e uno alle ragioni di israeliani e palestinesi.
Gerusalemme
Fra i principali problemi che si interpongono alla realizzazione
del processo di pace fra israeliani e palestinesi vi è quello
riguardante la sistemazione e il controllo di Gerusalemme. La
città è il principale luogo sacro per gli ebrei, in quanto capitale
della vecchia Israele, e sede storica del Tempio del re Salomone,
distrutto dai romani nel 70 d.C. Ma è anche il terzo luogo sacro,
dopo la Mecca e Medina, per i musulmani, poiché da qui, secondo
la tradizione, Maometto salì in cielo su di un cavallo alato.
Oggi Gerusalemme, con le sue divisioni, è la tangibile rappresentazione
di cinquant'anni di conflitti tra palestinesi e governo israeliano.
Nel 1948 Israele ne conquista la parte occidentale e ne mantiene
il controllo anche dopo gli accordi armistiziali di Rodi del 1949.
Nel 1967, durante la guerra dei sei giorni, occupa l'intera città.
Benché l'annessione della parte orientale non sia mai stata internazionalmente
riconosciuta, Israele non ha mai successivamente modificato la
propria posizione e ha anzi proclamato Gerusalemme la propria
capitale, andando contro le risoluzioni delle Nazioni Unite (e
infatti la maggior parte delle ambasciate straniere hanno sede
a Tel Aviv). Oggi, dei circa 600mila abitanti, i tre quarti
sono ebrei e solo un quarto è palestinese (per lo più dislocato
nella Città Vecchia, dove i palestinesi costituiscono la maggioranza).
I primi considerano Gerusalemme (yerushalayim,
in ebraico) la capitale "eterna e indivisibile" di Israele. E
dovrebbe rimanere, dunque, unificata e sotto il proprio controllo.
L'Autorità palestinese invece guarda ad essa (Al Quds, in arabo)
come alla capitale del futuro Stato di Palestina con la divisione netta tra il settore arabo
e quello israeliano.
Profughi
Al termine della guerra del 1948 e in seguito alla dichiarazione
di indipendenza dello Stato di Israele, a circa un milione di
palestinesi venne impedito di tornare alle proprie case. Già l'11
dicembre 1948 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato
la risoluzione 194, nella quale, tra l'altro, veniva affermato:
"Sia permesso ai profughi che desiderino tornare nelle loro case
e vivere in pace con il loro vicini di fare ciò alla prima data
possibile, e che un indennizzo venga pagato per le proprietà di
coloro che scelgano di non tornare".
Ventisei anni dopo, il 22 novembre 1974, venne anche adottata
la risoluzione 3236, nella quale viene affermato che il diritto
al ritorno alle proprie case e proprietà è da considerarsi "inalienabile".
Entrambe le risoluzioni sono state costantemente disattese dal
governo israeliano che, preoccupato di vedere venir meno la maggioranza
ebraica nel Paese, non ha mai permesso il rientro dei profughi
palestinesi. Secondo i dati resi noti il 30 giugno 2000
dall'Agenzia per l'assistenza e le attività per i rifugiati palestinesi
delle Nazioni Unite (Unrwa), sono 3 milioni e 600mila i palestinesi che
vivono in Giordania, Siria, Libano, Cisgiordania e Gaza. Di questi,
alcuni sono stati assorbiti dagli altri paesi arabi, due milioni
circa sono formalmente registrati come rifugiati e più di un milione
vive tutt'ora in campi profughi. Il ritorno alle proprie case
e un indennizzo per chi decida di non lasciare il paese d'immigrazione
o per chi decida di trasferirsi nel nascente stato palestinese,
è fra le maggiori richieste di Arafat e fra i punti in cui l'opposizione
del governo israeliano è da sempre più forte.
Risorse idriche
Il controllo delle risorse idriche è sicuramente fra le principali
cause di conflitto in Medio Oriente e non a caso è opinione di
molti che un giusto accordo sull'acqua possa salvaguardare da
futuri scontri tra palestinesi e israeliani. Accanto ad una situazione
geologica di per sé critica (questa regione è stata, insieme all'Africa,
una delle prime in cui a partire dagli anni '70 è iniziata a mancare
l'acqua), la questione è resa ancor più complessa per il fatto
che dal 1967 le risorse idriche situate nei territori occupati
sono state poste sotto il controllo militare israeliano.
Ai palestinesi venne vietato di scavare nuovi pozzi, mentre i
coloni ebrei iniziarono ad aprirne senza restrizione alcuna. Inoltre,
gli affluenti del Giordano e le falde acquifere situate sulle
alture del Golan e in Cisgiordania (tutte zone, dunque, occupate
dall'esercito israeliano durante la guerra dei sei giorni, ma
la cui annessione ad Israele non è mai stata riconosciuta a livello
internazionale) finirono per costituire la maggior parte delle
risorse acquifere su cui poté contare Israele. Nonostante il 28
settembre 1995 venne siglato un accordo (il cosiddetto Oslo II)
tra Autorità palestinese e governo israeliano, nel quale veniva
dichiarato che "Israele riconosce i diritti dei palestinesi sull'acqua
in Cisgiordania", a tutt'oggi i palestinesi lamentano di essere
di continuo soggetti a razionamenti e a improvvise interruzioni
della fornitura dell'acqua e accusano i coloni ebrei di procedere
ad uno sfruttamento esclusivo delle risorse idriche della Cisgiordania.
I dati presentati dalla Banca mondiale sembrano confermare quanto
da loro sostenuto. Secondo tali cifre, infatti, circa il 90 per
cento dell'acqua della Cisgiordania sarebbe utilizzata a beneficio
di Israele e solo il restante 10 per cento a beneficio dei palestinesi.
Coloni
Immediatamente dopo la guerra dei sei giorni, Israele creò nei
territori occupati delle postazioni di difesa agricolo-militari.
Nel gennaio 1968, inoltre, diede l'avvio ad una vera e propria
azione di esproprio: oltre duemila ettari di terra vennero tolti
ai proprietari anche ricorrendo, quando necessario, all'uso della
forza. La politica espansionistica di Israele mirava, infatti,
ad assicurarsi le principali fonti di reddito economico, vale
a dire la terra e l'acqua. Nel corso degli anni, i governi israeliani
che si sono succeduti hanno confiscato il 52 per cento del territorio
della Cisgiordania e costituito 232 colonie israeliane abitate
da circa 60.000 ebrei che hanno in mano i 5/6 delle risorse idriche.
Anche nella striscia di Gaza Israele ha confiscato il 32 per cento
del territorio e costituito 30 colonie abitate da circa 3.000
ebrei.
Simone Collini/Grandinotizie.it
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