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Virus, mail bombing, raffiche di bit: è guerra anche sul web

"Nella guerra santa contro Israele e i suoi alleati useremo qualsiasi mezzo, e-mail e Internet compresi". La minaccia dello sceicco Ahmed Yassin, leader spirituale di Hamas, è già da tempo realtà. Fin dai primi giorni di ottobre, infatti, una cyberguerra tra arabi e israeliani è scoppiata anche su Internet. Una guerra virtuale, ma non per questo meno reale e temibile. Una guerra in cui alle bombe si sostituiscono i mail bombing, ai sibilanti proiettili i subdoli virus informatici, alle raffiche di mitra le scariche di bit.

Il primo attacco del cyberconflitto risale al 7 ottobre. Tre soldati israeliani vengono catturati ai confini con il Libano del sud da guerriglieri fondamentalisti di Hezbollah. La rappresaglia da parte israeliana si scatena in rete: il sito dei guerriglieri palestinesi e alcuni siti vicini al "Partito di Dio" vengono bombardati da milioni di richieste di accesso e resi inaccessibili o cancellati e sostituiti con immagini della bandiera israeliana e slogan inneggianti alla vendetta. La controffensiva araba non si fa attendere: un rapido e invisibile netcombattente di cui è noto solo il nome di battaglia, Dodi, riesce ad insinuarsi all'interno di strutture nevralgiche dello Stato israeliano arrecandovi gravi danni. Il 12 ottobre il sito dell'università ebraica viene pesantemente colpito, e nei giorni successivi sarà la volta della Netvision (l'azienda che controlla la maggior parte degli accessi israeliani ad Internet), del sito del ministero della Difesa, di quello degli Esteri, del governo, della Knesset e della Tel Aviv Stock Exchange, la Borsa israeliana. Solo quest'ultimo attacco, sferrato il 5 novembre scorso, causerà perdite per milioni di dollari.

È proprio questa, infatti, la strategia della cyber-jihad, la cyberguerra santa: obbligare le autorità israeliane a investire sempre maggiori fondi sui sistemi di sicurezza dei siti istituzionali e di quelli legati all'economia nazionale, in special modo quelli appartenenti alla new economy. "Più dollari spendono per rafforzare i loro sistemi, meno dollari avranno per acquistare pallottole e razzi". Così si legge nel sito di Unity (www.unity-news.org), un gruppo di cyberguerriglieri in prima fila nella netwar, la guerra della rete.

La strategia sembra aver già dato i primi frutti, visto che Israele negli ultimi mesi è corsa ai ripari chiedendo tra l'altro l'aiuto di un ex hacker, Ehud Tenebaum, che nel 1998, col nickname di battaglia "The Analyzer" aveva sferrato contro il sito del Pentagono uno dei più "distruttivi" attacchi della storia della rete, procurando seri problemi all'intero sistema militare statunitense. Oggi Ehud Tenebaum ha accettato di gestire il sistema di difesa dei siti israeliani e collabora allo sviluppo del "progetto Soda" ("sod" in lingua ebraica significa segreto).

In modo parallelo alla guerra condotta alla luce del sole sui Territori Occupati, la netwar continua a svolgersi in questi giorni percorrendo i cavi a fibre ottiche che attraversano sotterraneamente l'intero pianeta. Se i media tradizionali non sembrano dare molto spazio e peso a questo conflitto, la stessa Fbi e la iDefense, la società americana che opera nel mondo dello spionaggio internazionale e che tiene sotto controllo l'evolversi della cyberguerra arabo-israeliana, ritengono che questa sia solo una prima fase di un conflitto di cui né la vastità né la portata sono facilmente prevedibili, vista la mancanza di confini territoriali all'interno del cyberspazio, ma visto anche il legame sempre più stretto che sembra unire oggi virtuale e reale.

Simone Collini/Grandinotizie.it 8 febbraio 2001 ore 18:06

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