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Forse la teoria
non è del tutto campata in aria. Il quotidiano armeno Arabot
è convinto che la presenza del Pontefice in luoghi così vicini
alle zone considerate possibili obiettivi dell'attacco Usa - l'Afghanistan
ad esempio - abbia fatto slittare l'offensiva americana. "Forse
dovremmo cercare di trattenere il Papa il più a lungo possibile"
è la conclusione dolceamara del giornale.
Ma il viaggio di Wojtyla volge al termine.
Giovanni
Paolo II nel suo penultimo giorno di permanenza
in Armenia (il 26 settembre) ha ancora una volta sottolineato
con forza l'importanza di un dialogo interreligioso. Lo ha fatto
in occasione di una solenne concelebrazione che si è svolta nella
nuova cattedrale di Ierevan. "Che i vescovi e i teologi delle
nostre Chiese riflettano sulle forme nelle quali questo ministero
può realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli
altri". Obiettivo ultimo: arrivare all'unità dei cristiani, affinché
possano riprendere a "respirare con due polmoni". Quello d'Occidente
e quello d'Oriente.
Al termine della cerimonia si è recato presso il mausoleo di Tzitzernagaberd.
Qui si conserva la memoria dell'atto più orribile compiuto ai
danni dei cristiani armeni. Era il 1915, un milione e mezzo di
persone furono uccise. La Turchia non riconobbe mai il genocidio.
"Speriamo che la presenza della più alta autorità morale del mondo
convinca tutti a riconoscere questo sterminio che si vuole negare",
è il commento di un monaco.
"Profondamente turbati dalla terribile violenza inflitta al popolo
armeno, ci chiediamo con sgomento come il mondo possa ancora conoscere
aberrazioni tanto disumane". Queste le parole di Giovanni Paolo
II in conclusione. L'eco si sente nel vicino Afghanistan, così
come a New York e Washington.
Oggi, in serata, il rientro a Roma.
Grandinotizie.it/27 settembre 2001
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