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Con passi incerti
e faticosi due grandi vecchi avanzano verso un varco rimasto serrato
da secoli di reciproche incomprensioni e paure. Una stretta di
mano tra i pastori di due greggi "rivali" ne inaugura l'apertura.
Il sorriso del Mufti Sheikh Ahmad Kuftaro e il ripetuto
tocco del bastone papale di Karol Wojtyla sul suolo siriano
coronano un evento storico: l'incontro tra l'Islam e il Cristianesimo.
La tenacia e il coraggio di due ottuagenari, malfermi sulle proprie
gambe, ma saldissimi nelle proprie convinzioni, mettono un velo
sulle guerre che hanno insanguinato le rispettive icone sacre
e aprono al mondo uno spiraglio di pace.
"Un Papa per la prima volta in una moschea...sono felice", sussurra
emozionato Wojtyla al Gran Mufti. "Sono felice anch'io
- gli risponde il capo islamico - non avrei mai immaginato di
accoglierla un giorno in questa nostra moschea: è un fatto che
va oltre la storia cui siamo abituati e che porterà buon frutto
di pace".
Sono parole che scrivono la storia di un giorno nuovo per le relazioni
interconfessionali. Sulle orme dell'Apostolo Paolo, Giovanni Paolo
II insegue il sogno di riunire tutti i figli di Abramo. Ad Atene
ha incontrato la Grecia ortodossa, e ha cercato di "curare" la
ferita aperta secoli fa dal sacco di Costantinopoli.
Da Damasco, dalla moschea di Omayyadi che fu luogo di culto cristiano
prima di diventare il tempio islamico più importante, Wojtyla
tenta di creare un ponte tra le più "grandi" tra le religioni
monoteiste.
Il Papa arriva alla Moschea alle 18, accolto dalla folla con il
grido "Papa, Papa". Scende dalla papamobile e subito viene accolto
dal Gran Mufti. Appena entrato nel cortile del tempio di Allah,
si spoglia dei suoi mocassini rossi e, aiutato dal vescovo Stanislaw
Dziwisz, si infila un paio di babbucce bianche. Il Mufti è
seduto accanto e anche lui si toglie le scarpe.
Inciampa due volte sui tappeti che ricoprono il pavimento della
moschea, papa Wojtyla, prima di raggiungere il mausoleo di Giovanni
Battista al centro della grande navata. Qui, vuole la tradizione,
è custodita la testa del profeta, staccata per volere di Salomè,
troncata perché proclamava la verità.
Wojtyla, con gesti impercettibili, chiede un momento di silenzio
e, appoggiatosi ad una colonna, si raccoglie in preghiera.
Il canto di un brano del Corano che parla dei "nomi di Dio" apre
i discorsi. Il Mufti parla molto di Palestina e Gerusalemme, invocando
la fine di stragi e ingiustizie ai danni dei palestinesi. Ma il
capo della comunità islamica non dimentica l'importanza del dialogo
interreligioso e insiste che da ogni fede deve scaturire un "invito
all'incontro e non all'odio" e che "fra i figli di tutte le religioni
deve prevalere la collaborazione".
Il messaggio di Giovanni Paolo II parla invece di "giovani speranze",
quelle che vedono le nuove generazioni di musulmani e cristiani
educate al culto di due comunità "mai più in conflitto". E ammonisce
a non abusare "della religione per promuovere odio o violenza".
Mai la violenza "dovrebbe essere considerata il frutto delle convinzioni
religiose".
Prima di lasciare il cortile Wojtyla dice: "Per tutte le volte
che i musulmani e i cristiani si sono offesi reciprocamente, dobbiamo
cercare il perdono dell'Onnipotente e offrire il perdono gli uni
agli altri". Come insegnava Gesù. "I cuori di cristiani e musulmani
si volgano gli uni verso gli altri in fraternità e amicizia".
Ad accompagnarne il congedo una folla che in un italiano stentato
inneggia: "Viva il Papa".
Grandinotizie.it/ 7 maggio 2001 ore 13
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