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"La visita del
Papa in Ucraina ha un carattere politico, ma è inevitabile che
assuma anche un significato religioso ed ecclesiale. Per questo
c'è un'abitudine, oramai consolidata e molto ragionevole, in base
alla quale quando una visita del papa è ancora in preparazione
il Vaticano prende contatto con i responsabili delle confessioni
religiose del Paese per verificare il loro consenso alla visita".
Alessio II, patriarca della Chiesa ortodossa russa, sceglie la
diplomazia e il galateo ecclesiastico per motivare il suo "niet"
al viaggio che porterà Giovanni Paolo II in Ucraina dal
23 al 27 giugno.
Ma nella lunga e articolata intervista concessa al settimanale
cattolico Famiglia Cristiana il capo della Chiesa russo-ortodossa
chiarisce i motivi che lo hanno indotto a giudicare inopportuna
la visita del Pontefice a Kiev. E che continuano a sbarrargli
l'avanzata verso Mosca.
"La parte ecclesiale che ha invitato il Papa - spiega Alessio
II - è l'episcopato della Chiesa greco-cattolica d'Ucraina. Mentre
i credenti in Ucraina sono in maggioranza ortodossi e appartengono
alla Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Mosca, unica giurisdizione
canonica ortodossa sul territorio del Paese". E Vladimir,
il metropolita di Kiev non è mai stato ufficialmente informato
della visita del Papa. Anzi, "alla lettera del 22 gennaio con
cui l'episcopato (competente ndr) chiedeva il rinvio del
viaggio il Vaticano ha risposto con la pura e semplice conferma
dei propri programmi".
Se questa visita era, dunque, una delle tappe di avvicinamento
tra la Chiesa di Roma e quella di Mosca, allora Giovanni Paolo
II ha sbagliato strada: "Il miglior modo per raggiungere questo
scopo - dice Alessio II - era dare ascolto alla richiesta del
metropolita Vladimir".
Il patriarca indica al Pontefice la "giusta via". Passa attraverso
due varchi problematici, ma "darebbe al mondo quella comune testimonianza
del Cristo di cui ha oggi più che mai bisogno".
Secondo Alessio II, infatti "quando il discorso tocca i rapporti
tra le due Chiese" sono due le questioni da affrontare: il conflitto
tra ortodossi e greco-cattolici in Ucraina e il proselitismo della
Chiesa cattolica sul territorio canonico della Chiesa ortodossa
russa. "Nel primo caso - precisa - occorre tenere in conto i diritti
di entrambe le parti e non solo di quella greco-cattolica, come
è accaduto finora. Per quanto riguarda il proselitismo cattolico
in Russia e nei paesi della Csi (Comunità stati indipendenti)
invece l'unica soluzione possibile è la cessazione delle attività
missionarie cattoliche verso una popolazione che non è mai appartenuta
alla Chiesa di Roma".
Il patriarca russo sostiene di non essere contrario alla presenza
dei cattolici in Russia "perché quest'enorme estensione territoriale
raccoglie una quantità di popoli, culture e religioni diverse.
Ma tale presenza deve corrispondere alle reali esigenze pastorali
e non essere misurata dal desiderio di allargare il proprio gregge".
Il messaggio per Giovanni Paolo II è chiaro: sarà il benvenuto
a Mosca quando la Chiesa cattolica mostrerà "rispetto per gli
ambiti tradizionali della responsabilità pastorale". Fino ad allora…"niet".
Lia Romagno/Grandinotizie.it/ 12 aprile 2002
ore 13:57
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