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Opinioni autorevoli sul pellegrinaggio sulle orme di Saulo

Durante l'Anno Santo Karol Wojtyla aveva espresso il desiderio di concludere le celebrazioni giubilari ripercorrendo il cammino di San Paolo verso l'illuminazione della fede. Un pellegrinaggio che lo avrebbe portato da Atene a Malta, passando per Damasco. A contatto quindi con genti di altre fedi e altre culture.

Un viaggio difficile: troppe incomprensioni hanno tenuto distanti i cattolici e gli ortodossi greci. Tanti reciproci timori hanno alimentato le storiche tensioni tra la Chiesa romana e l'islam. Ma alla fine la data di partenza è fissata per il 4 maggio 2001, il rientro per il 9.

Lo storico viaggio suscita grandi aspettative nel mondo e tanto le fasi finali della sua organizzazione quanto il succedersi delle storiche tappe viene accompagnato da commenti autorevoli.

Tutti acclamano la straordinaria tenacia con cui Giovanni Paolo II persegue l'ecumenismo, pietra miliare del suo magistero pietrino. Poche sono le voci fuori dal coro. E quella di Gianni Baget Bozzo è tra queste.
"La carica utopica che il papa polacco ha imposto al papato romano - sostiene Bozzo - spinge il Papa a fare del messaggio di pace interreligiosa un mezzo di pace civile, quasi una parte della missione petrina: sembra indicare il debordare del primato di Pietro dagli spazi del cattolicesimo e della stessa cristianità".

Dalle pagine de La Stampa Marco Tosatti restituisce alla "missione papale la sua dimensione ecumenica: "Il primo viaggio post-giubileo di Giovanni Paolo II - dice - rappresenta un pellegrinaggio fondamentale nella strategia di questa tarda stagione del pontificato tutta tesa a gettare le basi per ricomporre un'unità frantumata con le chiese ortodosse, e a non inasprire il confronto con l'islam".

E il cardinale Carlo Maria Martini non dubita che questo "incontro" possa rivelarsi essenziale per il futuro delle relazioni interreligiose. E nell'esprimere le sue certezze ricorda le passate esperienze: "I viaggi del Papa portano sempre un accrescimento, e non una stagnazione del dialogo ecumenico".
In particolare, nel commentare la tappa ateniese che porta per la prima volta il Pontefice in una a contatto l'ortodossia greca, una delle più critiche nei confronti della Chiesa cattolica sostiene che anche se "gli ortodossi temono un'estensione a loro danno del potere di Roma. Ma non li lascerà insensibili l'umiltà di un Papa pellegrino sui luoghi di Paolo. Il suo approccio così umano, spirituale, condiscendente. Insomma, il comportamento della persona del Papa riporterà l'attenzione sull'essenziale: la ricerca del mistero di Cristo che ci unisce profondamente con tutte le Chiese ortodosse".

Pur se costretto a desistere dal seguire il Pontefice fina dalla tappa iniziale di Atene per non urtare la sensibilità del clero greco-ortodosso che lo considera uniate, il cardinale Moussa Daoud saluta l'abbraccio tra Giovanni Paolo II e il patriarca Christodoulos come l'inizio della demolizione di "un muro come quello di Berlino" e l'apertura di "una nuova pagina nella storia dei rapporti con l'ortodossia greca".

Felix Machado, rappresentante del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, risponde ad "un certo scetticismo sull'efficacia dell'incontro con greco-ortodossi e musulmani, sostenendo che "il Pontefice sta profeticamente annunciando il carattere irreversibile di una scelta epocale compiuta dal Concilio Vaticano II: quella del dialogo a tutto campo". "Il Papa sa bene - dice - che dalla collaborazione tra i credenti possono scaturire importanti vittorie contro mali comuni come il materialismo, l'edonismo e la perdita di centralità dell'individuo nell'economia globalizzata di mercato".

Ben maggiori perplessità suscita l'invito al reciproco perdono per le offese del passato che Wojtyla pronuncia nella terra dell'islam.
Lo scrittore pacifista israeliano Abraham Yehoshua lo accoglie quasi con sdegno.
"Devo ammettere che tutte queste richieste di perdono da parte del Papa un poco mi disturbano - ammette -. Chiedere perdono a tutti è un po' come non chiederle a nessuno. Il gesto ripetuto più volte si banalizza, perde la sua unicità. E poi come ebreo vorrei dalla Chiesa di Roma una richiesta di perdono speciale, diversa da quella ai musulmani o agli ortodossi....La richiesta di perdono agli ebrei da parte del Papa (marzo 2000, ndr) è giunta troppi anni dopo l'Olocausto. E adesso non vorrei venisse ulteriormente sminuita da questa nuova ai musulmani".

Vittorio Messori, uno dei più noti intellettuali cattolici italiani, registra gli umori suscitati in parte della Curia romana dalle richieste di perdono per le "colpe dei suoi predecessori" che accompagnano il pellegrinaggio di Wojtyla.
"Giovanni Paolo II travisa il passato della Chiesa, rischia di esporla ad umiliazioni, ossequia i persecutori, intende l'ecumenismo come un sincretismo, dove una religione sembra prevalere sull'altra. Anche se finora non hanno osato uscire allo scoperto - scrive Messori - sono queste le frasi che si ascoltano in una parte della Curia, in sintonia con una rete di vescovi in cura d'anime".
Secondo l'opinionista, le ricostruzioni storiche degli eventi che portarono l'ostilità tra le diverse religioni "talvolta giustificano le perplessità" di quanti contestano l'operato di Wojtyla in nome della Tradizione.
"Ma - sottolinea - tutto può trovare una spiegazione nella strategia di un uomo che è, al, contempo, un realista e un mistico. Partendo dalla constatazione che valori come l'unità dei cristiani, il dialogo tra le religioni, la pace tra gli uomini hanno mostrato di non progredire con mezzi ordinari, questo Papa ha deciso di forzare le cose, di affidarsi al gesto profetico, alla prospettiva utopica, allo slancio del mistico. All'orgoglio del mondo, contrappone l'umiltà, magari anche l'umiliazione della Chiesa...Pronto persino a caricare sulle spalle della Chiesa colpe non sue, sperando che una tale magnanimità spinga altri ad ammettere anche le loro, di colpe".

In molti mettono in evidenza la valenza politica del viaggio in Medio Oriente e nutrono grandi speranze circa l'impulso che un appello di Giovanni Paolo II possa dare alla riappacificazione tra palestinesi ed israeliani.

Secondo lo scrittore musulmano Tahar Ben Jelloun "questo viaggio del Pontefice nella regione potrebbe essere l'occasione per rimettere a posto le cose ed esigere che Gerusalemme resti città santa delle tre religioni e sia tenuta ad di fuori dai giochi politici".

Il Pontefice sceglie le alture del Golan in Siria - luogo simbolo del conflitto arabo-israeliano - per scongiurare "la fine dell'assurda spirale di violenza" che sconvolge la regione, ed indica "nei parametri del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite" la via d'uscita dal conflitto.
Le sue parole suonano come ai palestinesi come il riconoscimento dei propri diritti.
Dice infatti Haidar Abdel Shafi, uno dei fondatori dell'Olp: "Il Papa si è dimostrato più lungimirante di tanti statisti. Non si è limitato ad evocare in termini generici una pace vera, ma ha anche indicato su quali basi questa pace dovrebbe fondarsi.


Lia Romagno/ Grandinotizie.it/ 18 maggio 2001 ore 19:49


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