|
Subito dopo l'elezione
di Giovanni Paolo II, l'allora capo del Kgb , Jurij
Andropov, ordinò al Primo direttorato dei suoi servizi un'analisi
di questo evento. Il rapporto (stilato in pochi giorni) vedeva
nell'elezione di Karol Wojtyla il frutto di una cospirazione
tedesco-americana, nella quale avevano avuto un ruolo decisivo
l'arcivescovo di Philadelphia e Zbigniew Brezinski, consigliere
per la Sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter.
L'obiettivo era la destabilizzazione della Polonia come primo
passo verso al distruzione del Patto di Varsavia. Si tratta di
un'analisi assai poco attendibile, ma altamente indicativa dello
stato d'animo con cui il Cremino accolse l'elezione a papa dell'arcivescovo
di Cracovia. E in effetti, di lì a poco, il papa polacco risulterà
decisivo nella disgregazione dei regimi comunisti. Secondo Timothy
Garton Ash, uno dei più autorevoli analisti della storia recente,
l'inizio della fine del blocco comunista è il viaggio di Wojtyla
in Polonia nel giugno 1979. Per la prima volta tutto il mondo
assiste ad una manifestazione di unità sociale su grande scala,
pacifica e ben organizzata. Il popolo polacco contro lo Stato-partito.
Questo evento diviene il simbolo e il catalizzatore principale
dei cambiamenti interni di tutti i paesi dell'Est. La presenza
stessa di un arcivescovo polacco sul trono di Pietro, è una sfida
costante per l'Urss e i suoi satelliti. E' la dimostrazione vivente
che l'impero può essere affrontato e sconfitto. Non a caso, sebbene
in sede giudiziaria non si sia mai arrivati alla verità sull'attentato
del 1981, molti storici ritengono inconfutabile che l'ordine di
uccidere Wojtyla partì da Mosca.
Da un punto di vista dottrinale Wojtyla condanna il socialismo
in quanto caratterizzato dalla "sete di potere" e dalla riduzione
dell'uomo a mera "molecola sociale", in totale disprezzo dei valori
della persona. Il socialismo, in quanto portatore di ateismo,
reprime la chiesa romana e va perciò condannato "politicamente".
Un papa anticapitalista ?
Fino all'enciclica Centesimus Annus, Wojtyla sembra avere
un atteggiamento conciliatorio nei confronti del libero mercato.
Con la caduta del Muro di Berlino comincia invece a puntare il
dito anche contro gli eccessi del capitalismo. Non c'è una condanna
dell'economia di mercato, considerata garanzia di libertà. Il
capitalismo è però considerato uno dei modi di interpretare il
libero mercato e il sistema neoliberale ha una concezione meramente
economica dell'uomo, che dà al profitto il primato sull'essere.
Il liberalismo non si presenta quasi mai con un volto oppressivo
e rischia così di diventare una sottile privazione della libertà
dell'uomo. Il capitalismo è oggetto perciò di osservazioni critiche
di carattere etico-religioso, non di attacchi frontali. La lettera
Ecclesia in America del 1999 è il documento più importante
su questo tema. Vi si afferma che non si possono trattare le cose
come meri strumenti di consumo. Giovanni Paolo II non propone
un sistema economico alternativo, ma piuttosto una teologia e
un modo di vita legati alla dottrina della creazione e della redenzione.
La fame nel mondo
Una costante del papato di Giovanni Paolo II è la sua attenzione
verso la fame nel mondo e più in generale per i problemi dei paesi
sottosviluppati. Già nell'enciclica Dives in misericordia
(1979) parla del crescente squilibrio tra nord e sud del mondo.
Torna su questo argomento nel discorso che tiene all'Onu nell'ottobre
del 1979 e ogni qualvolta si trova al cospetto dei potenti della
Terra. I suoi viaggi in Africa sono occasione di invettive contro
i paesi industrializzati, colpevoli di investire in armamenti
e di non sostenere il Terzo Mondo. Il superamento di questa situazione
di immane iniquità è possibile, per Wojtyla, attraverso la coscienza
dell'interdipendenza delle nazioni e la solidarietà per il bene
comune. In altre parole, le rivendicazioni dei popoli del Terzo
Mondo devono essere fatte tenendo sempre in considerazione il
bene comune sempre in forma non violenta. Le nazioni ricche hanno
il dovere di sentirsi "responsabili dei più deboli". In questa
prospettiva, appoggia la campagna "Jubilee 2000" per l'abolizione
del debito esteri dei 41 Paesi più poveri. L'iniziativa si scontra
con l'indifferenza della maggior parte dei Paesi industrializzati.
Il 6 gennaio 2000, a chiusura dell'Anno Santo, il Papa chiede
"impegno e fantasia" nell'aiuto più bisognosi.
Il Papa e le guerre
Giovanni Paolo II ha introdotto forti elementi di novità nell'atteggiamento
della Chiesa nei confronti della guerra e dell'intervento umanitario.
Il suo papato ha percorso un'epoca segnata da numerosi conflitti
internazionali e tensioni interne ai singoli paesi. Nel 1991 si
è schierato apertamente contro l'attacco dell'Occidente all'Iraq,
definendo la guerra "un'avventura senza ritorno". In altre occasioni,
come l'intervento Nato in difesa di Bosnia e Croazia, ha avuto
un atteggiamento più cauto. Di fronte alla crisi in Somalia e
al genocidio in Ruanda, ha invocato "una risposta della comunità
internazionale". Per questo diversi osservatori gli hanno rimproverato
uno scarso pacifismo o, peggio, un'incoerenza dettata da interessi
"politici". In realtà, il pensiero di Giovanni Paolo II sull'uso
della forza si basa su presupposti filosofici ed etici precisi.
E' centrale, in tutte le sue opere, il concetto di "relazionalità":
l'uomo determina se stesso in quanto vede se stesso negli altri.
E si priva della propria dignità se si comporta male con gli altri.
E' una dimensione etica pienamente relazionale. Questa concezione
acquista nuovi sviluppi grazie alla globalizzazione e allo sviluppo
delle tecnologie informatiche. Nel "villaggio globale", secondo
Wojtyla, è possibile realizzare la "solidarietà comunitaria",
attraverso il percorso informazioni-coscienza -dignità. Per i
governi non è più possibile nascondersi dietro un presunto "diritto
all'indifferenza": è un dovere usare la forza per disarmare l'aggressore.
E' lo stesso Giovanni Paolo II a spiegare questo concetto in una
conversazione con i giornalisti sull'aereo che lo riporta a Roma
dalla Giamaica nell'agosto 1993: "L'ingerenza umanitaria è una
cosa evangelica in sé, ma il modo di capire questo concetto può
anche essere poco evangelico. Certamente se io vedo un mio vicino,
concittadino o non concittadino, che è perseguitato, io devo difenderlo.
Penso che questa difesa sia un atto di carità, non è niente altro.
Così noi vediamo l'ingerenza umanitaria".
|