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Il caso Montesi
Il primo giallo della Repubblica L'11 aprile 1953, sulla spiaggia di Capocotta Ostia (Roma) viene trovato il cadavere di Wilma Montesi, 21 anni. E' morta per annegamento. Sul corpo non ci sono ferite evidenti.
I sospetti Prima si ipotizza il suicidio. Poi si parla di un malore che avrebbe stroncato la ragazza mentre faceva un "pediluvio". La rivista scandalistica Attualità sostiene invece che la ragazza è morta durante un'orgia a cui pareticpavano Piero Piccioni (musicista, in arte Piero Morgan, figlio di Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri) e il marchese Ugo Montagna.
Il caso diventa politico Attilio Piccioni si dimette. Il deputato del Pci Giancarlo Pajetta grida verso i banchi della Dc: "Capocottari!". Il segretario socialista Pietro Nenni dichiara: "Capocotta sarà la Caporetto della borghesia".
"Il processo del secolo" L'accusa non ha prove e si basa sulle dichiarazioni di Maria Moneta Caglio e Adriana Bisaccia. Nel giugno 1957 Piccioni e Montagna sono assolti per non aver commesso il fatto. Il caso rimane aperto.
Lo storico caso Bebawi
"Uno dei due è colpevole" 18 gennaio 1964. Siamo nella Roma della Dolce Vita. Faruk Churbagi, imprenditore 27enne, è l'amante di Claire Ghobrial, moglie di Yussef Bebawi, uomo d'affari egiziano. I tre sono a casa di Churbagi, nei pressi di via Veneto. Il giovane viene ucciso con alcuni colpi di pistola e poi sfregiato con il vetriolo. i due coniugi partono per Napoli e quindi per Atene, dove vengono arrestati ed estradati in Italia. Di fronte al giudice si accusano a vicenda dell'omicidio.
Un processo memorabile I duelli verbali più interessanti sono quelli tra Giuliano Vassalli (in seguito ministro e poi presidente della Corte Costituzionale) e Giovanni Leone (futuro presidente della Repubblica). Leone sostiene un teorema divenuto celebre: è impossibile condannare senza prove due imputati che si accusano reciprocamente dello stesso reato. Il primo processo del 1965 si conclude infatti con l'assoluzione di entrambi per insufficienza di prove. Nel 1967 la Corte d'Appello li condanna entrambi a 22 anni di carcere. Ma i due sono ormai latitanti. La sentenza sarà poi confermata in Cassazione.
Il delitto della Cattolica
Morte all'università di Milano Il 24 luglio 1971 Simonetta Ferrero, 29 anni, viene trovata uccisa da 33 coltellate nei bagni dell'Università Cattolica di Milano. Il cadavere è rinvenuto da Mario Toso, 22 anni, seminarista della provincia di Padova. Sostiene di aver udito uno scroscio d'acqua e di essersi recato nel bagno delle donne per chiudere il rubinetto aperto. Vede il cadavere di Simonetta e dà l'allarme chiamando il portiere dell'Università. Poi, sconvolto, parte col primo treno per il seminario di Mirabello Monferrato. Torna due giorni dopo per ricostruire l'accaduto.
Indagini inconcludenti L'unica certezza sembrò l'ora del delitto: tra le 13 e le 14,30. Almeno 350 persone vennero interrogate dalla polizia senza successo. nel tentativo di trovare la chiave del giallo. Si pensa al raptus di un folle o ad una vendetta maturata sul luogo di lavoro. La Ferrero lavorava infatti alla selezione del personale della Montedison. Laureatasi due anni prima alla Cattolica, non si riuscì mai a capire perché si trovasse all'ateneo la mattina dell'omicidio.
Vent'anni dopo.... Il 23 ottobre 1993, 22 anni dopo l'omicidio, sul tavolo di Achille Serra, questore di Milano, giunge una lettera anonima siglata T. B. "Si era nel 1974 o 1975 quando una persona a me cara venne insidiata nei suoi vent'anni, da un padre spirituale di tale università. Venuto a conoscenza della cosa, mi rivolsi all'autorità religiosa. Il padre fu di colpo allontanato, senza possibilità di rintracciarlo. Non conosco il nome del sacerdote, so solo che aveva cinquant'anni ed era veneto, ma a lungo l'ho messo in relazione con il delitto avvenuto nei bagni della Cattolica. Non posso dire di più". Serra cerca di riaprire il caso, ma si scontra con i vertici dell'Università, intimoriti da tanta pubblicità negativa. Nell'estate del 1994 il delitto alla Cattolica torna negli archivi della polizia giudiziaria.
Via Poma: i delitti sono due
1984: delitto di Renata Moscatelli Via Poma 4 diventa tristemente famoso per il delitto di Simonetta Cesaroni. Ma sei anni prima di quel maledetto giorno di agosto, nello stesso condominio viene consumato un altro omicidio, anch'esso tutt'ora irrisolto. Il cadavere di Renata Moscatelli, pensionata di 68 anni, viene ritrovato il 24 ottobre 1984 nella camera da letto del suo appartamento della scala E, al primo piano. La signora si è trascinata fin lì dal soggiorno, nel disperato tentativo di chiamare aiuto per telefono. La morte è causata dalla rottura del pomo d'Adamo. In terra ci sono una bottiglia di whisky in frantumi e un cuscino intriso di sangue. L'assassino ha infierito sulla vittima, colpendola più volte al capo e rompendole quattro costole. La donna viveva da sola, dopo la morte del padre, un ex generale dei carabinieri. Un'esistenza tranquilla, scandita dalla spesa al mattino e dalla messa alla sera. La vittima deve aver aperto all'assassino, dato che non ci sono segni di scasso sulla porta. Il movente? Ignoto. L'omicida non porta via nulla. Per un po' di tempo gli inquirenti sospettano della sorella di Renata, Adriana. Si parla di un'eredità contesa e di litigi sempre più frequenti. Ma le indagini si arenano e del caso non se ne parla più.
1990: l'omicidio Simonetta Cesaroni E' senza dubbio il caso di nera più famoso degli ultimi dieci anni. Un giallo irrisolto che ha fatto di Via Poma una strada tristemente nota in tutta Italia. E' il 7 agosto 1990. Simonetta Cesaroni sta lavorando negli uffici dell'Associazione italiana alberghi della gioventù, in via Carlo Poma 2, nel quartiere Prati di Roma. E' da sola, come sempre. Svolge infatti quel lavoro durante l'orario di chiusura al pubblico. Simonetta muore (lo accerterà l'autopsia) tra le 17,30 e le 18,30. Il suo corpo è ritrovato il mattino seguente, in una pozza di sangue. Ha subito 29 coltellate. Sono profonde tutte circa 11 centimetri. Alcune sono mirate al cuore, alla giugulare e alla carotide. Ma ad uccidere Simonetta è un trauma alla testa. E' ipotizzabile che le coltellate siano state inferte sul corpo morto per depistare le indagini. E' seminuda ma non ha subito violenza sessuale. L'assassino si è portato via pantaloni, slip, maglia a righe. Il povero corpo è rimasto coperto solo dalla canottiera di seta. Il reggiseno è arrotolato sul collo. Ai piedi sono rimaste delle calzette bianche. Simonetta sarebbe stata immobilizzata dopo aver lottato per tutta la casa. Due ginocchia molto forti l'avrebbero tenuta prona sul pavimento, come dimostrano due forti ecchimosi all'altezza dei fianchi. Sulla porta non ci sono segni di scasso. O Simonetta ha aperto all'assassino o questi aveva le chiavi. Per sapere tutto nel dettaglio, vedi il FATTO Caso di via Poma.
Delitto dell'Olgiata
Chi ha ucciso la contessa? E' la mattina del 10 luglio 1991. La contessa Alberica Filo della Torre (42 anni) viene uccisa intorno alle 8:45 del mattino nella sua villa dell'Olgiata, complesso residenziale alle porte di Roma. Qualcuno entra nella sua camera da letto (chiusa a chiave), la strangola e la colpisce più volte con uno zoccolo di legno. Al momento del delitto nella villa ci sono i due figli della vittima, le due domestiche, la baby sitter e quattro operai che stavano allestendo i giardino le attrezzature per una festa in programma per la sera. Nessuno vede nulla. Dalla stanza spariscono i gioielli della contessa.
I sospetti Il 15 luglio viene raggiunto da un avviso di garanzia Roberto Jacono, 30enne figlio dell'insegnate privata dei bambini e frequentatore della villa. Poi viene sospettato Manuel Winston, filippino, ex cameriere della villa. Entrambi sono scagionati dal test del Dna.
Finocchi e il Sisde Il 25 ottobre si apprende che l'agente dei servizi segreti (Sisde) Michele Finocchi è all'Olgiata al momento del delitto. Finocchi, presunto amante della contessa, è coinvolto nello scandalo dei fondi neri dell'intelligence. Si scoprono sei conti bancari in Svizzera, intestati ad Alberica Filo della Torre ma sospettati di essere "conti di transito" per operazioni illecite del Sisde. Sono ormai accertati i depistaggi compiuti dai servizi attraverso l'ambiguo Roland Voller, austriaco già protagonista nel delitto Cesaroni.
Buio totale Ma il delitto rimane irrisolto. Non c'è alcuno ufficialmente indagato.
Il caso Di Veroli, la donna nell'armadio
1994: chi ha ucciso Antonella? Antonella Di Veroli, commercialista di 47 anni, single, viene uccisa nella sua casa di Via Oliva 8 a Roma, quartiere Talenti, il 10 aprile 1994. Il cadavere è trovato 48 ore dopo, nascosto nell'armadio di camera sua. L'assassino ha sparato due colpi calibro 7,65 alla tempia (piccolo calibro) e ha poi infilato la testa della Di Veroli in una busta di plastica (l'autopsia accerterà che la morte è sopraggiunta per soffocamento) e ha messo la vittima nell'armadio. Poi ha sigillato con la colla le due ante. Antonella indossa il pigiama. La porta di casa è chiusa a chiave dall'esterno.
Una donna sola Antonella Di Veroli è descritta come una donna sola, alla disperata ricerca d'affetto. Due i suoi grandi amori: Umberto Nardinocchi, ragioniere, e Vittorio Biffani, fotografo. Gli inquirenti mettono sotto accusa il secondo.
Le accuse a Biffani Secondo il pm Biffani avrebbe ucciso la Di Veroli per liberarsene e per non restituirle 42 milioni ricevuti in prestito tempo prima. Ma l'impianto accusatorio non regge e Biffani è assolto sia in primo grado che in appello. In particolare, sull'armadio c'è un'impronta digitale misteriosa e sul cadavere sono rinvenuti dei capelli certamente non appartenenti al fotografo. L'omicidio rimane irrisolto.
L'insolito caso Scroppo
1998: sette spari nel buio Ancora Roma. E' il 9 ottobre 1998, sono le 20:30. Siamo in via Due Ponti 228, un comprensorio di villette vicino alla Cassia. Eleonora Scroppo, assicuratrice di 50 anni, è a cena con la famiglia. All'improvviso qualcuno comincia a sparare dalla strada. La donna viene colpita e muore. Si contano sette colpi in tutto. Chi ha sparato svanisce nel nulla. Non ci sono né indizi né sospetti. La vita della vittima sembra assolutamente priva di misteri. Ma l'omicidio è stato sicuramente premeditato. Qualcuno conosceva le abitudini della famiglia e aveva studiato un piano di fuga. Ora c'è il rischio che il caso venga archiviato.
Vacca Agusta: suicidio, delitto o incidente? E' stato il giallo del 2001. La Contessa Vacca Agusta. scompare da Portofino l'8 gennaio. Il 30 viene ritrovato il cadavere a ridosso di una scogliera tra Marsiglia e Tolone. Suicidio, disgrazia o omicidio? Dopo quasi un anno di indagini la vicenda si chiude con una verità ufficiale: la contessa è caduta in mare in un tragico gioco a nascondino. Ma molti punti della vicenda rimangono oscuri. Per saperne di più vedi il FATTO Vacca Agusta.
Delitto di Arce
2001: omicidio Serena Mollicone Il corpo di Serena Mollicone, studentessa diciottenne di Arce (Frosinone), viene ritrovato il 3 giugno 2001 nel boschetto di Anitrella, con le mani e i piedi legati e la testa infilata in un sacchetto di plastica. Secondo gli inquirenti, la giovane sarebbe stata colpita in un altro luogo e poi trasportata nel bosco ancora in vita. Probabilmente, è morta dopo una lunga agonia, per asfissia. Sul corpo non sono stati trovati segni di violenza sessuale, né di colluttazione. L'autopsia rivela che Serena è morta nella notte tra venerdì 1° e sabato 2 giugno. Quindi l'assassino avrebbe tenuto il corpo nascosto per 24 ore, per poi scaricarlo nel boschetto sabato notte. A conferma di questa ipotesi c'è il fatto che gli abiti indossati da Serena non presentano tracce del forte temporale che si era abbattuto nella zona nella notte di venerdì. Nel luogo del ritrovamento del corpo sono stati ritrovati solo i libri e un capitolo della tesina: mancano la borsa, le chiavi di casa, i documenti, l'orologio, gli orecchini e il cellulare.
Gli ultimi movimenti di Serena Il giorno della scomparsa Serena non si era recata a scuola. Doveva andare all'ospedale di Isola del Liri (10 chilometri da Arce) per una radiografia ai denti. Dopo l'esame, alle 9:30 la si reca in una panetteria, e acquista 4 porzioni di pizza e 4 cornetti. Poi (forse) prende il pullman per ritornare ad Arce. Alle 13:15 sarebbe stata vista nella piazza principale del paese. Il suo ragazzo la aspetta per le 14 nel vicino paese di Sora, ma non si presenta. Alle nove di sera il padre dà l'allarme.
Il mistero del cellulare... Il telefonino di Serena, che quasi certamente aveva con sé la mattina del 1° giugno, è stato ritrovato una settimana dopo da suo padre, in un cassetto della scrivania. O Serena era tornata a casa il pomeriggio della scomparsa oppure qualcuno è entrato nell'appartamento vuoto durante la veglia funebre per riportare il cellulare.
...e dell'hashish Dieci giorni dopo il ritrovamento del telefonino, nello stesso cassetto di casa Mollicone viene trovata una piccola quantità di hashish. Qualcuno, per la seconda volta, sarebbe entrato nell'abitazione di nascosto. Il padre di Serena ritiene possibile che sua figlia sia stata coinvolta, forse inconsapevolmente, in un giro pericoloso, legato allo spaccio di stupefacenti.
L'impronta Sullo scotch che legava Serena è stata trovata un'impronta digitale che potrebbe rivelarsi importante per individuare l'assassino. Gli inquirenti sono convinti che Serena sia stata uccisa da qualcuno che la ragazza conosceva bene.
Il mistero dell'auto rossa Gli inquirenti hanno cercato da subito un uomo che (secondo diverse testimonianze) avrebbe accompagnato Serena a scuola diverse volte con una macchina rossa. Serena è descritta da tutti come una studentessa modello, senza particolari problemi.
Lo strano incontro della troupe televisiva Il 14 giugno 2001 alle 22:30, mentre gli operatori di Chi l'ha visto? stanno girando delle riprese nel boschetto di Anitrella, arriva all'improvviso un'Alfa 75 di colore grigio metallizzato, simile a quella del padre di Serena. L'uomo a bordo dell'auto si è allontanato repentinamente, spengendo le luci per non farsi riconoscere. L'Alfa è stata poi fermata ad un posto di blocco dei carabinieri. Al volante c'è un uomo di circa trent'anni. Ma non se ne è saputo più nulla.
La villa del mistero Nel luglio 2001 viene sequestrata una grande tenuta, nei pressi della strada che collega Arce con Ceprano, vicino al casello dell'autostrada Napoli-Roma. Sembra che all'interno della tenuta, che è di proprietà di un boss dell'hinterland napoletano, sia stata organizzata una grande festa alla quale hanno partecipato molte persone. Qualcuno, in quella occasione, si sarebbe preoccupato di invitare le più belle ragazze di Arce. E' proprio nei pressi di questa villa che sarebbe stata vista da un testimone Serena Mollicone. La ragazza era assieme ad una sua amica a bordo di un'automobile nera sportiva, guidata da un uomo. Secondo alcune indiscrezioni, gli inquirenti starebbero cercando di verificare con esattezza il giorno relativo a questa importante segnalazione. Il padre di Serena è convinto che sua figlia fosse stata coinvolta da qualcuno che conosceva bene in qualche malaffare. La giovane potrebbe essere stata utilizzata a sua insaputa per trasportare o consegnare della droga. Oppure potrebbe essere stata adescata in un giro di incontri tra ragazzine del paese e clienti facoltosi, durante feste particolari. Serena potrebbe essersi ribellata, provocando la violenta discussione sfociata nel fatale colpo alla tempia.
Antonello Sacchetti
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