Reprimere senza uccidere
Esilio
La morte civile: da Dante ai Savoia, da Napoleone a Zahir


  Dante Alighieri
 

I Savoia sono vicini al rientro. Cinquantasei anni dopo il referendum che segnò la fine della monarchia e dopo che la Costituzione aveva negato ai discendenti maschi di casa reale la possibilità di entrare in Italia. Re Zahir torna in Afghanistan, dopo quasi trent'anni di esilio. Ma cos'è l'esilio e quali sono i personaggi che hanno vissuto questa esperienza? Ecco alcuni esempi storici e alcuni casi eclatanti di una pena che non conosce tempo, né confini geografici. Intanto nel 2002 ricorrono i settecento anni dall'esilio di Dante Alighieri e il recente film I vestiti nuovi dell'imperatore descrive la difficile situazione di Napoleone Bonaparte sull'isola di Sant'Elena.

  INDICE
 


La "morte civile", volontaria e forzata

Esilio: cos'è
L'esilio è l'allontanamento forzato di una persona dalla sua patria. In alcuni casi può non esserci costrizione, ma una volontaria scelta dell'individuo di abbandonare il proprio Paese. Ma, in questo caso, è sempre molto esile il confine che divide un provvedimento ufficiale imposto e la scelta volontaria.
Storicamente è nel momento di passaggio da una forma di governo ad un'altra, dall'affermazione di un partito a scapito di un altro che gli sconfitti vengono mandati in esilio o scelgono di andare via. E' uno strumento per escludere dalla vita sociale e politica gli oppositori.



Protagonisti. Da Dante a Napoleone, dai Savoia a re Zahir

Dante cacciato da Firenze (1302)
Firenze. La città è divisa da profonde e sanguinose dispute tra fazioni. Da una parte i Ghibellini vicini all'imperatore, dall'altra i Guelfi "papalini". Quindi la classe dirigente guelfa si spacca a sua volta e dà vita a due "partiti" distinti: i Bianchi e i Neri. Dante, che è in politica da qualche anno - esattamente dal 1295, quando a trent'anni si iscrive alla Corporazione dei medici e degli speziali -, compie una scelta ben precisa e aderisce alla politica dei Bianchi che sono al potere. Arriva a ricoprire il ruolo di Priore (l'assetto istituzionale cittadino ne prevedeva sei) nel bimestre giugno-agosto 1300 e svolge le sue mansioni con fermezza e rigore. Nel novembre 1301 i Neri con un colpo di Stato riprendono in mano le redini della città e danno la caccia agli avversari politici. Dante - che al momento del golpe non è a Firenze - viene accusato di concussione (all'epoca questo crimine era chiamato "baratteria") e condannato in contumacia. Quindi gli vengono inflitte sanzioni economiche di notevole peso, infine è condannato a morte. Sono i primi mesi del 1302. Il poeta non farà più ritorno a Firenze e vivrà in esilio fino alla sua morte avvenuta a Ravenna nel 1321. Due umiliazioni si aggiungono a quella: furono esiliati dal capoluogo toscano anche i suoi figli e le sue spoglie non torneranno mai nella città natale.

Le due volte di Napoleone: all'Elba (1814) e a Sant'Elena (1815)
L'imperatore che aveva portato la Francia nata dalla rivoluzione (1789) a dominare l'Europa, è costretto all'esilio per ben due volte. Dopo la disastrosa campagna di Russia (inverno 1812) - che si conclude con la ritirata dell'esercito francese - e la successiva sconfitta di Lipsia (ottobre 1813) ad opera della Sesta Coalizione costituita da Austria, Prussia, Russia e Svezia, Napoleone rimane solo. Gli voltano le spalle i suoi marescialli e il Senato francese. Sceglie allora la via dell'esilio volontario e il 6 aprile 1814 si ritira sull'isola d'Elba. In Francia viene "restaurato" il re, Luigi XVIII. Ma Napoleone non si rassegna. Approfitta della crescente opposizione al sovrano, fugge dall'esilio e marcia su Parigi. Torna al potere. E' il marzo 1815. Emana subito una nuova costituzione - primi provvedimenti, il suffragio universale e il Senato ereditario -, quindi si muove alla conquista del Belgio. Ma ben presto si scontra con la dura realtà. Viene sconfitto a Waterloo il 18 giugno 1815. E' lungo appena cento giorni il sogno dell'imperatore. Va in esilio. Destinazione sant'Elena, un'isola nell'Atlantico meridionale. Qui muore per un cancro allo stomaco sei anni più tardi, il 5 maggio 1821. Napoleone ha 52 anni.

Savoia: prima il referendum, poi la costituzione (1946)
Con la dichiarazione di fedeltà alla costituzione repubblicana da parte di Vittorio Emanuele e il voto al Senato si apre un nuovo capitolo del conflittuale rapporto post bellico tra Savoia e Italia. Ma come andarono le cose?
Finisce la Seconda guerra mondiale. In Italia, caduto il fascismo, si tratta di decidere: mantenere la monarchia o scommettere sulla repubblica. Il referendum popolare è fissato per il 2 giugno 1946. Il 9 maggio l'agenzia giornalistica Ansa pubblica un lancio secondo il quale il re è pronto a imbarcarsi a Napoli. Da giorni si sospetta l'abdicazione - cosa che avviene quella sera stessa dopo un lungo colloquio con il figlio Umberto II di Savoia. "La scelta di Vittorio Emanuele III di lasciare il Paese si basa sul desiderio di permettere una consultazione elettorale serena", dichiara Umberto, nelle vesti di nuovo sovrano d'Italia, passato alla storia con il soprannome impietoso di "re di maggio". Si avvicina il 2 giugno e Umberto invia un messaggio agli italiani in cui conferma che accetterà qualunque responso uscirà dalle urne. Il risultato alla fine dice che l'Italia è un Paese repubblicano. Passano dieci giorni e il 13 giugno anch'egli lascia l'Italia e vola verso Lisbona. "Con animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia Patria", scrive il re. "E' scappato", dicono gli italiani. La nuova costituzione dell'Italia repubblicana stabilisce che quell'esilio volontario divenga permanente. Una disposizione (la tredicesima) stabilisce infatti che "agli ex re di Casa Savoia e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale". Inoltre che "i membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive". Con la probabile cancellazione di questa norma, le cose cambiano.

Re Zahir via dall'Afghanistan (1973)
Re Zahir Shah Mohammad sale al trono dell'Afghanistan giovanissimo nel 1933. E' un sovrano illuminato che vuole aprire il suo paese al progresso. Fonda la prima Università di Kabul, dà il voto alle donne, avvia rapporti commerciali e culturali con l'Europa. Durante il secondo conflitto mondiale dichiara la neutralità dell'Afghanistan. Dopo trent'anni di regno, nel 1964, una svolta epocale. La nuova Costituzione fa di quello afghano un Paese moderno sotto ogni punto di vista. Libere elezioni, diritti civili e Parlamento eletto a suffragio universale. Ma re Zahir eredita dal passato una turbolenta storia di lotte tra clan e fazioni tribali mai risolta. Nel luglio del 1973, mentre si trova in Italia ad Ischia, per un trattamento medico agli occhi, un colpo di stato alimentato da giovani ufficiali vicini all'Unione sovietica proclama la repubblica. E' suo cugino Mohammad Daoud che abbatte la monarchia, proclama la repubblica e si insedia come presidente. Da quell'estate vive in esilio a Roma, in una villa in affitto all'Olgiata. In un Paese continuamente in crisi, si pensa a lui quando viene abbattuto dagli Usa e dall'Alleanza del Nord il regime dei talebani. Il 18 aprile 2002 torna nel suo Paese. Il re ha 87 anni e il futuro dell'Afghanistan in qualche modo gli appartiene...

Il caso Craxi. Latitante o in esilio?
Bettino Craxi è l'uomo che per quindici anni porta il partito socialista italiano ad essere decisivo nell'equilibrio politico di un Paese perennemente spaccato tra democristiani e comunisti. Si stacca dall'"abbraccio" del Pci, fuoriuscendo così dal tradizionale ruolo che vede tutta la sinistra italiana all'opposizione, e propone il Psi come forza di governo. E' Presidente del Consiglio dall'83 all'87 (uno dei governi più lunghi dell'Italia repubblicana). Si impone come l'uomo forte della politica italiana, fino a quando con Tangentopoli, ovvero con le inchieste della magistratura della Procura di Milano iniziate nel '92 (la cosiddetta operazione Mani pulite) viene indagato - assieme ad altri leader politici - sul finanziamento illecito dei partiti negli anni Ottanta. E' il 1993 quando, dopo un ultimo appassionato e polemico intervento in Parlamento, sceglie di lasciare l'Italia e di rifugiarsi ad Hammamet, in Tunisia. E' da esule - come si dichiara egli stesso - che vede lo sfaldamento del suo partito e di tutta la classe dirigente della "prima repubblica". Condannato in contumacia in diversi processi, Craxi continua - ormai isolato - a combattere contro quella che riteneva essere una congiura nei suoi confronti. "Non era solo il partito socialista ad avvalersi di finanziamenti illeciti, ma tutti i partiti e tutti i dirigenti politici. Perché la Procura si muove solo contro di me?". Questa in sintesi la linea difensiva. Quando nel '99 si fa strada la possibilità che possa rientrare in Italia, l'ex segretario del Psi, gravemente malato, non chiede alla magistratura il differimento della pena, né accetta di ritornare se non nelle vesti di "libero cittadino". E non tornerà più. Muore ad Hammamet il 19 gennaio 2000. Per la magistratura è latitante, per molti, la sua, è una fine da esiliato...



I fatti, i perché. Nessuno è profeta in patria...

Russia. Esilio "trasversale": prima gli zar poi il regime sovietico
Il regime sovietico è ricorso in diverse occasioni alla pena dell'esilio contro i dissidenti politici. I casi più clamorosi e vicini nel tempo sono quelli dello scrittore Alexandr Solgenitsin e del fisico nucleare e premio Nobel Andrej Sakharov. Al primo viene dapprima negata la pubblicazione dei suoi libri nel '68 e poi viene espulso dall'Unione Sovietica nel '74. Il secondo è internato a Gorkij, in Siberia, nel dicembre '79 in seguito alle dure critiche rivolte al governo del suo Paese per l'intervento in Afghanistan. Ma in Russia anche prima e con un altro regime - quello degli zar - si fece ricorso a questa arma per zittire i "nemici". L'esilio può essere dunque definito un'arma "politicamente trasversale". Due protagonisti della "rivoluzione di ottobre" del '17 ad esempio sono precedentemente condannati a questa pena dai Romanov: Lenin e Stalin. Il primo viene esiliato in due occasioni, nel 1895 e nel 1907. Il secondo ne colleziona ben sette sulla sua pelle. Dal 1902 al 1917, quando i bolscevichi salgono al potere. Sarà lui, drammaticamente, a usare lo stesso trattamento ai suoi avversari. Un caso su tutti: Lev Trotzskj, prima compagno di Stalin e poi - da quando questi prende il potere nel '24 - suo oppositore, viene mandato in esilio nel '29. Ma nemmeno questa contromisura tuttavia è sufficiente a spegnere la critica di Trotzskj al regime. E Stalin decide di eliminarlo. E' l'agosto del 1940. Il teorico della "rivoluzione permanente" (così è ricordato Trotzskj), dopo aver peregrinato tra Turchia e Francia, viene raggiunto in Messico da due sicari.

Germania. Il nazismo contro gli intellettuali
Quando nel 1933 in Germania si afferma il partito nazionalsocialista di Adolf Hitler diversi intellettuali sono costretti all'esilio. Un fiero oppositore del regime nascente è il drammaturgo Bertolt Brecht. Hitler è al potere da pochi mesi quando Brecht - già autore affermato e stimato - è costretto a lasciare il suo Paese e comincia il suo giro intorno al mondo. Prima in Svezia, poi in Finlandia, quindi in Unione Sovietica e in infine negli Stati Uniti. Storia simile - anche a diversi secoli di distanza - a quella di Dante. Infatti è proprio in esilio che l'autore tedesco scrive alcune delle sue opere maggiori. Vita di Galilei e Madre Coraggio e i suoi figli tra tutte. E sempre nel '33 un filosofo di origine ebrea, Walter Benjamin, abbandona la Germania e si stabilisce in Francia. Ma per uno dei più grandi teorici del Novecento non c'è pace nemmeno oltre il confine. Quando nel '40 l'avanzata delle truppe tedesche arriva fino in Francia, decide di partire per la Spagna ed imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti. Viene fermato al confine franco-spagnolo e costretto a permanere una notte in attesa della verifica dei documenti. Ma Benjamin non regge. Il terrore di essere raggiunto dai nazisti lo spinge al suicidio.

Cile. Pinochet e prima di Pinochet
Anche nel Paese sudamericano intellettuali nel mirino. E' il 1973 quando il colpo di stato del generale Augusto Pinochet rovescia il governo socialista di Salvador Allende democraticamente eletto tre anni prima. La protesta degli oppositori al nuovo regime militare viene repressa spesso nel sangue. Per molti la pena invece è quella dell'esilio. E' il caso ad esempio della nipote di Allende, Isabel. La scrittrice proprio dall'esilio scriverà il suo romanzo più famoso, La casa degli spiriti, ispirato ai drammatici avvenimenti del '73. Altri intellettuali costretti alla fuga in quegli anni furono, tra gli altri, lo scrittore Luis Sepulveda - autore della Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare - e il gruppo musicale degli Inti Illimani. E' ancora un inno alla libertà ascoltato in tutto il mondo il loro El pueblo unido. Ma ben prima di Pinochet, ed esattamente sotto il governo di Gonzalez Videla nel '48, fu costretto all'esilio forse il più alto esponente della letteratura cilena, Pablo Neruda. Riesce a tornare in patria solo nel '72, sotto Allende di cui è un convinto sostenitore. E' da esule però che nel '71 riceve il Nobel per la letteratura.

Italia. Gli anni del fascismo
All'indomani dell'avvento del fascismo in Italia diversi i gruppi, i personaggi, le iniziative di opposizione che nascono e maturano. L'azione politica dei fratelli Carlo e Nello Rosselli di Roma e del giovane torinese Piero Gobetti, ad esempio, sono considerate molto pericolose dal nuovo regime. Il loro pensiero si ispira al socialismo e alla rivoluzione liberale. Tutti e tre - Gobetti nel '25, Carlo e Nello qualche anno più tardi - sono costretti a lasciare l'Italia. Un esilio volontario a Parigi, dove Gobetti muore subito, minato dalla tisi, e i Rosselli continuano la loro lotta antifascista. Ma nel '37 viene spenta una volta per tutte la loro protesta. Vengono assassinati da alcuni appartenenenti all'estrema destra francese, sicari di Mussolini. Nel 1938, con l'inizio delle persecuzioni razziali contro gli ebrei, si assiste ad una massiciia "fuga di cervelli". Tra gli intellettuali e gli scienziati costretti a lasciare l'Italia i "ragazzi di via Panisperna", ovvero il gruppo di fisici che aveva dato prestigio al Paese con i loro studi sull'atomo. Enrico Fermi - la cui moglie è di origine ebraica - ed Emilio Segré "riparano" negli Stati Uniti, dove proseguono la loro ricerca fino alla loro morte. Fermi parte per l'America subito dopo aver ricevuto il Nobel.

Ottocento italiano. Mazzini, il perenne esiliato...
La strada per arrivare all'Italia unita è difficile e tortuosa. A farne le spese una delle figure di rilievo del Risorgimento, Giuseppe Mazzini. Fin da giovanissimo si ispira agli ideali di patria e di libertà. E partecipa attivamente alle attività cospiratorie nate in diverse regioni italiane nel corso degli anni Venti dell'800. E' membro della Carboneria. Vuole una nazione unita, con una Costituzione e libera dalla dominazione straniera. Ma viene scoperto. E' il 1830 e la scelta a cui viene chiamato non ammette repliche: o confino o esilio. Sceglie la Svizzera, poi si trasferisce a Marsiglia. Qui nel 1831 (Mazzini ha appena 26 anni) fonda la Giovine Italia, un'associazione politica che si propone come obiettivo l'educazione del popolo alla rivoluzione. Il fine ultimo, quello di sempre: costruire un Paese repubblicano e democratico. Lo strumento a disposizione è un periodico, una rivista chiamata anch'essa la Giovine Italia. Al centro i concetti di "popolo" e "nazione". Nel '33 e nel '34 due tentativi rivoluzionari organizzati dallo stesso Mazzini vengono scoperti e seguono arresti e condanne a morte. Per il suo progetto è un duro colpo. Egli stesso viene condannato a morte in contumacia. Ma il suo è un carattere indomito, non si abbatte e anzi rilancia. Allarga così la sua prospettiva a tutto il continente. Fonda la Giovine Europa a Berna nel 1834 assieme ad altri intellettuali e rivoluzionari stranieri. Dopo anni di impegno al di fuori dei confini patrii riesce a rientrare in Italia nel '48, dopo ben diciotto anni di esilio. Qui insieme a Carlo Cattaneo dà vita al movimento patriottico di Milano, quindi si muove per fare del governo fiorentino un governo democratico ed entra a far parte del triumvirato della Repubblica Romana del '49 assieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Ma il 30 giugno dello stesso anno la Repubblica si arrende all'esercito francese e Mazzini è costretto nuovamente a fuggire in Svizzera. Qui nel 1850 fonda un'associazione patriottica europea chiamata Comitato democratico europeo, insieme con l'ungherese Lajos Kossuth e il francese Ledru-Rollin. Si sposta a Londra nel 1851. Qui riprende ad organizzare, attraverso l'associazione Friends of Italy, la propaganda per l'indipendenza e l'unità italiana. Appoggia l'insurrezione antiaustriaca scoppiata nel Regno Lombardo-Veneto tra la fine del '52 e l'inizio del '53. L'azione si risolve in un disastro. Mazzini - a quest'ennesima sconfitta - reagisce fondando il Partito d'azione e sostenendo nuove iniziative tra le quali quella di Carlo Pisacane in Campania.
E' il 1857 quando a Genova con un colpo di mano cerca di impadronirsi di un deposito di armi. L'azione anche in questo caso viene scoperta. Per la seconda volta nella sua vita viene condannato a morte in contumacia. Ancora una volta Mazzini è costretto all'esilio. Torna in Italia solo nel 1860, quando raggiunge Giuseppe Garibaldi a Napoli. L'intento è quello di convincere l'"eroe dei due mondi" a proseguire l'impresa con i suoi Mille e a liberare Venezia e Roma. Non ci riesce. Nel 1861 l'Italia compie il primo passo verso l'unità, ma Mazzini è in esilio, ancora una volta. A Londra partecipa alla fondazione della Prima internazionale nel 1864. In contrasto con le tesi di Karl Marx si allontana da questa iniziativa. E' un modello invece per i giovani rivoluzionari nei primi anni Settanta. Egli stesso organizza e conduce una spedizione militare per liberare Roma nel '70. L'azione, secondo le sue intenzioni doveva partire dalla Sicilia. Viene subito fermato a Palermo e quindi incarcerato a Gaeta. Roma viene liberata dai piemontesi nel corso dello stesso anno. Mazzini esce dal carcere per un'amnistia, ma venne nuovamente esiliato. Prima a Londra e poi a Lugano. Torna in Italia nel '72 sotto falso nome (per tutti è il dottor Brown). Muore pochi mesi dopo a Pisa.

  Grandinotizie.it/ 18/aprile/2002