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L'Egitto dopo l'11 settembre Dopo gli attentati negli Usa il presidente egiziano Hosni Mubarak ha invocato subito "un'azione molto dura contro il terrorismo", ma ha precisato di essere contrario alla creazione di una coalizione antiterrorismo al di fuori dell'Onu: "Non bisogna formare una coalizione che metta insieme solo un certo numero di Paesi, perché non consentirebbe un'azione collettiva e decisa".
Le paure di Mubarak Come gli altri leader dei Paesi arabi moderati, Mubarak è nel mirino di Osama Bin Laden. Insieme all'Arabia Saudita e alla Giordania l'Egitto rischia di essere travolto dai gruppi fondamentalisti legati ad Al Qaeda. Se il conflitto in Afghanistan dovesse durare a lungo sarebbe facile per gli integralisti egiziani appellarsi a tutti i musulmani per la jihad contro gli Usa.
Mubarak e la guerra all'Afghanistan Col passare dei giorni la posizione di Mubarak sulla guerra è cambiata: "Spero che gli Stati Uniti non useranno le loro forze per uccidere civili innocenti, ma mireranno solo a basi militari ed altri obiettivi analoghi". Il presidente egiziano ha poi aggiunto: "Bush crede nella creazione di uno stato palestinese. Gli ho chiesto più volte di realizzarlo, deve esserci uno stato palestinese e la questione palestinese deve essere risolta, perché questa è una delle cause che stanno dietro la violenza del terrorismo nel mondo". La difficoltà dell'Egitto in una guerra senza confine al terrorismo islamico è stata espressa chiaramente dal settimanale Al-Moussawar, considerato vicino alla presidenza egiziana: "Prima di qualsiasi coalizione bisogna avere una definizione chiara del terrorismo che non confonda gruppi terroristici e movimenti di resistenza contro l'occupazione israeliana come Jihad islamica, Hamas, o Hezbollah".
La mediazione di Mubarak Subito dopo gli attentati dell'11 settembre Mubarak ha incontrato a Sharm El Sheikh l'emiro dell'Oman il sultano Qabus, re Abdallah di Giordania e il presidente siriano Bashar El Assad. Ha avuto contatti telefonici anche con il leader libico Muammar Gheddafi e ha ricevuto in visita ufficiale il premier britannico Tony Blair. Mubarak vuole a tutti i costi una conferenza internazionale sul terrorismo. Obiettivo difficile. Gli Usa non lo sostengono e preferiscono agire per conto proprio.
Il fondamentalismo in Egitto Il fondamentalismo nasce proprio in Egitto. Il movimento dei Fratelli Musulmani è fondato nel 1928 da Hassan El Banna e si è poi diffuso in altri Paesi arabi. In Egitto è fuorilegge ma tollerato. Ben 17 suoi rappresentanti sono stati eletti a livello individuale (non come formazione politica) deputati nell'Assemblea del Popolo. I Fratelli Musulmani lottano per la proclamazione dello Stato islamico, ma rifiutano l'uso della violenza. Hanno condannato senza riserve gli attentati dell'11 settembre. I gruppi più violenti sono la Jihad e la Jamaa Islamiyà. Non va dimenticato che il braccio destro di Osama Bin Laden è l'egiziano Ayman al Zawahiri, leader della Jihad islamica. (Vedi anche I leader del terrore e Le organizzazioni del terrorismo islamico).
Il contesto religioso Il 90 per cento degli egiziani sono islamici sunniti, il 7 per cento cristiani copti e il 3 per cento cristiani.
Chi sono i copti La Copta è la più importante Chiesa cristiana d'Egitto. Il nome deriva dalla parola araba qubt, adattamento del termine greco che indica, appunto, l'Egitto. Diffusasi in Egitto fin dal I secolo d.C., la fede cristiana espresse alla fine del II secolo la scuola di Alessandria, che annoverò tra i suoi esponenti figure di spicco come Clemente e Origene. I copti sono una minoranza importante dell'Egitto di oggi. Il Capo della Chiesa è il patriarca di Alessandria, eletto da un collegio di rappresentanti del clero e dei laici. Nel 1981 i Copti subiscono la repressione delle autorità egiziane che confinarono il patriarca in un monastero. Nel 1985 il conflitto è stato risolto e il Patriarca è tornato nella sua sede.
Mubarak e i fondamentalisti Il presidente egiziano ha sempre cercato di reprimere il fondamentalismo. La diffusione dell'islamismo è stata favorita dal malcontento popolare per la grave crisi economica e sociale. Mubarak è ricorso a leggi di emergenza e all'uso sistematico dei tribunali militari e della pena di morte. Le persone arrestate anche in base a semplici sospetti sono migliaia e spesso la polizia ricorre alla tortura. Ma le maniere forti si sono rivelati inutili per sconfiggere le formazioni integraliste.
La strage di Luxor Il 17 novembre 1997, in un attacco armato rivendicato da Al-Jama al-Islamiya, nell'importante sito archeologico di Luxor vengono uccise oltre settanta persone, tra cui 58 turisti stranieri. I fondamentalisti decidono di colpire l'industria turistica, una delle risorse economiche più importanti dell'Egitto. In un altro attentato al Cairo, vengono uccisi nove turisti tedeschi. Il settore subisce danni enormi. Ancora oggi le agenzie turistiche di tutto il mondo promuovono soggiorni a Sharm El Sheikh, definita "località del Mar Rosso", evitando di dire che si trova in Egitto.
La reazione del governo Barak risponde con arresti di massa e limitazioni alla libertà di stampa. Diverse agenzie internazionali hanno riscontrato gravi violazioni dei diritti umani.
Chi è Mubarak Al potere dal 1981 (e rieletto per la quarta volta nel 1999) ha sempre attuato una politica estera molto prudente. Prima ha cercato di riavvicinare l'Egitto ai Paesi arabi. Rieletto nel 1987, Mubarak riporta Il Cairo nella Lega araba, senza trascurare i rapporti con Israele. E' sicuramente uno dei personaggi più autorevoli nel difficile contesto mediorientale. Nei confronti dell'Olp di Yasser Arafat Mubarak attua una politica "da fratello maggiore". Si propone come mediatore con gli israeliani e con gli Usa. Qualcuno lo accusa di sfruttare la questione palestinese per valorizzarsi come "amico fidato" degli americani. Di certo nell'estate 2000 ha soffiato sul fuoco, spingendo Arafat a rifiutare qualsiasi accordo di pace che non prevedesse Gerusalemme nel futuro Stato di Palestina.
Egitto e Iraq Nel 1991 l'Egitto partecipa alla coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l'Iraq di Saddam Hussein con un contingente di circa 30.000 uomini. La decisione suscita tensione nel Paese. Nel dicembre 1998 Mubarak si è però schierato contro il nuovo intervento militare statunitense in Iraq.
La vita in Egitto La repressione dei fondamentalisti ha finito per limitare fortemente la libertà di opinione. Difficile pubblicare giornali di opposizione senza incappare nella censura. Dal punto di vista economico, Mubarak ha promosso una politica di liberalizzazione e di privatizzazione. E' stato però solo sfiorato il gigantesco settore della pubblica amministrazione (più di cinque milioni di dipendenti su 66 milioni di abitanti), serbatoio di consenso del governo. Quasi metà della popolazione vive nella povertà. Ha invece causato un’estensione della fascia più povera, che comprende ormai quasi metà della popolazione.
Repubblica presidenziale o regime? Il presidente viene eletto per suffragio diretto ogni sei anni. Nomina il Primo Ministro e detiene i poteri più importanti. Il governo controlla partiti politici, sindacati associazioni religiose, mezzi di comunicazione e ordini professionali. L'Egitto non è un Paese pienamente democratico. Si ripete un contesto comune a tutti i Paesi arabi moderati: il governo, se non dispotico, è perlomeno autoritario. E l'opposizione si identifica spesso con il fondamentalismo.
1922: indipendenza dell'Egitto Nel 1922 la Gran Bretagna concede l'indipendenza del paese e proclama re Fuad I. La Gran Bretagna si riserva però il diritto di intervenire negli affari esteri e nelle questioni relative alla difesa, e di mantenere truppe sul territorio egiziano. Per trent'anni la scena politica fu dominata dal difficile equilibrio tra sovrano e le autorità britanniche.
1948: guerra ad Israele L'Egitto partecipa alla Seconda Guerra Mondiale come alleato della Gran Bretagna. Nel 1948 dichiara insieme agli altri Paesi Arabi la guerra contro l'appena costituito Stato d'Israele. La sconfitta peggiora la situazione politica e nel 1952 si arriva al colpo di stato del generale Muhammad Nagib. Il re Faruq I viene destituito e l'anno seguente Nagib si autoproclama presidente della neocostituita Repubblica egiziana. (Consulta anche Dossier Palestina: cinquant'anni di conflitti).
L'ascesa di Nasser Nagib si rivela uno statista incapace e viene progressivamente esautorato da Gamal Abdel Nasser, membro del Consiglio del comando della rivoluzione. Nell'aprile 1954 Nasser è il leader effettivo dell'Egitto. Nel luglio 1956 assume la carica di presidente.
Il panarabismo di Nasser Nasser opta per un'unione degli Stati arabi in chiave antioccidentale. L'Egitto diventa uno dei Paesi trainanti del movimento dei non allineati.
La crisi di Suez Nel 1956 la Banca internazionale rifiuta all'Egitto un finanziamento per la costruzione della diga di Assuan. Nasser decide allora di nazionalizzare la Compagnia del canale di Suez, provocando l'intervento di Gran Bretagna e Francia. Israele, d'accordo con le due nazioni europee, invade l'Egitto, spingendosi sino alla regione del canale. La crisi è risolta dalle pressioni di Stati Uniti e Unione Sovietica. L'Onu ordina il cessate il fuoco e interpone forze di pace tra Egitto e Israele.
L'esperimento della Repubblica Araba Unita (vedi anche il Fatto Siria). Nel febbraio 1958 Nasser propone e realizza l'unione politica degli Stati di Siria ed Egitto, dando vita alla Repubblica araba unita (Rau). L'esperimento dura appena tre anni, perché la Siria non condivide la politica di impronta socialista di Nasser. L'Egitto continuerà a chiamarsi Repubblica Araba Unita fino al 1971.
La politica interna di Nasser Nasser schiaccia l'opposizione politica e introduce un sistema a partito unico, l'Unione araba socialista.
Egitto e guerra civile nello Yemen Nel 1962 l'Egitto interviene nella guerra civile nello Yemen, a sostegno del movimento repubblicano contro le forze monarchiche.
Guerra dei Sei Giorni: la sconfitta di Nasser Nel 1967 Nasser ottiene il ritiro delle forze Onu dall'Egitto. Subito dopo chiude lo stretto di Tiran, unico punto di accesso di Israele al Mar Rosso. Israele attacca l'Egitto e in sei giorni occupa la penisola del Sinai e la striscia di Gaza. La sconfitta ridimensiona il prestigio di Nasser. Nel 1970 muore improvvisamente. Gli succede Anwar al-Sadat.
La svolta di Sadat In politica interna Sadat inaugura un corso completamente nuovo: nel settembre 1971 promulga una nuova Costituzione e riforma in senso liberale l'economia. In politica estera si avvicina all'Urss, nel tentativo di rafforzare militarmente l'Egitto.
Guerra del Kippur Sadat punta alla riconquista del Sinai. Grazie al finanziamento dell'Arabia Saudita, acquista armi dall'Urss e il 6 ottobre 1973, durante la festa ebraica dello Yom Kippur, attacca a sorpresa Israele attraverso il canale di Suez. Ma le forze israeliane reagiscono e ricacciano gli egiziani oltre Suez. Le Nazioni Unite impongono il cessate il fuoco e decidono una linea di armistizio tra gli eserciti egiziano e israeliano.
Conseguenze della Guerra del Kippur L'Egitto perde la guerra ma solleva a livello internazionale la questione delle frontiere decise dal conflitto del 1967. Il segretario di Stato americano Henry Kissinger promuove i negoziati di pace tra Egitto e Israele. Nel 1974 e 1975 Israele restituisce una parte del Sinai (compresi alcuni pozzi petroliferi) all'Egitto. Nel 1975 viene riaperto il canale di Suez.
Pace di Camp David Nel novembre 1977 Sadat compie una storica visita in Israele. Il 17 settembre 1978 si arriva gli accordi di Camp David, seguiti dalla firma di un vero e proprio trattato di pace a Washington (26 marzo 1979). L'Egitto viene espulso dalla Lega araba, la cui sede è trasferita dal Cairo a Tunisi.
L'assassinio di Sadat Il 6 ottobre 1981 Sadat viene ucciso da alcuni membri di un gruppo fondamentalista islamico, durante una parata militare per celebrare l'anniversario della guerra del Kippur. Si sospetta che dietro l'omicidio ci sia la Libia di Gheddafi. Il Parlamento nomina come successore il vicepresidente Hosni Mubarak.
Antonello Sacchetti
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