Guida ad un Paese difficile
Complotto in Arabia?
Fallito attentato kamikaze a re Fahd?


  Arabia Saudita, il fatto
 

Secondo il quotidiano Washington Times, Re Fahd sarebbe scampato il 10 novembre ad un tentativo di assassinio. Un terrorista si sarebbe lanciato, in auto, contro il corteo reale nel quale si trovava la vettura del re. Ma l’attentatore ha centrato l'auto sbagliata ed è stato catturato. Due giorni dopo la polizia ha arrestato e poi rilasciato tre kuwaitiani perché sospettati di attività illegali. Nessuno di loro sembra avere legami con Osama Bin Laden.

L'atmosfera a Riyadh è tesissima. Il principe ereditario Abdallah ibn Abdul Aziz è un nemico dichiarato degli Usa fin dalla Guerra del Golfo del 1991. Con lui l'ex responsabile dei servizi segreti il principe Turki al Feisal. Osama Bin Laden li elogia apertamente come "difensori dell'Islam" e conta su di loro per un cambio ai vertici della monarchia saudita.
Guida alle contraddizioni e alle prospettive politiche dell'Arabia.

  INDICE
 

Bin Laden loda il principe Abdallah
Così Osama Bin Laden descriveva la lotta all'interno della corte saudita il 23 agosto 1996: "Molti principi condividono le preoccupazioni del popolo e negli incontri privati esprimono le loro obiezioni all'oppressione e alla corruzione diffuse nel paese, alla rivalità tra influenti principi relativamente solo ai loro interessi privati che hanno rovinato il paese".

Sospetti e certezze su Abdallah
Nell'agosto del 1990 quando il principe ereditario critica re Fahd e sostiene la trattativa con Saddam Hussein piuttosto che l'attacco militare. Abdallah è chiamato il "Principe rosso" perché legato alla Siria da vincoli familiari (una delle sue mogli è sorella della moglie dell'ex vicepresidente siriano Refaat al Assad) e affinità politiche. Secondo alcuni esponenti del Dipartimento di Stato Usa, Abdallah sarebbe addirittura coinvolto nell'attentato contro la caserma Usa di Khobar (25 giugno 1996), che provocò la morte di 19 marines. L'operazione sarebbe stata realizzata insieme ai servizi segreti siriani e iraniani. Scopo di Abdallah era mettere in crisi re Fahd.

I fedeli al re
E' il cosiddetto "clan dei Sudairi". Ne fanno parte (oltre a re Fahd) il principe Sultan (il ministro della Difesa e dell'Aeronautica) e il principe Nayef (il ministro dell'Interno).

Paese chiave della crisi
Dall'11 settembre 2001 l'Arabia Saudita è uno degli osservati speciali del Dipartimento di Stato Usa. Washington conta molto sull'appoggio di Riyadh nella new war contro il terrorismo.

Importanza dell'Arabia
L'Arabia Saudita è il Paese che custodisce i luoghi sacri dell'Islam: la Mecca e Medina. Ed è un Paese economicamente ricchissimo. Da solo copre il 12 per cento del fabbisogno mondiale di petrolio. Dai suoi pozzi dipende una parte rilevante dell'economia occidentale. Nel 1991 l'appoggio agli Usa nella guerra contro l'Iraq fu totale. Allora Riyad aveva motivo di temere un'invasione da parte di Saddam Hussein che dopo aver invaso il Kuwait aveva schierato il proprio esercito lungo il confine con l'Arabia. Oggi le cose sono cambiate. L'Arabia Saudita è molto tiepida nei confronti degli Usa. Vediamo perché.

Dal 1991 ad oggi
L'Arabia Saudita fece parte della coalizione anti Saddam e da allora truppe americane sono stanziate in tutto il Paese. Una presenza scomoda, fastidiosa. Per molti credenti si tratta di un affronto pesante: infedeli (cioè non musulmani) armati che presidiano il luoghi sacri dell'Islam.

Osama il saudita
Bin Laden è stato cittadino saudita fino al 1996. Poi, Riyadh, su pressione Usa, ha messo al bando lo sceicco guerriero. Ma ha qui buona parte della sua enorme famiglia. Oltre ad interessi economici e contatti importanti. Non va dimenticato che in Al Qaeda ci sono molti cittadini dell'Arabia Saudita.

Chi comanda
Nel 1995 re Fahd (al potere dal 1982), amico storico degli americani, è stato colpito da un ictus. In molte funzioni è stato sostituito dal fratello, il principe ereditario 78enne Abadallah ibn Abd al Aziz, che non ha mai nascosto le sue simpatie per Bin Laden e il fondamentalismo. Oggi i vertici della monarchia sono antiamericani e antiisraeliani. Su di loro Osama cerca di far leva per rovesciare il vecchio re malato. Se ci riuscisse tutto lo scenario mediorientale ne sarebbe sconvolto.

Politica estera degli anni Novanta
Fino al 25 settembre era uno dei tre Paesi riconoscere il governo afghano dei Talebani. Negli anni Novanta l’Arabia ha avviato una ripresa delle relazioni con l’Iran e ha consentito a un aereo delle linee libiche di atterrare alla Mecca quando la Libia era ancora sotto embargo. Il tentativo è quello di assumere la guida politica di tutti gli altri Stati della penisola arabica.

Una dittatura tollerata e foraggiata
L'Arabia Saudita è a tutti gli effetti una dittatura. Non esiste un parlamento, non esistono partiti. E' l'unico Paese al mondo il cui nome è legato a quello della casa regnante. Fu infatti l'emiro Ibn Saud ad autoproclamarsi "re dell'Arabia Saudita" dopo aver conquistato, a partire dal 1906, vari territori della penisola. Ma non esistono risoluzioni Onu che condannino la situazione di questo Paese. E nessun Paese occidentale ha mai pensato di esercitare pressioni di carattere politico.

Un Paese di petrolio
Grande sette volte l'Italia, con venti milioni di abitanti e un prodotto interno lordo di 10mila dollari, l'Arabia ha un'economia basata sull'estrazione e la raffinazione del petrolio. E' lo stesso re Ibn Saud, visti i profitti crescenti derivanti dall'esportazione del petrolio, a legare il Paese all'Occidente. L'industria petrolifera saudita è fondata nel 1938 dall'Arabian-American Oil Company (Aramco), società controllata da quattro compagnie americane, in seguito alla scoperta di un giacimento a Ad-Dammam. Nel 1974 l'Aramco passa sotto il controllo del governo saudita. Le enormi riserve (oltre 250 miliardi di barili) e l'elevata qualità del prodotto hanno fatto del paese il maggior esportatore di petrolio del mondo e uno degli esponenti di maggior rilievo dell'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). La produzione annua di greggio nei primi anni Novanta era di 3 miliardi di barili, con un ulteriore incremento nel 1990 in seguito all'invasione irachena del Kuwait. Una parte del petrolio viene trasportata attraverso la Tapline (Trans-Arabian Pipeline), un oleodotto ultimato nel 1950 che porta il greggio fino a Sidone, in Libano. I principali partner commerciali sono Stati Uniti, Giappone, Francia, Italia, Germania, Corea del Sud e Paesi Bassi. Un'importante fonte di reddito è costituita dal "turismo religioso". Sono milioni i pellegrini che ogni anno si recano nella città sacre della Mecca e di Medina.

Una monarchia assoluta
L'Arabia Saudita è una monarchia assoluta; il sovrano esercita il potere legislativo ed esecutivo, coadiuvato dal Consiglio consultivo composto da 60 membri di nomina regia. Fino al marzo del 1992, anno in cui fu promulgata una Carta dei diritti, non esisteva una Costituzione scritta. Ancora oggi non sono ammessi partiti politici. Il re, è capo del governo e suprema autorità religiosa. La carica regia non è ereditaria, poiché il successore del sovrano viene scelto tra le famiglie reali saudite, previe consultazioni con leader politici e religiosi. Il potere giudiziario si basa sulla sharia, un codice ispirato al Corano e all'hadith ("racconto") di Maometto. Il principale organo giudiziario del paese è costituito dal Consiglio supremo. La riforma del 1993 ha stabilito la suddivisione del paese in 13 distretti amministrati da governatori e assemblee di notabili locali. Le principali città eleggono il proprio governo municipale, mentre l'amministrazione dei piccoli centri e villaggi è affidata ai Consigli degli anziani.

L'influenza wahabita
L'emiro Ibn Saud, fondatore dello stato dell'Arabia Saudita, apparteneva alla setta dei wahabiti, sostenitori di una visione fondamentalista dell'Islam. I wahabiti considerano i costumi occidentali un pericolo per l'Islam e predicano un modello di vita rigidamente basato sugli insegnamenti del Corano. La cultura religiosa dell'Arabia di oggi è profondamente legata alla tradizione wahabita.

L'humus della Jihad
La situazione politica saudita è terreno fertile per chi predica la guerra santa o anche, più semplicemente, il panarabismo. C'è un nemico visibile: l'esercito Usa schierato in funziona anti Saddam, cioè contro un Paese arabo. Ci sono tanti soldi per finanziare movimenti politici e azioni armate. E c'è un'instabilità politica preoccupante.

Paura del fondamentalismo
Nel 1979 (anno della rivoluzione di Khomeini in Iran e di gravi disordini alla Mecca) la monarchia saudita ha sempre temuto il fondamentalismo. Negli anni Novanta si sono registrati gravi attentati contro obiettivi americani (nel 1995 a Riyadh, nel 1996 a Dhahran) attribuiti all'organizzazione di Bin Laden.

Arabia Saudita e Israele
Nel 1945 l'Arabia Saudita aderisce alle Nazioni Unite alla Lega Araba. E' contraria alla creazione dello Stato ebraico, ma non partecipa alla prima guerra contro Israele (1948-49). Nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, l'Arabia Saudita appoggia l'Egitto e invia 20.000 uomini in Giordania. Stesso atteggiamento nel 1973 in occasione della Guerra del Kippur. L'Arabia Saudita ha sempre sostenuto la necessità di un'azione panaraba contro Israele. Riyad non approva la politica di conciliazione nei confronti di Israele inaugurata dal presidente egiziano Anwar al-Sadat nel 1977 e, dopo la firma degli accordi di pace di Camp David (1979) rompe i rapporti diplomatici con l'Egitto.

Situazione catastrofica dei diritti umani
Non esiste libertà d'opinione. Chiunque sia sospettato di propagandare idee politiche o religiose in contrasto con la monarchia rischia arresti arbitrari o punizioni secondo procedure penali segrete che negano i diritti fondamentali, come il diritto a essere difesi da un avvocato. La pena di morte è applicata massicciamente: solo nel 2000 sono state "giustiziate" 123 persone. Molto diffuse le amputazioni legali. Ai ladri sono mozzate le mani. Si sa per certo che ad un uomo, nel 2000, è stato cavato un occhio come pena giudiziaria. Tutti gli immigrati subiscono pesanti discriminazioni. Tra loro si registra un numero molto elevato di condannati a morte.

L'apartheid delle donne
Sono di fatto prigioniere all'interno delle mura domestiche. Sono costrette ad indossare l'abayaa, una pesante tunica nera. Non possono guidare automobili, non possono fare acquisti da sole. Nei locali e nei mezzi pubblici sono relegate in settori speciali.

La denuncia di Amnesty International
Nel 2000 Amnesty ha lanciato una campagna mondiale per denunciare le violazioni dei diritti umani perpetrate in Arabia Saudita. Ma l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale è stata decisamente scarsa. Impossibile trovare sponsor per la campagna. Troppo forti gli interessi economici in ballo.

  Grandinotizie.it/ 21/novembre/2001