Quel 21 febbraio 2001...
Delitto di Novi Ligure
I legali di Erika e Omar ricorrono in appello


  Delitto Novi Ligure
 

Sono stati dunque condannati Erika ed Omar per il duplice omicidio di Novi Ligure. La ragazza a 16 anni. Omar a 14. Il tribunale dei minori di Torino ha così parzialmente accolto le richieste del pm Livia Locci che aveva chiesto venti anni per la ragazza e 16 per l'ex fidanzato. Respinte le tesi degli avvocati difensori che avevano invece invocato la seminfermità mentale per i due imputati. Il 27 marzo 2002 gli avvocati di Omar si appellano contro la sentanza di condanna. Due giorni dopo anche i legali della ragazza ricorrono in appello. Per lei vogliono il riconoscimento dell'infermità mentale. E il 30 marzo con una lettera aperta al Capo dello Stato l'Osservatorio sui Diritti dei Minori ne chiede la scarcerazione e il ricovero in un istituo per malattie psichiatriche. Intanto il 9 aprile la Cassazione rende note le motivazioni che non portarono alla scarcerazione dei due giovani nell'autunno scorso, prima del dibattimento. "Erika e Omar sono pericolosi. C'è l'assoluta mancanza di controllo dell'impulso ad uccidere e il rischio di inquinamento delle prove" si legge nel documento.

Vedi anche:
Reazioni alla condanna
Chi sono Omar ed Erika
Cronologia dell'iter giudiziario

  INDICE
 


La sentenza

Un calcolo aritmetico fondato su diminuenti, attenuanti ed aggravanti: così il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale per i minorenni di Torino (con il conforto di due "aggiunti", previsti dalla legge in caso di imputati minorenni) sono arrivati a definire la pena per Erika e Omar.
Ecco, punto per punto, quel che emerge dal dispositivo di sentenza:

--No alla "messa alla prova" per Omar: Non è stata accolta la richiesta fatta dai difensori di Omar di sospendere il processo nei riguardi del ragazzo e di "metterlo alla prova" dei servizi minorile dell' amministrazione della giustizia per valutarne la personalità.

--Colpevolii dei reati contestati: Erika e Omar sono stati dichiarati colpevoli dei due reati loro contestati. Il primo è concorso in duplice omicidio volontario, con due aggravanti: la premeditazione e l'aver commesso il fatto contro un ascendente e contro un fratello; il secondo è simulazione di reato, conseguenza dell'invenzione da parte di Erika del duplice omicidio a scopo di rapina compiuto da due sconosciuti nella sua casa.

--Sì alla diminuente della minore età: è prevista dall'art. 98 del codice penale ed è stata concessa ai due ragazzi, come era scontato. La norma prevede l'imputabilità dei minori di età compresa tra 14 a 18 anni, ma con una riduzione di pena. Nel caso dell' omicidio volontario pluriaggravato (reato contestato a Erika e Omar), la pena-base, che è quella dell'ergastolo, è sostituita, per i minorenni, con quella della reclusione da 20 a 24 anni.

--Sì alle attenuanti generiche: Erika ed Omar le hanno ottenute. Le "generiche" si chiamano così perché non sono espressamente precisate: cioè non sono specificate condizioni soggettive o oggettive che, realizzandosi, ne rendono possibile l'applicabilità. Sono, dunque, circostanze "facoltative": la loro concessione a favore dell'imputato costituisce una facoltà, non un dovere, del giudice. Sono disciplinate dall'art. 62 del codice penale e prevedono una riduzione di pena di un terzo. Costituiscono, nell'equilibrio generale del sistema penale, il contrappeso delle aggravanti. Nel caso dei due ragazzi di Novi Ligure, sono state ritenute, insieme alla diminuente della minore età, prevalenti sulle aggravanti dell'omicidio (premeditazione e delitto compiuto su congiunti).

--Il reato continuato: l' art. 81 del codice penale dice: "E' punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave aumentata sino al triplo chi con una sola azione o omissione viola diverse disposizioni di legge...". Nel caso di Erika e Omar, è stata riconosciuta la continuazione tra il reato di omicidio e quello di simulazione di reato, con un aumento della pena inflitta per il duplice delitto.

--La riduzione di pena per il giudizio abbreviato: Erika e Omar hanno beneficiato - come era scontato - della riduzione, nella misura di un terzo, della pena che il giudice ha determinato tenendo conto di aggravanti ed attenuanti. L'articolo 442 del codice penale, infatti, stabilisce che, quando l' imputato è sottosposto a giudizio abbreviato, "in caso di condanna, la pena che il giudice determina tenendo conto di tutte le circostanze, è diminuita di un terzo".

--Il calcolo della pena: Valutate prevelenti le diminuenti e le attenuanti sulle aggravanti, e tenuto conto dell'aumento per la continuazione, il gup ha stabilito la pena per Erika in 24 anni di reclusione e per Omar in 21. Ha poi fatto lo "sconto" di un terzo, conseguenza del rito abbreviato, per cui ha condannato Erika a 16 anni e Omar a 14 anni.

--Le pene accessorie: Oltre alla pena principale, Erika ed Omar sono stati condannati alla pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

--No ai domiciliari per Erika: Il gup ha respinto la richiesta fatta dai difensori di Erika di sostituire la custodia cautelare in carcere della ragazza con il ricovero in un luogo di cura.

--Intervento terapeutico sulla ragazza: Il giudice ha disposto che Erika, sia aiutata, oltre che con stimoli educativi ed impegni lavorativi, anche con un intervento terapeutico adeguato per curare un disturbo di personalità. Dovrà, inoltre, essere aiutata "ad elaborare i vissuti legati ai delitti commessi ed alla conseguente vicenda giudiziaria". Gli operatori dovranno informare ogni due mesi sui risultati degli interventi e sull'evoluzione della situazione di Erika.

--La corrispondenza di Erika: Il Magistrato di Sorveglianza del Tribunale dei Minorenni di Torino dovrà pronunciarsi sul visto di controllo sulla corrispondenza della ragazza e sulle limitazioni che sono state finora disposte nella ricezione da parte di Erika di corrispondenza proveniente da persone diverse dal tutore e dai congiunti.

--Proseguire lavoro di sostegno su Omar: I Servizi minorili dell'Amministrazione della Giustizia - ha disposto il gip - dovranno continuare il lavoro di sostegno ed orientamento nei confronti di Omar, che, così come Erika, dovrà, inoltre, essere aiutato "ad elaborare i vissuti legati ai delitti commessi ed alla conseguente vicenda giudiziaria". Anche in questo caso, sono state richieste relazioni bimestrali di aggiornamento sugli esiti degli interventi svolti e sull'evoluzione della situazione di Omar. L'equipe che segue il giovane, potrà, "se e quando riterrà che ne sussistano le condizioni", fare valutazioni ed eventuali proposte, anche per quanto riguarda le misure cautelari. Questo specifico passaggio del dispositivo di sentenza è stato giudicato positivamente dai legali di Omar, lasciando intravedere la possibilità che il giovane possa, in un tempo ragionevole, lasciarsi il carcere alle spalle.
Enzo Quarantino/Ansa

Appello
Omar era incapace di intendere e di volere a causa della forte dipendenza dalla ex "fidanzata" Erika. Per questo motivo, secondo gli avvocati del giovane condannato a 14 anni di carcere, non è punibile. E' questa la sotanza del ricorso presentato il 27 marzo 2002 dai difensori di Omar presso la cancelleria del Gup del Tribunale dei minori di Torino. Il ricorso si incentra sulla ricostruzione della personalità del ragazzo e su come si è sviluppato il gravissimo fatto di sangue nella sua psiche.
L'appello si svolgerà secondo le forme tradizionali, previste dall' articolo 599 del codice di procedura penale.
Poiché il procedimento di primo grado è stato definito con rito abbreviato, cioè allo stato degli atti, anche in appello - come ha precisato la Corte Costituzionale - "non si da' luogo ... all' istruttoria dibattimentale propria del rito ordinario". Peraltro - ha precisato la Corte Costituzionale - in via eccezionale potrebbe operare anche in caso di rito abbreviato, "almeno in parte", la norma generale di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, "ove il giudice dell'appello ritenga assolutamente necessario, ai fini della decisione, assumere di ufficio nuove prove o riassumere prove già acquisite agli atti del giudizio di primo grado".

Il dispositivo integrale
Il gup, "visti gli art. 442 e 533 c.p.p. e respinta, quanto al Favaro, la richiesta di sospensione del processo con messa alla prova dell'imputato, dichiara De Nardo Erika e Favaro Omar colpevoli dei reati loro ascritti, ritenuti uniti dal vincolo della continuazione, e, applicata ad entrambi la diminuente della minore età, concesse agli stessi le attenuanti generiche, valutate diminuente ed attenuanti prevalenti sulle aggravanti, valutato reato- base ai fini della continuazione l'omicidio di Cassini Susi ed applicata la diminuente per il giudizio abbreviato, condanna De Nardo Erika alla pena di anni 16 di reclusione e Favaro Omar alla pena di anni 14 di reclusione.
Visto l'art. 98 comma 2 c.p., dichiara entrambi gli imputati interdetti per anni cinque dai pubblici uffici.
Respinge la richiesta della difesa della De Nardo volta alla sostituzione della custodia cautelare in carcere con l'esecuzione della medesima misura in un luogo di cura. Dispone, peraltro, che i Servizi minorili dell' amministrazione della Giustizia e gli operatori che seguono Erika nell' ambito dell'I.p.m. Cesare Beccaria di Milano si attivino, d' intesa con il tutore, affinché la ragazza venga supportata, oltre che con stimoli educativi ed impegni lavorativi, con un intervento terapeutico adeguato a fronte del disturbo di personalità della minore, che dovrà, inoltre, essere aiutata ad elaborare i vissuti legati ai delitti commessi ed alla conseguente vicenda giudiziaria. Dispone che i Servizi e gli operatori di cui sopra trasmettano all' A.g. procedente relazioni bimestrali di aggiornamento sugli esiti degli interventi svolti ed, in genere, sull'evoluzione della situazione di Erika.
Visto l'art. 18 comma 8 (in relazione all' art. 11 comma 2) dell'ordinamento penitenziario, dispone la trasmissione al Magistrato di sorveglianza presso il Tribunale per i Minorenni di Milano di copia del presente dispositivo nonché della missiva indirizzata il 5.12.2001, a questo Giudice, dal Direttore dell'I.P.M. Cesare Beccaria di Milano e dei provvedimenti in tema di corrispondenza emessi in questo procedimento dal Gip dott. Castellani e da questo Giudice, per le determinazioni di competenza circa il visto di controllo sulla corrispondenza dell'imputata e circa le limitazioni nella ricezione da parte della Di Nardo di corrispondenza proveniente da persone diverse dal tutore e dai congiunti.
Dispone, quanto al Favaro, che i Servizi minorili dell'Amm.ne della Giustizia e gli operatori che seguono il giovane nell' ambito dell'Ipm Ferrante Aporti di Torino proseguano nel lavoro di sostegno ed orientamento nei confronti di Omar, che dovrà, inoltre, essere aiutato ad elaborare i vissuti legati ai delitti commessi ed alla conseguente vicenda giudiziaria.
Dispone che i Servizi e gli operatori medesimi trasmettano all'A.G. procedente relazioni bimestrali di aggiornamento sugli esiti degli interventi svolti ed, in genere, sull'evoluzione della situazione di Omar, relativamente al quale l'equipe che lo segue potrà, se e quando riterrà che ne sussistano le condizioni, formulare valutazioni ed eventuali proposte (di cui l' A.G, notizierà sia il pm che i difensori dell'imputato) anche in punto misure cautelari. Dispone la trasmissione ai Servizi minorili dell'Amm.ne della Giustizia (Ussm di Torino) di copia della relazione peritale Charmet, Simonetto, Ceretti con esclusione dei paragrafi 3 e 4 della medesima.
Visto l'art. 263 c.p.p. dispone il dissequestro e la restituzione alla p.o. De Nardo Francesco delle cose di cui all'allegato, mandando alla Cancelleria, per i relativi incombenti.
Visto l'art. 544 comma 3 c.p.p, fissa in giorni 60 da oggi il termine per il deposito della sentenza".




La verità di Erika

L'ultima versione, prima dell'interrogatorio avvenuto il 28 novembre in tribunale (vedi voce), di come siano andate le cose quel 21 Febbraio Erika l'ha data al Pm alla metà di ottobre. Sarebbe simile a quella del 22 agosto, arrivata dopo pressioni dei difensori e del padre, e dopo che le autopsie sui corpi delle due vittime avevano stabilito che Susy Cassini e il figlio Gianluca furono uccisi da due persone.

Prologo
Prima di accompagnarla a casa intorno alle 19, Omar - racconta Erika - "ha iniziato a parlarmi della libertà" ostacolata dalla presenza dei genitori della ragazza. "Voleva sistemare le cose a modo suo e mi ha detto che voleva ammazzarli. A questa frase io non ho detto niente perché molte volte quando si prova odio per una persona si dice 'ti ammazzerei'" e "non avevo capito che volesse fare le cose seriamente e così gli ho detto: 'Ma no, tanto il prossimo anno compio diciott'anni' e lui m'ha detto: 'Se questa sera i tuoi non ci sono, io li aspetto'".

A casa
Erika rientrata a casa trova il padre pronto per andare a giocare a calcio ma non la madre, uscita con Gianluca. Uscito il padre, Omar (che le aveva telefonato) entra in casa. I due raggiungono la camera di Erika: "Io stupidamente - racconta la ragazza - pensavo che volesse fare l'amore perché s'era tirato giu' i pantaloni. Invece s'è infilato la mia tuta ed è disceso giù ed ha iniziato di nuovo in modo duro, forte a dirmi che voleva ammazzare i miei genitori e che però non voleva ammazzare mio fratello perché diceva 'Tu non ti devi preoccupare per tuo fratello perché gli faremo noi da genitori'. Io non è che m'ero lasciata convincere da quello che diceva Omar, però quando ero vicino ad Omar mi sentivo sicura e protetta".
In una successiva versione, Erika dice che Omar uccise anche Gianluca perché era un "testimone".

La tragedia
Al rientro di Susy Cassini, Omar si nasconde in bagno: "Io - dice Erika - ho fatto finta di niente" mentre Gianluca "mi ha salutato ed è andato subito in camera sua perché aveva i Pokemon da mettere dentro". Quando la madre entra in bagno, comincia la tragedia: "ho visto uscire Omar che ha diretto il primo colpo nella pancia e mia mamma è caduta subito a terra.
Poi sono andata vicino ad Omar e vedevo che la teneva per il collo e intanto con la mano sinistra o la mano destra la colpiva. Poi il coltello si è curvato, s'è rotto, forse ha picchiato sul pavimento, non so e lui m'ha detto: 'Erika muoviti, dammi un altro coltello', e io ho aperto il cassetto e ho preso un altro coltello più o meno simile e lui m'ha dato quell'altro in mano e io sono andato a posarlo in salotto e ha continuato con quello. Poi io non riuscivo a vedere mia mamma così mi mettevo di spalle perché mia mamma mi diceva: 'Erika aiutami, salva tuo fratello', e poi faceva delle domande a Omar, gli chiedeva: 'Perché, Omar, mi stai facendo questo, cosa t'ho fatto di male?'. Poi Omar si è alzato e m'ha detto: 'Adesso tu stai qua e fai la guardia a tua mamma'".
Solo il 22 agosto Erika ammette di aver anche lei accoltellato la madre: "Lui la stava finendo"... "a un certo punto quando mia madre l'ha morsicato la teneva solo con una mano perché l'altra gli faceva male, allora mi ha detto colpiscila tu... e mi ha lanciato il coltello che è caduto per terra ed io l'ho raccolto". "Ho colpito mia mamma all'addome mentre era per terra e Omar la teneva per il collo e m'ha detto colpiscila e io l'ho colpita", "non so perché ho colpito. Dovrei essere la Erika di quella sera per saperlo...". "Mia madre non ha urlato... chiedeva aiuto... diceva che non voleva morire... e Omar la insultava, le diceva le parolacce e diceva che era tutta colpa sua, che lui non aveva colpa perché era deciso, come se avesse una missione da fare, era lì e la stava facendo".
Sempre nell' ultimo colloquio con i periti, Erika aggiunge di aver avuto paura: "piangevo, quando mi ha detto di colpire non ho capito, sentivo, non provavo sentimenti in quel momento, né verso di Omar, né verso mia mamma. Non provavo sentimenti, erano finiti. Vedevo quello che stava succedendo però non mi rendevo conto delle conseguenze".
Erika non parla di una sua partecipazione diretta all'omicidio del fratellino Gianluca, "non me lo ricordo. Non è possibile". Ad ucciderlo secondo lei è Omar, nel bagno al piano di sopra: "Ho sentito l'acqua e voci di mio fratello che urlava, che gridava, che magari mi chiamava e poi Omar mi ha chiamato e mi ha chiesto di portargli su un cerotto e un disinfettante" per medicargli il dito. Racconta che Omar le chiede di prendere il topicida che lui aveva portato da casa e che aveva in una tasca della giacca lasciata nella tavernetta: "facevo qualsiasi cosa Omar mi dicesse. Non sapevo cosa servisse il topicida, m'aveva detto di portarglielo su con un bicchiere. Andando su con dentro il topicida io l'ho rovesciato perché sono scivolata per le scale". "Quando sono arrivata su ho visto che mio fratello era nella vasca da bagno e non sapevo se era vivo o se era morto".

La messainscena
A questo punto la messinscena per far credere che la strage era stata compiuta dai rapinatori albanesi. Omar, secondo Erika, si cambia e fa "un po' di casotto in casa". "Ha buttato giù il vaso, m'ha detto di aprire la porta, di aprire il cancello, infatti sono usciti i cani e poi siamo scesi giù, abbiamo buttato qualche bottiglia della tavernetta per terra e poi m'ha detto di raccontare la storia degli albanesi e poi siamo usciti: ho chiamato i Carabinieri ed è tutto".
In carcere la ragazza è vittima di allucinazioni: "Ho aperto il rubinetto e ho visto tutto il sangue uscire". E si dice malata: "Adesso ho bisogno di essere curata, perché quella sera non ci capivo niente".


La verità di Omar

La sua versione risale al 20 agosto ed è l'ultima prima dell'interrogatorio in tribunale del 28 novembre (vedi voce).

Prologo
Omar ed Erika si vedono alle tre del pomeriggio, vanno in un bar a bere un paio di cocktail alcolici e decidono che avrebbero attuato il piano di Erika per eliminare la famiglia. Erika "era normalissima - racconta Omar -. Ha cominciato a dirmi: 'questa sera è la serata giusta perché mia madre va in palestra e mio padre va a calcetto e arriva più tardi'. Non so neanche io come è riuscita a convincermi". Ci riuscì dicendogli: "Allora non mi ami. Ho progettato tutto, andrà tutto bene", perché il "piano era perfetto".
"Sapevo da un po' di tempo - dice Omar - che un giorno doveva capitare perché lei continuava ad assillarmi".

A casa
Alle 19.20 di sera i due raggiungono la villetta dei De Nardo. Mentre Omar nasconde il motorino, Erika torna a casa, aspetta che il padre esca, fa entrare Omar dalla tavernetta e gli da dei vestiti di ricambio ("non so perché mi ha dato questi indumenti da mettermi, forse per non farmi sporcare di sangue. Non pensavo che ci sarebbe stato tanto sangue").
"Lei - è il racconto di Omar - ha tirato fuori i coltelli e ha detto: 'tu tieni questo, io tengo questo'. Mi ha dato i guanti giallini da cucina e io le ho chiesto ma perché tu non ti metti i guanti? 'perche' io ci abito qui, e posso toccare tutto'".

La tragedia
Quando la madre di Erika rientra col figlio minore, Omar si nasconde in bagno a luce spenta e armato di coltello. Secondo Omar, Erika aveva già deciso tutto: "Appena si apriva la porta dovevamo colpirli e dopo arrivava suo padre, lei diceva che gli andava incontro facendo finta di niente, e io da dietro, e lo colpivamo tutti due". "Da come me l'aveva spiegato lei pensavo fosse una cosa semplice".
Nel bagno entra Susy Cassini: "M'ha riconosciuto anche a luce spenta - racconta Omar -. Mi conosceva. 'Omar, cosa fai qui?' Io non l'ho colpita, ho spinto la porta e Erika l'ha colpita. Quando ho riaperto la porta ho visto che Erika e sua madre erano una sopra l'altra. Visto che io non ero stato capace di colpirla per primo, lei l'ha colpita. Ho visto Erika in difficoltà. Sentivo la sua voce che diceva 'Colpiscila, colpiscila...". "Sua madre si dibatteva, però lei l'ha colpita, poi l'ha spinta nell'angolo della cucina, e sua madre era riuscita a prendere il coltello e Erika gridava aiuto, anche se sua madre non riusciva a colpirla: 'Aiutami, intervieni'. Io sono intervenuto, ho tolto il coltello a sua madre e lei mi ha morsicato il pollice. Quando l'ho staccata l'ho colpita con due, tre colpi. La madre gridava. 'Erika cosa fai?' 'Erika ti perdono'"...ma Erika "continuava a colpirla gridando 'Muori, muori...'". "Le coltellate che mi ricordo - saranno state venti, venticinque. Io ne ho date due o tre. Nel fianco", "dalla pancia della signora usciva molto sangue".
Per la prima volta, il ragazzo parla anche dell' omicidio di Gianluca. Secondo lui Erika avrebbe voluto ucciderlo con il veleno per topi. Non ci riuscì. "Non avevamo mai parlato di annegarlo - dichiara Omar - . (Erika) è venuta su, ha aperto la vasca e ha detto 'adesso lo anneghiamo' io l'ho preso per le braccia e lei per i piedi. Forse non ce la faceva a colpirlo, però alla fine l'ha ucciso colpendolo. Lui era molto forte. 'Erika perché mi fai questo?' Piangeva, gridava 'lasciatemi stare'", mentre "c'era la musica molto alta".
Omar racconta ancora che Erika gli ha detto: "Vai dentro la vasca, io lo tengo dal di fuori e tu ti metti dietro'". "Io sono entrato nella vasca però mi scappava, non ci riuscivo, sono subito uscito e lui ha preso il coltello che avevamo lasciato sul bordo della vasca e ci ha minacciato 'statemi lontano', e ha lanciato anche qualche oggetto e Erika allora ha detto 'Adesso porto via Omar'. Mi ha portato in camera sua, mi ha chiuso, c'era la musica alta, non ho sentito rumori. Saranno passati 4 o 5 minuti e Erika è venuta ad aprirmi col coltello in mano e m'ha detto 'Vedi che mio fratello si fida di me; adesso lo uccidiamo'. Lui era nella vasca, accasciato, gli usciva una palla dalla pancia. Ormai coricato. 'Colpiscilo'. Ho chiuso gli occhi e ho colpito; tenevo il coltello molle e mi sono ferito. Lei mi ha messo un cerotto. A quel punto ho detto 'adesso me ne vado'. 'Come, te ne vai e mio padre non lo uccidiamo? Mi lasci qui?'. 'Se vuoi farlo uccidilo te da sola. Io me ne vado. Io non ce la faccio più. Lei era arrabbiata con me. E' venuta giù e ha messo tutto in un sacchetto, i coltelli, le calze e altre cose. Poi lei ha buttato giù i soprammobili, ha buttato giù delle altre bottiglie".

La messainscena
"Sono uscito cinque minuti prima delle nove. Erika gridava: 'Hanno ucciso i miei genitori. Gli albanesi'. Ho fatto un giro col motorino, ho vomitato, sono tornato, Erika ha fatto finta di vedermi (per la prima volta in quel momento, ndr.), 'stammi vicino'. C'era suo padre. Suo fratello era innocente; anche se lei odiava i genitori, cosa c'entrava suo fratello?".



Periti

Diverse verità: il parere dei periti
Scrivono i periti della Procura: "Le differenze fra le due versioni sono tuttora considerevoli: Omar sostiene che Erika ha ideato il piano, l'ha convinto e convocato, gli ha dato il vestito per uccidere, i guanti, i coltelli, e lo ha nascosto nel bagno e poi ha continuato a dare ordini e perentorie disposizioni durante tutto il lungo massacro; Erika invece sostiene che Omar l'ha convinta, s'è nascosto, ha tirato la prima coltellata, ha preso suo fratello, l'ha ucciso, s'è fatto medicare e se ne è andato dopo aver messo in scena l'aggressione degli albanesi".
Erika dunque ammette al contrario di quello che aveva fatto in precedenza "un livello di premeditazione e partecipazione enormemente superiore, confessa di aver usato i coltelli e di aver aiutato Omar ad entrare, a nascondersi; ha fatto la guardia alla madre morente col coltello in mano, ha medicato le ferite alla mano di Omar e ne ha coperto la fuga e le responsabilità". "Rileggendo le loro parole è possibile - affermano ancora i periti - cogliere l'incastro fra le due verità affettive. Non è una supposizione - concludono - che i due ragazzi siano giunti a preparare mentalmente l'azione delittuosa e ad eseguirla nel clima passionale, morboso e onnipotente che respiravano nell'unione di coppia, sempre più isolata, chiusa e sorda ai richiami della realtà".
Mentre i periti dell' accusa ritengono i due in grado di intendere e volere al momento del delitto, quelli della difesa sono di parere opposto, sostenendo che la prova della malattia psichica dei due sta nel mondo irreale che si erano creati.

Periti. Chi sono?
Tre quelli del gip Cesare Castellani: Gustavo Charmet di Milano, Alessandra Simonetto di Torino e Adolfo Ceretti di Milano. Due quelli del pm Livia Tocci: Metello Carulli e Mauro Nannini, entrambi di Torino. Tre quelli del difensore della ragazza, Mario Boccassi: Massimo Picozzi di Milano, Roberto Perduca e Diana Valente Torre di Torino e tre dei legali del giovane, Vittorio Gatti e Lorenzo Repetti: Alessandra Luzzago di Pavia, Dante Vesana di Alessandria e Francesco De Fazio di Modena. Psichiatri, psicologici e criminologici di grande esperienza, alcuni dei quali già utilizzati in altre vicende con protagonisti giovani minorenni, che devono rispondere a un quesito fondamentale: se al momento del duplice omicidio i due ex fidanzatini erano in
grado di intendere e di volere e se sono socialmente pericolosi.



Fatti, curiosità, numeri

Il nuovo amore di Erika
E' del 21 novembre. Una lettera d'amore che Erika ha scritto a Mario Gugole, la sua nuova passione. "Ciao amore mio, come stai? Io sto abbastanza bene, anche se mi manchi tantissimo. Sto ascoltando con il walkman L'amour toujours di Gigi D'Agostino, vuol dire L'amore per sempre, proprio come il nostro amore. Amore sono contenta che tu sia geloso, ma non ti devi preoccupare, non mi butterò mai tra le braccia di nessun ragazzo. Aspetterò te per avere mille attenzioni e te ne farò tante, ma tante coccole che mi dirai basta! Mi mancano i tuoi baci, ti sono arrivati i miei, un miliardo di baci? Spero che ti è piaciuta la canzone che ti ho scritto, a me piace da morire. La gattina, la gattina Tita come sta? Spero che non le hai fatto niente...sto scherzando! Non fargli troppe coccole che sono gelosa. Lo sai, ma lo sai che ti amo tanto, te lo dico con tutto il mio cuore. Comunque ho tanta paura che mi lascerai, che non mi aspetterai! E' così o no? Ieri ci pensavo e ho pianto tanto! Poi ho sognato me e te insieme e mi sono sentita meglio! Ma tu mi sogni? Io si, tante volte! Ho fatto un cartellone in stanza con scritto Erika + Mario Love Forever, lo guardo sempre, quando è che mi mandi la tua foto? E' da cinque mesi che te la chiedo... Dai mandala, io ti immagino ma mi piacerebbe vederti. Mi piacerebbe di più vederti dal vivo però mi accontenterò della foto. Ora ti saluto e aspetto le 100 lettere che mi scrivi, non ti dimenticare che ti amo e che non ti lascerò mai, e che ti amo! Mille baci. la tua Erika. P.S. Scrivimi subito! Ti amo, mille baci per te! Ciao cuccioletto!". Mario è un d.j. e la lettera è stata trasmessa da Studio Aperto il tg di Italia Uno.
In un'intervista al tg il d.j. dice: "Sarà ridicolo ma le voglio bene... può sembrare ridicolo perché non sai quasi chi è, non le hai mai parlato. Le scrivo semplicemente di stare tranquilla... niente è perduto ma potrà rifarsi una vita con le sue difficoltà. Una volta abbiamo parlato di quella sera, mi ha detto quello che avrebbe potuto essere, è stata un po' vaga... Ha generalizzato e io non ho potuto scrivere più di tanto perché le lettere non le avrebbero consegnate sicuramente. Non mi fa paura, non so se sia colpevole o meno, una cosa così non va fatta, ma non si può condannarla al 100%, un motivo ci sarà se ha fatto una cosa del genere".

Erika avrebbe tentato il suicidio
Erika avrebbe tentato il suicidio mentre era detenuta in isolamento al Ferrante Aporti di Torino, cinque giorni l'orrendo delitto. Lo ha detto la ragazza nell'ambito dell'interrogatorio che ha sostenuto davanti ai giudici del Tribunale di Torino. "Volevo morire per Omar", ha detto la ragazza, prima del confronto con l' ex fidanzato, sottolineando che aveva cercato di impiccarsi. "Una guardia - ha spiegato - ha evitato che lo facessi".

Erica e droghe
Chiesto ed ottenuto un supplemento della perizia che riguarda Erika. E' stato l'avvocato Mario Bocassi, durante l'udienza preliminare del 16 novembre 2001 a sostenere, infatti, che non è stato tenuto sufficientemente conto della dipendenza da stupefacenti della ragazza, che faceva uso non solo di droghe leggere ma anche di cocaina.
Cocaina? "Solo una volta". Così Erika, nel corso degli interrogatori, avrebbe ammesso di aver sniffato. Per quanto riguarda l'uso di altri stupefacenti la ragazza avrebbe ammesso di aver fumato "qualche spinello".

Parla il papà di Erika
"Devo proteggere Erika. Semmai anche a se stessa. Una ragazza di quell'età un futuro deve averlo. Ora deve guarire. Ma a casa con me no. Poi vedremo". Così l'ingegner Francesco De Nardo, il papà quarantacinquenne di Erika. Le sue parole vengono pubblicate da Il Giornale, stralci dai verbali resi ai periti del giudice del tribunale per i minorenni di Torino. "E’ chiaro che dovrà tornare alla società normale quando sarà guarita, quando sarà uscita di comunità" afferma ancora. E' il racconto di un uomo che non sa più chi è.
Parla con un nodo alla gola: ricorda la moglie Susy. "Lei trainava la famiglia; è come se avessero spento la luce. Esisteva un attaccamento molto forte tra fratello e sorella...Guardo mia figlia e mi chiedo dove ho sbagliato". Si arriva all'omicidio: si ferma. Non parla. Non vuole parlarne. Forse per non far sì che il legame con la figlia si tronchi per sempre. Cuore di padre.

Liberi. No.
Dovevano uscire sabato 6 ottobre, dopo l'effettuazione dell'incidente probatorio, Erika e Omar. La decisione era stata presa il 4 ottobre dalla prima sezione penale della Cassazione, dopo sette ore di camera di consiglio. Così aveva scritto nel provvedimento la Corte di Cassazione: "Viene annullata senza rinvio l'ordinanza impugnata, limitatamente alla individuazione della scadenza automatica della proroga della custodia cautelare alla data del 23 novembre 2001, anziché a quella dell'esaurimento dell'incidente probatorio". Al provvedimento si era opposto il Pm chiedendo un'ulteriore estensione del termine di carcerazione. Il Gip il 6 ottobre accetta la richiesta e trattiene i due giovani fino al 22 novembre. A pesare sulla decisione le nuove ammissioni fatte dalla ragazza nell'ultimo interrogatorio del 5 ottobre. Gli avvocati di Erika ed Omar a questo punto presentano istanza di arresti domiciliari in comunità. Il giudice Castellani però la rigetta. I due ragazzi rimangono in carcere.

Liberi: è giusto?
Molti i pareri. E discordanti. Vittorino Andreoli noto psichiatra, perito di parte in molti processi simili a quello di Novi (quello di Pietro Maso, per esempio) dice: "Se i periti sostengono che Erika è sana di mente ed i termini di legge sono scaduti è giusto che esca. La legge è la stessa in base alla quale sono usciti mafiosi e persone responsabili di delitti terribili. Perché non dovrebbe valere per i due ragazzi di Novi?". Don Gino Rigoldi tra l'altro Cappellano del carcere Beccaria dove è in custodia Erika: "La ragazza ha soprattutto bisogno di protezione. Sarebbe un danno per lei essere scarcerata. Quello che ha vissuto è stato troppo grave, troppo forte. Non può tornare così presto a casa, col padre, ad una vita normale. Ha bisogno di un sostegno costante. Ed anche se il Beccaria è un carcere, può sempre assicurarle protezione, un aiuto che fuori non avrebbe". Il sindaco di Novi Ligure, Mario Lovelli: "La città regirebbe male. Questo penso. E penso anche che Erika ed Omar ne sarebbero danneggiati". Don Domenico Ricca cappellano del Ferrante Aporti di Torino dove è custodito Omar: "Per il bene dei ragazzi è meglio non parlare più di questa storia. Lasciateci tranquilli fino al processo".

Le indagini
Un delitto pianificato in ogni dettaglio: è questo il quadro che emergere dalla soluzione del giallo di Novi Ligure, che avrebbe trasformato Erika De Nardo e Mauro F., entrambi di 17 anni, da giovanissimi innamorati a carnefici della madre della ragazza, Susy Cassini, e del fratellino Gianluca. E' stata una intercettazione ambientale, una video cimice nascosta all'insaputa di Erika e del suo fidanzatino, a dare la svolta all'inchiesta sul duplice delitto. La pista che voleva degli albanesi, balordi o drogati, gli assassini, cade subito: era solamente un tentativo di depistaggio della ragazza. Così il castello di carta allestito dai due giovani, compagni di classe, vacillava: troppi particolari che non combaciavano. Come la strada troppo lunga fatta dalla ragazza scappando dalla casa, quando invece sarebbe stato più logico farne un'altra. E poi quella scala con tutti i soprammobili e i quadri in ordine, una cosa un po' insolita se davvero la ragazza fuggendo dagli aggressori si fosse gettata a capofitto.

Perché
Ma cosa può aver portato a tutto questo? Sullo sfondo un probabile antagonismo tra la madre Susy, una bella donna dagli occhi chiari, sportiva praticante, e la figlia quasi diciassettenne. Un odio covato forse negli ultimi mesi ed esploso poi in una tragedia che ha trasformato l'interno della villetta in un "mattatoio", come l'hanno descritto gli inquirenti.

Succubi per amore
Entrambi, Omar ed Erika, dicono di essere stati succubi dell'altro, nella tragica serata e di aver agito o taciuto per amore. Dal racconto del ragazzo, emerge la figura di una ragazza indemoniata, una belva che si è scatenata contro la madre che non l'avrebbe lasciata volare libera come lei voleva. E contro la quale si sarebbe scagliata, aggredendola al rientro a casa. Dalla ricostruzione fatta dalla ragazza, vien fuori il racconto dell'agguato mortale contro la donna che non lo vedeva di buon occhio in quella casa.

Il video
Sono due i filmati fatti nella caserma dei carabinieri di Novi, all'insaputa di Erika e del fidanzatino Omar; uno dei quali registrato il giorno dopo il sopralluogo nella villetta dell'orrore. Il più importante resta il primo, nel quale Erika direbbe a Omar: "Quante coltellate hai dato?", e il ragazzo risponderebbe: "Non ricordo". Ma anche la seconda ripresa incastrerebbe i ragazzi, che continuerebbero a tranquillizzarsi a vicenda, dicendosi sicuri di non essere scoperti.

Reazione esperti
Alcuni esperti del mondo minorile non chiedono un futuro in carcere, anzi per i due giovani di Novi Ligure. Sono favorevoli alla loro messa in libertà, anche in tempi brevi, purché non si operi una rimozione e i due adolescenti siano obbligati a seguire progetti di recupero e, perché no, a compiere azioni di utilità sociale. "Non possiamo pensare per Erika e Omar il carcere a vita -
afferma Gian Ettore Gassani, avvocato minorile penalista e componente del consiglio nazionale dell'Aiaf (l'associazione degli avvocati per la famiglia e per i minori) - è la legge a consentirlo visto che garantisce ai minori un percorso di recupero. Data l'età e il reato, talmente grave, non possiamo far altro che ritenere di trovarci di fronte due persone non in
grado di intendere e di volere, altrimenti non basterebbero due ergastoli. Che escano dal carcere, quindi, non mi sconvolge e del resto, la vicenda processuale non si esaurirà con l'uscita dal carcere, durerà anni, ci sarà una pena, non prenderanno 30 anni, forse 10, ma se la porteranno dietro tutta la vita. Ciò che mi allarma però ma come cittadino - sottolinea l'avvocato -
è che i tribunali dei minorenni trattano ogni giorno casi di aggressione dei figli verso i genitori. Non certo gravi come questo ma si tratta comunque di un segnale sociale importante".
A suo avviso, invocare il carcere non risolve i problemi: "se Erika e Omar restano in carcere non miglioreranno né avranno occasioni di recupero. Non invochiamo vendette dello stato. Per loro possiamo auspicare la libertà vigilata, test continui, affiancarli a personale altamente qualificato". Gassani
ipotizza per i due adolescenti la mediazione penale, ossia la possibilità di arrivare a prevedere azioni obbligatorie di utilità sociale, come attività di volontariato, ritenute tali da "saldare un debito nei confronti della società".
Non aspira a vendette neanche il Forum delle associazioni familiari che invita a non cadere né nel buonismo né in atteggiamenti punitivi. "Non è giusto - dice la presidente Luisa Santolini - sacrificare la vita di due persone perché a loro volta hanno sacrificato altre vite. La loro libertà deve
però essere condizionata ad un recupero del senso della vita che forse non hanno e non avevano". "Non possiamo fare finta che non sia successo nulla - aggiunge la presidente - né possiamo sottovalutare una vicenda drammatica che ha diviso l'Italia. Credo però che il carcere non abbia mai veramente
aiutato nessuno: che siano quindi scarcerati. I giudici hanno il dovere di prevedere per loro un provvedimento che tenga conto della prevenzione. Faccio un appello ai giudici perché decidano con saggezza ed equilibrio, non strumentalizzino questo episodio".
Dello stesso avviso anche , il cui presidente Ernesto Caffo è per il "sostegno psicologico" dei due adolescenti. Caffo pone anche il problema della scarsa disponibilità di strutture e strumenti professionali a
disposizione per il recupero. "Come in ogni comportamento deviante - dice Caffo - vanno studiate le personalità, capire i perché. Purtroppo dobbiamo ancora attrezzarci con modelli specialistici efficaci, su questo la scienza è in ritardo e sappiamo che gli strumenti giuridici non bastano". Per Erika ed
Omar, come per altri minorenni coinvolti in episodi così gravi, "c'e' bisogno di alternative, ossia di strutture psichiatriche e psicologiche che si prendano cura di essi. Strutture - precisa Caffo - che hanno goduto in Italia di investimenti modestissimi".

Psiche
Non follia ma violenza come soluzione del conflitto. E' così che Vera Slepoj, presidente della Federazione italiana psicologia, inquadra il massacro di Novi Ligure. Il disagio di Erika inserito nel disagio di una generazione. "Una possibile spiegazione - osserva la psicologa - è nel passaggio dall'infanzia all'adultità. Gli adolescenti di oggi non riescono a vivere la fase intermedia tra questi due momenti di vita, la fase in cui ci si interroga, si formalizza il senso di responsabilità, c'è l'asservimento alle regole. Tutti passaggi che in questo momento sociale sono difficili. I genitori degli adolescenti di oggi spesso sono essi stessi adolescenti, non instaurano nessun confronto, non impongono nessuna regola, peccano di eccesso di amore, ossessionati dal fatto che il proprio figlio stia bene abdicano al no, spesso incapaci di farsi carico dei bisogni di dipendenza del bambino sono in evidente difficoltà. A volte si proteggono dai figli rinunciando a un progetto educativo. Già nel '93 organizzammo un convegno dal tema Pensiero violento in cui si ragionava proprio su questa evoluzione, del passaggio alla violenza come soluzione del conflitto. Se non si apprende la frustrazione, se non si è addestrati a non avere tutto, a non essere al centro del mondo, si affermano forme di affettività di tipo predatorio e alla prima difficoltà si uccide. Fatte le debite differenze, in un contesto socio-economico del tutto diverso, scattano gli stessi meccanismi che spingono i Meninos de Rua brasiliani a costituirsi in gruppi per difendersi e a inventare le loro regole di vita. E' un po' come con la mucca pazza - conclude Slepoj - se vengono alterati gli equilibri salta il sistema". E i fidanzatini? "Nessun dubbio: sono una forma di liquidazione della famiglia un'accelerazione dei processi evolutivi".

Funerali
Si svolgono a Novi Ligure nella chiesa parrocchiale della Pieve. Li celebra il vescovo di Tortona, mons. Martino Canessa, insieme al parroco don Valentino Culacciati. E' presente il padre e marito delle vittime, l' ingegner Francesco De Nardo. Assiste impietrito nel primo banco della chiesa; accanto la sorella Vittoria. In chiesa anche i compagni della prima F della Scuola media Boccardo frequentata da Gianluca. Una compagna delle elementari e delle medie della piccola vittima, Beatrice, legge un breve
messaggio: "Con te ho passato cinque anni meravigliosi, fino a pochi giorni fa giocavi con noi. Eri sempre sorridente. Ricorderemo sempre te e tua mamma, che è morta per salvare te e tua sorella". "Erika voleva andare ai funerali della mamma e del fratellino e suo papà ha chiesto al giudice il permesso perché la figlia potesse parteciparvi". Lo rivela l'avvocato Mario Boccassi, difensore della giovane. "Il giudice ha negato il permesso per motivi che sono facilmente comprensibili - spiega il legale - ma Erika piangeva, voleva dare l' estremo saluto ai suoi cari. Adesso sta provando un grosso dolore".

Sondaggio
Omar e Erika devono essere affidati ad una comunità, o ad un ospedale psichiatrico, perché la società deve educare e non punire. Ne sono convinti gli italiani, almeno secondo un sondaggio effettuato da Datamedia su un campione di 1.000 persone rappresentativo della popolazione. Alla domanda su quale provvedimento giudiziario, qualora fosse accertata la loro colpevolezza, dovrebbe essere deciso, il 50 per cento delle risposte ha indicato affidamento in comunità, o in un ospedale psichiatrico, il 18 per cento è convinto che dovrebbero ottenere una riduzione della pena dopo un periodo di buona condotta, e solo il 9 per cento ha chiesto l' ergastolo. Tra il 10 per cento degli intervistati che hanno risposto in maniera diversa, c'è chi ha chiesto la pena di morte, i lavori forzati e anche chi lascerebbe Erika seduta sulla tomba della madre e del fratellino. Per il 23 per certo degli intervistati, i responsabili maggiori del delitto sono Erika e Omar, al secondo posto, con il 14 per cento, le incomprensioni familiari e mancanza di dialogo, e subito dopo viene indicata la società, e l' educazione familiare ricevuta. L'affermazione "la società deve educare e non punire", è condivisa dal 67 per cento degli intervistati: molto dal 34 per cento, e abbastanza dal 33 per cento.

I precedenti
Ecco i casi più clamorosi che coinvolgono la famiglia in efferati omicidi:
13 novembre 1975, Vercelli: Doretta Graneris (19 anni), con il fidanzato, uccide padre, madre, fratello, e due nonni. I due volevano l'eredità per sposarsi.
30 maggio 1985, Biella: Massimo Bosso (18 anni) uccide il padre, dopo un litigio, colpendolo con un tubo di ferro e poi strangolandolo. Attende poi il rientro dalla messa della madre e la uccide con lo stesso tubo. Poi nasconde i corpi vicino al pollaio di casa e passa la sera in pizzeria con gli amici.
4 agosto 1989, Parma: Ferdinando Carretta (27 anni) uccide il padre, la madre e il fratello e riesce per anni a tenere celata la strage. Tutti pensano che la famiglia Carretta sia fuggita nei Caraibi. Solo nel novembre 1998, nove anni dopo, Ferdinando confessa di aver sterminato la sua famiglia.
16 aprile 1991, Montecchia di Crosara (Verona): Pietro Maso uccide i genitori con l'aiuto di tre amici. I ragazzi volevano darsi alla bella vita con i soldi dell'eredità dei Maso. Dopo la strage simularono un furto e trascorsero il resto della nottata in discoteca.
26 marzo 1992, Arma di Taggia (Imperia): il fidanzato di Emanuela Del Monte (15 anni), d'accordo con lei, uccide la madre della ragazza a martellate, dopo il suo rifiuto di accoglierlo in casa. I due simulano poi un omicidio compiuto dal mostro che aveva già ucciso due prostitute a Sanremo.
26 dicembre 1992, Cerveteri (Roma): Giovanni Rozzi (25 anni) uccide, con un amico tossicodipendente, il padre e la madre, ristoratori. Aveva promesso i gioielli della madre all'amico che sparò ai coniugi Rozzi mentre dormivano.
4 novembre 1994, San Michele Extra (Verona): Nadia Frigerio, 33 anni, aiutata dal fidanzato, uccide la madre strangolandola in casa e lasciando poi il corpo in un fosso a 5 chilometri. Solo dopo più di due mesi i due saranno accusati dell'omicidio, avvenuto per impadronirsi dell'appartamento della madre.
21 aprile 1995, Sestri Levante (Ge): Carlo Nicolini (26 anni) uccide i genitori a colpi di fucile, poi ne dilania i corpi estraendo con le mani le viscere.
6 dicembre 1998, Giavera del Montello (Treviso): Riccardo Colombo (33 anni) uccide a colpi di pistola il fratello e la madre colpevoli di aver sbagliato a compilare alcune dichiarazioni dei redditi. Poi si uccide.
6 febbraio 2000, Lizzano (Cesena): trovati in un pozzo i cadaveri di genitori, moglie e figlia di Massimo Predi, 40 anni, visti per l'ultima volta in vita a meta' gennaio. Sono stati uccisi a martellate. Predi, ricercato in tutta Italia, è catturato l'11 febbraio a Bari.

  Grandinotizie.it/ 09/aprile/2002